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INTRODUZIONE.........................................................pag. 1
LE CONSEGUENZE CULTURALI DELLA NOVITÀ CRISTIANA ......pag. 2
IL CRISTIANO NEL MEDIOEVO  ......................................pag. 3
LA RIFORMA ............................................................pag. 4
TRE FATTI CHE REALIZZANO LA MODERNITA' ....................pag. 5
IL CRISTIANO NELL' ETÀ DEI TOTALITARISMI.....................pag. 6
LE STRAGI ANTICRISTIANE...........................................pag. 7

Centro Culturale s. Protaso-Milano
Appunti di Storia della Chiesa
5 incontri introdotti dal PROF. DOTT. DON LUIGI NEGRI
dell'Università Cattolica di Milano
Ottobre 1998.

Il cristiano nel medioevo

PREMESSA

Il Medioevo non va idolatrato, perché non può essere ripetuto tale e quale. Sarebbe antistorico. Certo il Medioevo ha bisogno di una rivisitazione, quella che don Luigi Negri certamente ci aiuterà a fare.

a) Inizio del Medioevo e sua durata.

Dal punto di vista della durata, è la fase della Storia della Chiesa cronologicamente più lunga: quasi un millennio. Discusso il suo inizio: per alcuni la caduta di Roma (410), per altri l'incoronazione di Carlo Magno nella notte di Natale dell'800. Ma questo non può essere l'inizio, perché in verità il Medioevo è già in atto. Discusso pure il suo termine.

Per molto tempo si è sostenuto, da una corrente fondamentalmente laicista, anticattolica, che esso abbia coinciso con la scoperta dell'America e quindi con la fine dell'egemonia del Mediterraneo. Ma tale ipotesi non ha alcun valore storico. Molto più indicativa sarebbe la nascita del Protestantesimo, e quindi la rottura di quell'unità religiosa che è stata il suo grande fattore di costruzione.

b) Un millennio di storia: cosa ci ha trasmesso.

 Bisogna trovare il filo conduttore che spiega mille anni di storia, dei "più alti traguardi ", per dirla con il card. Biffi, dei risultati che ci stupiscono ancora e che ci riempiono di commozione e di ammirazione.

* Si pensi alle grandi produzioni letterarie (come la Divina Commedia) e artistiche (come le cattedrali), viste come l'espressione di una umanità che raggiunge alti livelli di consapevolezza della propria identità e umanità vissuta.

* Pensiamo, ad esempio, cosa diventa la famiglia cristiana nel Medioevo. Per tutto l'arco di questo periodo storico essa costituisce, per dirla con la nostra Costituzione, la cellula fondamentale della società. Qualcosa di radicalmente diverso dalla famiglia greco-romana, dove è l'esercizio assoluto di un potere, quello del maschio, che non ha nessuna possibilità di essere neanche lontanamente discusso: moglie e figli sono, in senso sostanziale, possesso del padre di famiglia.

Non sono schiavi, perché sono nati liberi, ma la libertà l'hanno derivata dalla nascita da lui. La famiglia, che diventa la cellula formatrice della personalità cristiana medioevale, è una realtà dove i diversi vivono una comunione che - favorendo le differenze - le rende integrabili, corresponsabili, sia pure a titolo diverso; ma le rende corresponsabili dell'avvenimento della vita di comunione e dell'influsso che essa esercita sulla vita della Chiesa e sulla società.

E infatti la famiglia è il soggetto della evangelizzazione e della educazione cristiana del popolo, non solo fino alla fine del Medioevo, ma fino a vent'anni fa. Il punto di resistenza alla secolarizzazione, alla disgregazione inesorabile che il cattolicesimo subisce nell'età moderna e nell'età contemporanea è la famiglia. Non è l'ultima ragione per cui il totalitarismo ideologico ha cercato di combattere congiuntamente Chiesa e famiglia.

* In questa età vasta e complessa, questo è il filo conduttore: è un'età in cui si esprime liberamente la capacità costruttiva del soggetto cristiano, rinnovato dall'esperienza dell'incontro con Cristo; del soggetto cristiano che è contemporaneamente la comunità cristiana e la persona, in un rapporto che non è competitivo.

