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INTRODUZIONE.........................................................pag. 1
LE CONSEGUENZE CULTURALI DELLA NOVITÀ CRISTIANA ......pag. 2
IL CRISTIANO NEL MEDIOEVO  ......................................pag. 3
LA RIFORMA ............................................................pag. 4
TRE FATTI CHE REALIZZANO LA MODERNITA' ....................pag. 5
IL CRISTIANO NELL' ETÀ DEI TOTALITARISMI.....................pag. 6
LE STRAGI ANTICRISTIANE...........................................pag. 7

Centro Culturale s. Protaso-Milano
Appunti di Storia della Chiesa
5 incontri introdotti dal PROF. DOTT. DON LUIGI NEGRI
dell'Università Cattolica di Milano
Ottobre 1998.

Le conseguenze culturali della novità cristiana

Accadde allora quella che il filosofo sociologo francese E. Mounier definirà la "rivoluzione personalistica e comunitaria". Si può dire che soltanto allora, nella  vicenda dell'uomo fece il suo ingresso "la persona" come protagonista della sua vita, quindi anche protagonista della storia. Difficile definire chi fosse l'uomo prima dell'annuncio cristiano.

Sebbene sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, campeggiasse la scritta "uomo, conosci te stesso", la filosofia greco-romana era giunta a concepire l'uomo soltanto come una sintesi di due fattori contraddittori, di difficile spiegazione e fonte di tragica tensione. La sua è una concezione inconciliabilmente dualista: da una parte il corpo, fragmento di materia corruttibile, veicolo del male e della morte; dall'altra parte l'anima, scintilla del divino, tutta e sempre tesa a svincolarsi dal carcere del corpo, per raggiungere con la ragione la sfera dell'essere assoluto.

a) Una nuova concezione della persona.

Con il cristianesimo, la concezione della "persona" (in greco "maschera dell'attore") acquista un equilibrio stabile: è l'insieme unitario di corpo e anima; un essere unitario che trova la propria consistenza nel rapporto con il Creatore, del quale è "immagine e somiglianza", e con Cristo, nel quale è stato progettato, dal quale è stato redento, e nel quale è rinato "creatura nuova", al quale va sempre più configurandosi. Solo Cristo sa cosa c'è veramente nel cuore dell'uomo, al quale svela il suo proprio mistero; è nel Figlio Gesù che l'uomo acquista dignità di Figlio di Dio.

Alla libertà dell'uomo è responsabilmente affidato il compito di realizzare se stesso proprio trascendendo se stesso, per affidarsi nella fede all'amore del Padre, nella sequela di Cristo. Soltanto così l'uomo non resta un insignificante frammento di materia o un anonimo numero della collettività di massa. Se consiste ultimamente nel Nuovo Adamo, la "nuova creatura" non resta condizionata da alcun contesto sociale e si libera di ogni debolezza personale; diviene capace di esprimere pienamente la propria identità.

Proprio scegliendo di appartenere al Cristo, Verbo creatore e Uomo nuovo morto e risorto, l'uomo diviene protagonista della sua vita e capace di generare una nuova socialità. Nella società romana il bambino era del padre, padrone della sua vita, tanto che lo poteva eliminare senza correre rischi; la donna era proprietà del marito; la storia era fatta, più che da singoli uomini potenti e geniali, dal ruolo del quale erano investiti. "Nell'abbraccio di Cristo, nasce l'uomo" (Pasternak, "Il dottor Zivago")

b) Una nuova socialità.

La personalità cristiana, consistente in Cristo, è contemporaneamente e profondamente partecipe della comunità cristiana. La Madre Chiesa, nuova Eva, è comprincipio del Padre e del Figlio nel generare e nutrire la "creatura nuova" con la Parola e i Sacramenti, nell'educarla con lo stimolo e il sostegno della testimonianza autorevole dei fratelli, con la guida sicura e paterna del ministero di Pietro. Senza popolo, il singolo si perde. La comunità ecclesiale non ha nulla del collettivismo che opprime, anzi è al servizio della persona.

Ma il singolo membro non ha senso e utilità, se vuol fare a meno dell'intero corpo. Con la Comunione ecclesiale, vissuta nelle comunità, i cristiani danno così vita a un inedito avvenimento sociale, ad un embrione di nuova società, dove nessuno è escluso se non chi vuole escludersi. Nel giro di 150 anni la comunità cristiana si diffonde geograficamente e in tutte le categorie sociali, schiavi o aristocratici. Costantino concede libertà ai cristiani e inalbera il monogramma di Cristo, perché si è accorto che due terzi del suo esercito è composto da cristiani: non valeva la pena metterseli contro.

Sono caduti i muri della separazione tra giudei e gli incirconcisi, varcando la soglia dei quali si contraeva impurità legale (cfr. il rifiuto di entrare nel pretorio di Pilato, per poter mangiare la Pasqua, Gv 18,28)

c) Un nuovo modo di fare storia.