L'individuo non sente, come avverrà nell'epoca moderna, il contesto sociale come nemico. La persona vive come tale nel popolo, a sua volta inteso come insieme di persone, non un collettivo. Ora, questa realtà nuova, il popolo cristiano, è chiamata dalle circostanze, storico-sociali ad agire con la massima libertà possibile. Il Medioevo è una costruzione in cui la libertà del popolo cristiano ha ricevuto sfide straordinarie, ma certamente è stata messa da Dio nelle condizioni di assumersi integralmente la responsabilità della costruzione.

Nell'età antica, come abbiamo notato nella volta scorsa, il cristianesimo ha dovuto insinuarsi quasi trasversalmente dentro una società che aveva una sua fisionomia, una sua concezione dell'uomo e dello Stato. Affrontò una faticosa dialettica, che poi è esplosa lungo tutte le persecuzioni fino al "Decreto di tolleranza" di Costantino Licinio; poi è cominciata l'espressione pubblica del cristianesimo nel mondo greco-romano. Vedremo più avanti, come nel mondo moderno e come nel mondo contemporaneo, i cristiani dovranno innanzitutto confrontarsi con degli oppositori.

Nel Medioevo possono creare liberamente, non perché non ci siano oppositori, ma perché non c'è un'altra concezione alternativa di sé e del mondo. Solo un'opposizione di fatto, non di diritto. Ciò che unifica il 500 al 1500 è questa straordinaria capacità di costruzione, dalla quale però emergono tutte le grandezze e le povertà del popolo cristiano. Il popolo cristiano non é un popolo solo di santi, né un popolo solo di peccatori. È un popolo di santi e di peccatori.

È un popolo con una grandezza ideale derivante dall' "Incontro" che ha fatto e dalla vita nuova che la Parola di Dio e i Sacramenti mettono nel suo cuore come lievito. Lievito che scuote e trasforma non solo il singolo, ma anche la massa della vita sociale. Ora, pur essendo chiamato a sperimentare questa grandezza, può incorrere in orrende incoerenze. Cerchiamo allora di percorrere la vita della Chiesa, per capire la realtà nei suoi fattori obbiettivi.

Leone XIII, quando nel 1898 aprì gli Archivi segreti Vaticani, la più straordinaria raccolta di documenti, allo studio di tutti gli studiosi senza alcuna distinzione di religione, di cultura, di nazionalità, pronunciò questa frase, da me citata nel libro "False accuse alla Chiesa": "Studiate, venite a studiare senza pregiudizi, perché Dio e la Chiesa non hanno bisogno delle vostre menzogne, ma della verità che è fonte, radice di tutte le altre virtù".

La chiesa di fronte alle invasioni dei barbari.

a) Distruzione e disgregazione.

Bisogna capire quello che è accaduto prima. La situazione di partenza sembrava l'assoluta controindicazione a qualsiasi costruzione. Il Medioevo deve reagire a una situazione catastrofica determinata dalle invasioni barbariche. Queste, se volete un paragone, sono pari a Hiroshima: una deflagrazione cosmica.

Finisce un mondo, non solo fisicamente, con l'arrivo dei popoli barbari, privi di leggi e del più elementare senso della ragione. Sono torme sterminate di genti che provengono direttamente dalla preistoria. Sono gli Unni, che vengono dalle steppe euro-asiatiche, di derivazione mongolica, la più lontana che esista dalla fisionomia etnica-culturale europea, spinti da fame di terre. Costoro devono superare il "vallo" di Adriano, oltre il quale erano sempre stati contenuti con forme diverse di privilegi, di beneficenza (l'Impero faceva anche una certa beneficenza).

Scavalcano, entrano per stanziarsi nelle terre dei latini, dei popoli unificati nell'Impero. "Mors tua, vita mea". Per essi è un problema di vita o di morte. Scacciati dalle loro terre devono trovare, usando ogni mezzo, dove attendarsi. Il mondo greco - romano non ha la forza di resistere. Crolla in quanto già caratterizzato da una grave crisi interna di carattere culturale e morale. È quindi incapace di conservare, la concezione della "polis" come un fatto assoluto. Certamente avrebbe forse resistito secoli e secoli, se non fosse sopraggiunta questa situazione.

Nel 410, all'annunzio che Roma, città capo dell'Impero, viene per la prima volta saccheggiata, S. Girolamo, uno dei più grandi intellettuali cristiani del V secolo, in una lettera scrive:

"È caduto il principio di unificazione del mondo. Noi siamo distrutti".

Dunque, la partenza è la disgregazione totale fisica, culturale, morale. Manca qualsiasi possibilità di intesa: non si conoscono le lingue, non v'è alcuna intesa sui criteri fondamentali di comportamento, c'è violenza nei rapporti sociali. Si vuole eliminare la razza latina per potersi immediatamente sostituire ad essa, stanziandosi sui suoi territori. Le città sono messe a ferro e fuoco e distrutte. Non c'è nessuna apertura, nessuna benevolenza, neppure nei confronti delle donne, dei bambini: e questo da una parte e dall'altra. Si dissolve ogni principio di conoscenza e di aggregazione.

b) L'azione costruttrice della Chiesa: il Monastero Benedettino Perché la Chiesa può costruire?

Con una intensa vita ecclesiale: il Monastero benedettino, il "Benedettinismo". E può costruire perché vive su un fondamento e per un'energia che non dipende né dalla cultura greca, né da quella latina, non dal mondo antico e tanto meno dal mondo nuovo, fondato su una barbarie clamorosamente espressa.

La Chiesa fa riferimento a qualche cosa che può essere utilizzabile da tutti e due i mondi, l'antico e il moderno. Si può essere cristiani e barbari; si può essere cristiani e latini; si può essere cristiani portando nel riconoscimento della fede e nell'aggregazione ecclesiale la propria tradizione e si può essere cristiani e portare in quella stessa realtà sociale tutta la povertà e anche l'energia del sangue nuovo. Perché i barbari sono il futuro dell'Europa.

L'Europa non l'hanno costruita i greco-latini. L'hanno costruita i cristiani, recuperando una tradizione latina, ma formulandola in modo assolutamente nuovo.

Il cristianesimo fu dunque l'esperienza di una socialità che attraversava la disgregazione, mettendo in gioco un fattore sociale nuovo, diverso. Non ha messo in gioco un'ideologia; non ha tentato di creare un'ideologia comune fra i barbari e i greci; non ha messo in opera, per dirla con i termini moderni, un confronto fra posizioni culturali.

Ha creato una vita sociale in cui i barbari e i latini potevano stare insieme: gli stessi barbari e gli stessi latini che si ammazzavano lungo le strade partecipavano alla stessa vita del "Monastero".

Il libro di Giorgio Falco "La santa romana Repubblica" (Ricciardi, Milano 1986, 10° ed.: quasi un romanzo, fatto di medaglioni sui momenti fondamentali della Storia Medioevale, raccolti attorno a personaggi, tra i quali S. Benedetto) è l'opera che forse ha aperto di più gli orizzonti ad una generazione di storici, i quali hanno potuto così affrontare il Medioevo senza pregiudizi.

Giorgio Falco dice: "Il goto ascolta la Parola di Dio insieme al latino: lo serve o ne è servito e non c'è nessuna opposizione". Da ciò si può capire che il fattore costruttivo è una socialità nuova, nella quale la persona è profondamente valorizzata nelle sue capacità di conoscenza, di sensibilità, di affezione, di costruttività.

Il cristiano accetta la sfida che la realtà gli lancia. E la sfida è tremenda: vediamo se sapete costruire la società! Mentre S. Girolamo, e con lui tanti esponenti della grande cultura cattolica, gridava la sua indignazione e il suo furore contro i barbari, i benedettini fecero un'altra scelta: viviamo la fede nel mondo, perché il cristianesimo è affermare la fede come principio di conoscenza e di azione, a partire da una realtà sociale in cui la fede è un'esperienza di vita. Ecco perché il Monastero fu sentito dalla Chiesa come un'immagine particolarmente significativa di sé; un segno, un esempio di rapporti.

Al Monastero, ai Benedettini, i Vescovi e soprattutto il Vescovo di Roma assegnarono la funzione di essere la punta avanzata della Chiesa, perché nell'esperienza del monachesimo benedettino la fede diventa principio di vita attiva, di conoscenza e di azione. "Ora et labora". Il riconoscimento della presenza di Cristo nella Comunità come fattore di unità è anche il principio che fa affrontare l'esistenza nella sua materialità, perché possa essere offerta a Dio.