Per la cultura greco-romana la storia era il campo della necessità. Nel tentativo di darle un senso, era concepita come l'eterno ritorno di avvenimenti che si ripetono (ogni 10.000 anni, dicevano gli Stoici); questa sequenza meccanica lascia impietosamente l'uomo nella totale irresponsabilità e in preda alla ruota del fato, che piega anche gli eroi, come testimonia la tragedia greca (es.: maledizione sui discendenti di Edipo, che senza saperlo ha ucciso il padre e sposato la madre).

Con il costituirsi della nuova personalità cristiana, la storia diviene il campo dell'intervento della Provvidenza di Dio Creatore, in dialogo con la libertà della creatura suo alleato e sua "immagine e somiglianza": ogni singola persona si prende la responsabilità di affermare sé contro Dio (peccato) o di realizzarsi nell'offerta di sé a Dio e a Cristo. E ciò anche al di là dei reali condizionamenti (fisici e psicologici, ambientali e culturali) che insidiano la libertà umana, che partecipa alla costruzione del suo destino, beatitudine o dannazione. Per questo alla fine del 2° secolo, Ireneo di Lione potrà esclamare "I vostri cicli sono esplosi".

d) Una nuova creatività.

Così l'uomo diventa creativo, esprime cioè la sua personalità attraverso le conoscenze che acquisisce, le imprese che compie con il lavoro e l'organizzazione sociale, i rapporti affettivi che stabilisce (in primo luogo con la famiglia, che genera ed educa i figli, aprendosi ad altre famiglie).

Questa fede, vissuta dal singolo e da un popolo, non può non dare origine a nuove civiltà: ricche di protagonisti e di tentativi, con un loro patrimonio di idee e di costumi, di arte e di economia, un modo di far festa e di sopportare il dolore e la stessa morte. Da qualche tempo tutto ciò è chiamato "inculturazione della fede". Giovanni Paolo II dirà che "una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta" (16/1/82).

La comunità cristiana primitiva non ha separato fede e vita /cultura, ma ha evangelizzato la cultura secondo il richiamo di Paolo VI nella "Evangelii nuntiandi", 18-20: La Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama (cfr. Rm 1,16; 1 Cor 1,8; 2,4) cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l' attività nella quale sono impegnati, la vita e l' ambiente concreto loro propri.

Strati dell' umanità che si trasformano: per la Chiesa non si tratta di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell' umanità.

e) Assumendo le situazioni e procedendo con gradualità.

La costruzione delle culture e delle civiltà cristiane non viene attuata facendo calare un progetto dall'alto o forzandone la realizzazione in tempi prestabiliti. Per ricorrere ad un'immagine evangelica: è come il lievito che va fermentando tutta la massa della pasta. Il cristianesimo costruisce a partire da quello che c'è, che il cristiano rispetta e valorizza il più possibile (come dice ancora la lettera a Diogneto).

Per edificare il nuovo, non serve radere al suolo il passato (come sosterrà l'Illuminismo e attuerà la Rivoluzione Francese); serve immettere nelle normali condizioni di vita un portatore di nuova concezione dell'uomo vissuta con altri fratelli di fede. Come ha ricordato Giovanni Paolo II nella "Fides et ratio", ad esempio, il cristiano non disprezzerà la filosofia, "amore alla saggezza", ma la aiuta caso mai a recuperare fiducia nella ragione.

La costruzione cristiana parte da condizioni obiettive, spesso diverse tra loro: la missione cristiana le assume, le purifica da quanto non è conforme alla verità e alla grazia evangelica, ed edifica faticosamente l'uomo e il cristiano nello stesso tempo. Così popolazioni di opposte culture - barbari compresi - furono educate a formare l'unica "Communio" ecclesiale. Allo stesso modo i monaci del XII secolo (il vero Rinascimento cristiano) evangelizzeranno l'Europa, forgiandone l'unità civile e culturale.

Tale trasfigurazione della realtà personale e sociale ha richiesto tempi lunghi e gradualità di procedimento. Solo le ideologie totalitarie di questi ultimi secoli si sono illuse di cambiare il mondo con un proclama o con una rivoluzione. La storia delle missioni cristiane - nell'Africa proconsolare, e nelle grandi città greche e romane, e poi a contatto con i barbari o penetrando nella Germania, Inghilterra e Irlanda - è la storia di cristiani che condividono le circostanze che incontrano, comunicando la propria fede vivendola là dove il Signore li ha posti. Ben sapendo che l'uomo è segnato da tanti limiti e che in questo mondo non si possa dar vita a qualcosa di assolutamente perfetto, non bisognoso di continua riforma.

f) L'inevitabile scontro con le pretese imperiali.

Il contrasto tra libertà cristiana e potere assoluto accompagna tutta la storia della Chiesa, fin dai suoi inizi (cfr H. Rahner, "Chiesa e Stato nel Cristianesimo primitivo"; M: Sordi, "I cristiani e l'Impero Romano", Jaca Book).

"L'uomo supera infinitamente l'uomo" (Pascal): Se il cristiano è figlio di Dio, fratello di Cristo, nessuna autorità umana può pretendere da lui dipendenza totale.