L'attuale Papa ha percepito la profondità dell'esperienza benedettina, quando a Norcia nel 1980 disse: "Così s. Benedetto fece diventare l'eroico quotidiano, perché il quotidiano potesse diventare eroico".
Il quotidiano, tanto per dire le cose nella loro chiarezza, nel V e VI secolo voleva dire che il 75% delle terre coltivate in Europa non erano più coltivate; erano infestate di paludi, perché da decenni campo di scorrerie di eserciti, non certo eserciti regolari.

Si era smarrito il concetto della necessità della coltivazione e quindi i suoi strumenti fondamentali: il ritmo della semina e dei raccolti. I Benedettini, cominciando a vivere la loro esperienza di fede nel mondo, incominciarono a riscoprire l'agricoltura. Non sarebbe pensabile la Francia, l'Italia, la Germania, il Belgio, buona parte del Nord d'Europa, senza questa azione di rieducazione al lavoro come rapporto significativo con la realtà materiale.

Leopold Génicot scrive nel suo.15 "Profilo della civiltà Medioevale":

"I cristiani non ebbero neanche un minimo di nostalgia del passato, non si voltarono indietro per nostalgia del passato, ma forti della loro fede, della loro speranza, della loro carità, andarono coraggiosamente verso il futuro".

I Benedettini sono stati anche i grandi missionari dell'Europa, per secoli, non solo all'inizio. S. Anselmo è nato ad Aosta e ha fatto il Priore in Normandia, è diventato Arcivescovo di Canterbury. E pensiamo come poteva raggiungere certi paesi così lontani: non certo con il moderno jet. La Chiesa ha avuto immediatamente l'idea che i cristiani vivi andavano in missione dove Dio li mandava.

E in questa missione le caratteristiche, i carismi particolari, i gusti e le sensibilità, vengono valorizzati. Una simile cosa non è certo mai accaduta, dopo l'inizio del Medioevo, in nessuna situazione. Che cosa è stato, per esempio, delle grandi esplosioni atomiche di Hiroshima o Nagasaki? Sono rimaste un episodio regionale, riconducibile entro certi termini spaziali. Nel caso del Cristianesimo medievale è stata un deflagrazione atomica che dura per decenni, in uno spazio che era tutto il mondo civile di allora. Bisognerebbe pensare alla bomba atomica lanciata simultaneamente su tutte le grandi città europee, per avere un paragone.

Che farebbero i pochi cristiani sopravvissuti in questa situazione? Dovrebbero incominciare a vivere la comunione fra di loro e l'energia della missione; incominciare ad andare a dire a quelli che incontrano, pure scampati a quello che è accaduto: "Cristo è il Signore della vita".

Caratteristica fondamentale del medio evo: unità nella pluralità

Il protagonista è realmente la persona, una persona nel popolo; la persona che si misura non in false accuse alla Chiesa, ma con fede vissuta, con cultura e dignità personale. La fede vissuta affronta le circostanze della vita, che allora erano quelle della gente da integrare. L'integrazione implica un sacrifico eroico, da una parte come dall'altra; vuol dire credere che l'unità è più forte delle differenze e delle violenze.

La "communio cristiana" realmente vissuta diventa il fattore di aggregazione, sia pure nella dolorosa lacerazione. Perché non erano santi: tanta gente è stata ammazzata da una parte e dall'altra e la violenza era all'ordine del giorno. San Leone Magno ha dovuto accorrere a fermare gli Unni, certamente con la sua autorità morale, ma anche con tanto oro e argento, preso dalle Basiliche di Roma (fin dai primi tempi, la Chiesa non ha mai fatto questioni di soldi, specie quando si trattava di salvare la vita e la dignità degli uomini e dei popoli. Non ha mai accettato che fossero gli altri a rubarglieli, come se fosse un loro diritto).

All'interno della "Communio Cristiana" l'uomo medioevale vive i suoi interessi fondamentali: la conoscenza di sé e della realtà che lo circonda; e la costruzione, in tutti i suoi aspetti (sociali, economici, politici), esprimendo le sue capacità e rispondendo ai suoi bisogni fondamentali (ad es. : la scuola, la bottega dell'artigiano, ecc.)

* Nella vita economico-sociale, la vecchia concentrazione nella città greco-romana, dopo un breve controbilanciamento città-campagna, lascia prevalere il rapporto immediato con la terra, da cui si trae sostentamento. La prima approssimativa riformulazione della nuova società è l'Europa dei campi, del fondo agrario. Nella città sopravvive la civiltà precedente, ma attorno alla potestà del vescovo o del potere politico, con andamenti fluttuanti, specie in Italia.

Per esempio: ad est, lungo la dorsale adriatica, si registra un influsso bizantino; attorno a Roma e nel meridione si espande il potere del Papa; dopo il primo sfascio del Sacro Romano Impero (800), si tenta di costruire un Regno Italico attorno ad Ivrea, a Monza, a Milano. Realtà embrionali e articolate, unificate però dalla fede che le genera.

* Anche a livello culturale, l'unità della fede dà luogo a forme di conoscenza molto articolate. Sono tante le differenze fra le teologie monastiche del sec. IX, X, XI, e la teologia Scolastica del sec. XII e XIII, o con il nominalismo della fine del XIII secolo; la Chiesa non privilegerà la filosofia di s. Tommaso (lo farà Leone XIII, alla fine del XIX secolo). Ciò che è negativo è l'attacco all'unità della fede, non la diversità di posizione culturale.

* A livello socio-politico, l'unità e la differenza sono evidenti. La fede è il fattore unificante, ma non alla stregua dello stalinismo o del nazismo; l'unità della società medioevale non è statalista, centralista. L'imperatore ha il compito di unificazione religioso-morale, come il fondamento e la difesa di questa unità.

Ma la lega Anseatica (delle città marinare tedesche, che dal sec. XII al XVIII si accordano per proteggere le loro attività commerciali) nulla ha a che vedere con il Regno di Arduino d'Ivrea; o con ciò che nasce con la tripartizione del Regno dei Franchi dopo la morte di Carlo Magno (è la radice della contrapposizione dell'attuale Belgio-Olanda-Francia, e all'interno di quest'ultima tra le regioni di lingua d'oc e quella d'oil).

Il cuore della fede ecclesiale non solo tollera, ma promuove il vero pluralismo (che è la varietà con cui è espressa l'unità, non la contraddizione). Uno splendido esempio medioevale italiano è rappresentato dalla Repubblica di Venezia. La Serenissima è una compagnia di mercanti, capaci di trattare con tutti: slavi, turchi, mongoli, arrivando fino a Pechino. (È attraverso le aperture da loro praticate che, con la missione dei francescani del sec. XIV, la Chiesa inizierà l'evangelizzazione della Cina. Sempre per loro merito, nel sec. XIV Giovanni da Pian di Carpine è Arcivescovo di Pechino e primate di tutta la Chiesa asiatica, sottomesso solo al Papa). È naturale poi che i veneziani debbano difendere anche politicamente le loro conquiste.

Questo strabiliante fenomeno sociale di unità e pluralità muore nel 1797, a fronte del provincialismo del nuovo ordine laicista italiano. Quando nascerà lo Stato moderno, il popolo se ne accorgerà da due novità: la costrizione militare obbligatoria e le tasse. I monarchi medioevali, invece, per fare una guerricciola avevano bisogno del permesso dei Pari, che non glielo davano. E, il più delle volte, le Crociate vennero intraprese con mezzi insufficienti, perché veniva meno l'impegno di sostegno economico-militare che si erano assunti i ricchi feudatari.

La missione educativa genera i popoli.

Mai come nei secoli VII, VIII e IX, il nuovo soggetto umano che è la vita della Chiesa si rivela paziente educatrice di interi popoli. L'opera di costruzione parte da zero e si svolge quindi gradualmente, pezzo per pezzo, giorno dopo giorno. I limiti dell'età medioevale - che di solito vengono attribuiti alla stessa fede - altro non sono che i segni della fatica con cui la Chiesa sa educare gente che fa passare dalla preistoria alla storia, fino ad innamorarsi della convivenza pacifica e della costruzione positiva.