Ciò che definisce il cristiano è il dono della partecipazione alla stessa vita di Dio, conferitagli in Cristo, unico Salvatore di tutti gli uomini. Da questo provengono e si radicano la sua dignità e i suoi diritti nella Chiesa  .

Non sono concessione dello Stato, sia quello dell'imperatore romano, come quello del Fuhrer nazista o del Partito Comunista; e neppure sono prodotte dalle maggioranze democratiche, dalla scienza o dalla tecnologia. Il cristiano non è anarchico, ha bisogno del potere, ma soltanto come servizio, che regola la convivenza sociale.

Lo scontro tra Impero e cristiani - fino al martirio - è avvenuto perché loro rifiutarono non l'Impero, ma la divinizzazione del potere imperiale, a cui sacrificare. Sarebbero stati tollerati, se avessero accettato di collocare Cristo tra le tante divinità del Pantheon, cioè di allinearsi tra le opinioni private (anche vaste) o tra i culti ammessi da un impero unificato dal culto alla dea Roma o dell'Imperatore.

A cominciare da Erode e da Pilato, tutti i tiranni hanno avvertito che il cristiano ricordava loro che la dignità di ogni uomo non è definita dal loro potere e che anche loro erano sottoposti a Cristo Giudice. Esemplare la condotta di s. Ambrogio che insegnava a coloro che appartenevano a Cristo Signore di non lasciarsi incantare da altri signori. Respinse Teodosio, reo di una carneficina di 20.000 uomini a Tessalonica: "Tu sei una grande cosa, o Imperatore, ma sotto il cielo.

E io difendo i diritti del cielo". E in polemica contro Aussenzio: Noi diamo a Cesare quel che è di Cesare. Ma la Chiesa è di Dio, non di Cesare. Con questo nessuno ci accusi di mancare di riverenza all' imperatore. Infatti, nessun onore è più grande di questo: che l' imperatore possa dirsi figlio della Chiesa. Perché l' imperatore fa parte della Chiesa, è nella Chiesa, non sopra la Chiesa.(Contra Auxentium, 35s) "Ubi fides, ibi libertas" (Ep. 75,5) ("solo dove c' è la fede, lì trovi la libertà")

Si può dire che la Chiesa ha ridimensionato il potere. Il potere non è tutto, è servizio. Solo il cristianesimo sa che il destino dell'uomo non dipende dal potere e dal successo mondano, dall'ordine che regna a Varsavia o a Vienna, o altrove, ma dalla carità, espressione vera della personalità dell'uomo (cfr. R. Guardini "La fine dell'epoca.10 moderna"). Come ripete spesso Giovanni Paolo II, anche oggi solo il cristianesimo è rimasto a proclamare l'assoluta sacralità della vita, il valore della libertà o dei diritti fondamentali dell'uomo, fondandoli sull'appartenenza dell'uomo a Dio.

 A conclusione di questa serata mi piace leggervi, un brano della Prima Lettera che Papa Clemente, terzo successore di s. Pietro, forse anche lui un liberto o uno schiavo, scrive ai suoi cristiani di Corinto. Era venuto a sapere che non andavano troppo d'accordo. Egli scrive con una punta di nostalgia; ed è questo brano un po' sulla linea di alcuni brani dei Capitoli secondo e quarto degli Atti degli Apostoli, nei quali vengono descritti i primi cristiani, cioè la novità dei rapporti che ormai regna tra quelli che hanno abbracciato la fede.

Tertulliano dirà che i cristiani non sono né greci, né ebrei, ma un terzo genere di umanità per il loro modo di vivere. Papa Clemente è della fine del primo secolo, siamo ancora tra i primi cristiani. Il Papa ricorda la loro nuova socialità, descrive questo popolo nuovo, al quale può ispirarsi anche una comunità come la nostra. Eravate umili, lontani da ogni alterigia; eravate più pronti ad obbedire che a comandare, più felici di dare che di ricevere.

...Vi accontentavate dei doni che Cristo ci concede per il nostro viaggio mortale e li stimavate molto. Avevate sempre presenti le sue parole e le sue sofferenze erano sempre davanti ai vostri occhi. Così voi tutti godevate il dono di una pace gioiosa e profonda e avevate un desiderio insaziabile di fare il bene: si era diffusa sopra di voi una vera effusione dello Spirito Santo. Pieni di santo volere, con grande ardore e con fiducia innalzavate le vostre mani nella preghiera e supplicavate Dio di usarvi misericordia per qualche vostra colpa involontaria.

Vi era una continua gara di carità, notte e giorno, in tutta la vostra comunità, perché desideravate che, per la vostra concordia e il vostro amore, nessuno degli eletti andasse perduto. Eravate schietti, semplici e non sapevate conservare rancore. Aborrivate ogni indisciplinatezza e ogni divisione e vi affliggevate per la mancanza del prossimo, come se i difetti altrui fossero stati vostri.

Non vi pentivate di aver compiuto il bene, ma anzi eravate sempre pronti per ogni opera buona. Era bella la vostra vita, ricca di virtù e santità; e il vostro agire era sempre guidato dal timore di Dio. I comandamenti e i precetti del Signore erano scritti nell' intimo del vostro cuore...

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