In questi secoli il Cristianesimo non ha soltanto animato un mondo preesistente, ma si può ben dire che ha forgiato una nuova civiltà, che brillerà nel secolo XII, per declinare nel XIV. Per questo, i grandi santi che hanno evangelizzato l'Europa sono anche i padri fondatori di popoli, chiamati alla fede e insieme alla civiltà. Si pensi ad Agostino di Canterbury e ai benedettini mandati da Gregorio Magno alla fine del VI secolo in Inghilterra, in Irlanda e perfino in Islanda.

Si pensi alla prodigiosa azione missionaria dei secoli VIII e IX nei confronti del mondo germanico e slavo: i due fratelli Cirillo e Metodio insieme alla fede diedero agli slavi persino l'alfabeto (cirillico, appunto). Si può ben dire sia stata questa laboriosa inculturazione della fede a generare quella unità culturale dell'Europa, alla quale ancor oggi è doveroso riferirsi perché il secondo millennio ricostruisca moralmente l'Europa. È a questo che si riferiva Leone XIII quando parla va di "Europa dei popoli e delle nazioni".

Anche le Crociate vanno intese come espressione della missionarietà cristiana verso l'est. Il pellegrinaggio a Gerusalemme rappresentava un'importante ossigenazione della vita di fede, rendendo necessaria la possibilità di accedere ai luoghi sacri, anche con un'azione militare che comportasse il sacrificio della vita. Non si sottovaluti questo, anche quando se ne devono ammettere gli aspetti negativi, sempre da considerarsi nel loro contesto storico: la ricerca di successo e di proprietà terriera da parte dei figli cadetti; la gente combatte i turchi con la stessa rozza violenza con la quale avrebbe combattuto qualsiasi altra guerra (per il possesso dei feudi, ad esempio.

Le cronache non mancano di descrivere come se le dessero di santa ragione i cristiani tra di loro: aretini e pisani, genovesi e veneziani, senesi e fiorentini, ecc.) Lo ha detto Chesterton quasi un secolo fa: "Le crociate sono l'epopea di un gruppo di santi, di una massa di cristiani autentici e di pochi delinquenti". È storicamente scorretto ridurre le Crociate all'azione degli eserciti (cfr. F. Cardini, "Le avventure di un povero crociato", 2 voll). Sarebbe lungo qui seguire a passo a passo l'enorme lavorio educativo avvenuto nella cristianità medioevale che ha formato l'uomo europeo, chiamando alla santità cattolica gente non certo predisposta a bruciarne le tappe.

E tuttavia il miracolo del cambiamento è documentato. Si pensi all'Italia meridionale che fin dal periodo greco-romano è stata punto d'incontro dei più diversi popoli e nazioni. Nel medioevo prosegue in questa straordinaria funzione: Palermo resterà una città dove convivono e si tollerano quattro razze ed etnie: islamica, ebraica, cattolica e greca (nel più antico cimitero di Palermo, sulla medesima tomba si trovano iscrizioni in quelle lingue). Cose analoghe si potrebbero dire a proposito del meridione della Spagna, prima del 1492. 

Due realizzazioni ideali

Il domenicano p. M.-Dominique Chenu (e il suo discepolo egregio Inos Biffi, milanese) ha chiarito che la nuova umanità/civiltà medioevale è stata preceduta da un vero rinascimento ante-litteram. Nel suo "Cultura umanistica e desiderio di Dio", p. Jean Leclerq dimostra negli anni '30 che - per l'influsso esercitato dai monasteri cistercensi dell'XI e XII secolo - l'amore a Dio, a Cristo e alla Chiesa è riuscito a trasfigurare quel grande amore alle "Lettere", che caratterizza Italia e Francia.

Il processo di umanizzazione, operato dal nuovo soggetto umano che è il cristiano, è riconosciuto con orgoglio dai cristiani del secolo XII e XIII: "Siamo partiti dall'istruzione ed ecco una città". Con la propria arte (romanico, gotico), la medicina, l'artigianato, una vita sociale nella quale l'ultimo servo della gleba può dare del "tu" all'imperatore. Due i punti idealmente più espressivi, segnalati da un intelligente divulgatore (Christopher Dawson, "Cristianesimo e formazione della civiltà occidentale", riedito da Rizzoli nel 1998): l'Università e l'Ospedale.

a) L'Università.

Nelle scuole che nascono nel sec. VI, VII e VIII - prima attorno ai conventi, ai monasteri, alle cattedrali, - è germinalmente presente la fioritura culturale che trova il suo culmine e fonte nelle università. In esse vive la fede come orizzonte unitario per comprendere e interpretare veramente la realtà tutta. Di solito, lo schema dell'ideologia si impone e coarta la realtà, mortificando la ricerca, la valorizzazione del diverso, il rispetto del particolare. Le grandi università sono nate in ambiente cristiano e noi oggi riscopriamo - male e a secoli di distanza - la chiarezza metodologica, l'articolazione del sapere, il dialogo fecondo tra docente e discente, che vigevano nella "universitas studiorum" medioevale.

L'università di Camerino, ad esempio, che ha inaugurato il 722° anno accademico, ha avuto inizio per una intesa tra insegnanti e studenti, poi avvallata. Quella di Bologna - la più antica in Italia - è fatta sorgere da studenti che non potevano più pagarsi il soggiorno a Parigi: il Comune li aiuta con le Borse di studio e dando lo stipendio ai professori. Occorre sfatare la falsa convinzione che nel medioevo non si poteva far nulla senza l'imbeccata e l'ordine del papa e dei vescovi: l'autorità ecclesiastica il più delle volte riconosce, corregge, accompagna. "Nel Medioevo si crea la libertà" arriva a scrivere Leo Moulin ("La vita degli studenti nel Medioevo", Jaca Book 1992.

Prefazione di Inos Biffi, pp. 5-10). La Chiesa ha promosso la cultura primaria nel popolo, anche quando non sapeva né leggere né scrivere, offrendo ai loro occhi la storia biblica raffigurata nelle statue dei santi, nei bassorilievi delle cattedrali, nei cicli dei mosaici e delle vetrate, (vere "bibbie dei poveri"); prima ancora del Rosario (formulato nella forma attuale in pieno periodo della Controriforma), la recita dell'Angelus collocava la memoria dell'Avvenimento di Cristo all'inizio, a mezzo, al tramonto di ogni giorno; con la celebrazione della Liturgia ha educato la fede di generazioni, anche se il latino non è più compreso dalla gente e quello scritto non è più quello di Cicerone o dei Padri. Su questa cultura primaria l'Università costruisce quella che Giovanni Paolo II chiamerebbe "cultura secondaria", più vasta, più riflessa e organica. Altro che Medioevo sinonimo di oscurantismo, secoli bui.

b) L'Ospedale.

Senza l'Ospedale, anche l'Università non avrebbe il suo significato più giusto. All'inizio del sec. XIII, la comunità medioevale è segnata dalla tremenda malattia della lebbra, malattia della povertà, la povertà endemica per carenza di alimentazione e di condizioni minime di sopravvivenza. La mentalità comune è ancora dominata dal pregiudizio pagano ed ebraico, secondo la quale la malattia è una maledizione (cfr. l'episodio del Cieco Nato: Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Gv 9,1.3)

A fronte di tanto flagello, la Chiesa dice: "Questa è gente come tutti noi" e fonda l'ospedale, il luogo dove l'ospitalità, che Dio offre all'umanità con la Comunità cristiana, diviene l'ospitalità che la Chiesa offre agli esseri umani più bisognosi. L'ospedale è così legato alla testimonianza del santo che esprime con maturità più completa la fede medioevale: s. Francesco. Nel suo Testamento confesserà che la sua conversione vera è iniziata con il bacio al lebbroso: "Quando il Signore mi mise tra i lebbrosi, mi fece uscire dai peccati".

Senza l'Ospedale l'Università rischierebbe di trasformarsi in pensatoio intellettualistico; senza l'Università, l'Ospedale si ridurrebbe ad una iniziativa moralistica e sociologica (rischio attualissimo). Invece la fede, con la cultura mantiene la conoscenza dell'uomo aperta a tutto campo, con la carità accoglie l'uomo in ogni circostanza

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