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INTRODUZIONE.........................................................pag. 1
LE CONSEGUENZE CULTURALI DELLA NOVITÀ CRISTIANA ......pag. 2
IL CRISTIANO NEL MEDIOEVO  ......................................pag. 3
LA RIFORMA ............................................................pag. 4
TRE FATTI CHE REALIZZANO LA MODERNITA' ....................pag. 5
IL CRISTIANO NELL' ETÀ DEI TOTALITARISMI.....................pag. 6
LE STRAGI ANTICRISTIANE...........................................pag. 7

Centro Culturale s. Protaso-Milano
Appunti di Storia della Chiesa
5 incontri introdotti dal PROF. DOTT. DON LUIGI NEGRI
dell'Università Cattolica di Milano
Ottobre 1998.

Per introdurci nella contemporaneità

a) Abbiamo delineato molto sinteticamente la vera natura della questione moderna, evidenziando i suoi nodi salienti e i fatti più significativi del suo attuarsi. Riducendo la vita di fede ad uno stato d'animo, il Protestantesimo ha spogliato il Cristianesimo della capacità di giudizio e di costruttività di una nuova storia; se la fede non genera cultura, se non ispira un'etica, non ha più nulla da dire sulla vita sociale; ma così si avvalla e si è conniventi con il capitalismo economico e l'assolutismo di Stato. I nuovi Stati nei quali si ristruttura l'Europa, pretendono di essere Nazioni, intese come strutture e procedure che consentono di vivere a una società.

Ma una vera Nazione non può che contenere la cultura del suo popolo, inteso come il patrimonio di pensiero e di costume che caratterizzano una tradizione vivente da generazioni. Benedetto Croce (e in seguito Rosario Romeo) denunciarono la separazione tra paese legale e paese reale, avvenuta agli inizi del secolo XX: alla base, il popolo cristiano e le formazioni del socialismo utopico; e alla Camera gli eletti da 600.000 aventi diritto di voto su 20milioni di italiani.

Sia il Protestantesimo che lo Stato assolutista hanno avuto bisogno di polverizzare la cultura di popolo che li precedeva e che si identificava quasi esclusivamente con la cultura cristiana cattolica. Per entrambi, liberarsi da questa tradizione divenne la condizione per costruire la novità. Questa operazione ideologica, tra l'altro, non sa creare alternative. Lo storico non cattolico Ernesto Galli Della Loggia sostiene, ad esempio, che l'errore fondamentale di chi nel Risorgimento ha fatto nascere lo Stato Nazionale italiano è di aver costituito una struttura statale contro il popolo, cioè contro le tradizioni. 

b) A questo spirito di modernità, che riduce il popolo ad una massa di individui manovrati e genera società ateistiche, si oppose soltanto la Chiesa Cattolica. Ciò è evidente nel caso della Rivoluzione Francese: i nobili presero in gran parte la via dell'esilio; rimase la Chiesa, animatrice di quella tradizione vivente che aveva dato forma e sostanza alla genuina gente di Francia.

Sebbene sistematicamente ignorata e insidiata dalla cultura elitaria e verticista (soprattutto tramite il sistema scolastico e i mass media), fino a qualche decennio fa è sopravvissuta proprio la cultura cristiana che è passata da padre in figlio. E la lotta non poté che essere dura. Non perché venivano sottratti alla Chiesa i suoi privilegi da Ancien Régime, come è andata sostenendo la storiografia anticlericale, che ha sempre voluto vedere nella Chiesa una sorta di centrale di potere occulto, esercitato con il dominio delle coscienze e l'influsso spirituale su uomini e strutture socio-politiche.

Ma perché di fatto era rimasta da sola ad opporsi ad una concezione dell'uomo e della società che negava in radice la natura sacramentale dell'Avvenimento Cristiano ed Ecclesiale, la possibilità alla Chiesa di esercitare la sua missione, la libertà della persona di tradurre nella vita i principi che ritiene veri e giusti. Sono questi i motivi dell'indubbio spirito anti-moderno della Chiesa (non perché non apprezza e non favorisce lo sviluppo della scienza e della tecnica, o il retto uso della ragione e la crescita di libertà). Si motiva così il Sillabo di Pio IX, del 1864.

Proprio quando venne sottratto al Papa lo Stato Pontificio, la modernità ritenne di aver raggiunto definitivamente la vittoria sull'oscurantismo. Al contrario, mai come da quel momento il Magistero della Chiesa si sentì responsabile di una grande tradizione, che costituiva ormai l'unica alternativa culturale - morale - politica. Non ultima espressione di tale autorevolezza sarà la formulazione della Dottrina Sociale della Chiesa, a cominciare da Leone XIII: essa non fu la ripresentazione meccanica di contenuti passati, ma tentativo di ispirare cristianamente il cammino dei popoli e delle nazioni. 

c) Le considerazioni fatte sono di indubbio aiuto a comprendere il nostro presente. * Facendo noi parte di un popolo ancora di grande tradizione cattolica, è naturale avvertire nel profondo qualche nostalgia di una fede come quella medievale, cioè di una fede che cambia la storia. Tuttavia, ad un livello più determinante, come quello psicologico ed affettivo, sono molti i sintomi dell'influsso che anche su di noi ha esercitato la "modernità" di questi secoli.

Vi accenniamo. - È facile sorprendere anche in noi la convinzione che la dimensione religiosa è così personale (individuale, privata), che - quando essa si configura e vuole esprimersi in una struttura di rapporti di vita (ad es.: una scuola) - ha bisogno della legittimazione dello Stato. È un sintomo che della società e dello Stato abbiamo anche noi una idea tipica del moderno istituzionalismo: la persona è parte della società, la società è parte dello Stato, e lo Stato è la vera società (il suo soggetto etico, dirà l'Idealismo) e quindi è lo Stato a fare la storia.

Questo modo di pensare ci farà ritenere che ciò che proviene dal singolo o dalle famiglie è una struttura di 2 a categoria, è privato e dunque non ha diritto di aiuto alcuno; ciò che proviene ed è gestito direttamente dallo Stato è struttura di 1 a categoria e merita ogni sostegno. - Anche dopo l'odierno crollo delle cosiddette ideologie, siamo condotti a ritenere come oggettivo e indiscutibile punto di riferimento comune ai credenti e ai non credenti, la scienza e la tecnica: come se fossero le uniche fonti di conoscenza certe e non ideologizzate da nessuno, dunque una base neutra su cui tutti convenire, l'orizzonte entro cui tutti collaborare.

Ciò che non è scientifico e puramente tecnico è sospetto e di parte. Anche questo è un modo di pensare che paga il suo tributo allo strapotere della razionalità scientifica. - Un'inchiesta di Famiglia Cristiana, di una ventina di anni fa, faceva rilevare che anche la maggior parte degli intervistati cattolici praticanti conveniva, non diversamente da altri estranei all'esperienza ecclesiale, su questo banale slogan: Cristo sì, la Chiesa no.

La ragione di un simile istintivo rifiuto era ed è che la Chiesa è più che altro avvertita come una struttura di potere, che fa velo all'originaria purezza del Vangelo e costituisce un ingombro per l'annuncio cristiano. In questo caso la consapevolezza del rapporto inscindibile tra Cristo Capo/Sposo della Chiesa e la Chiesa Corpo/Sposa di Cristo si è dissolta.

E anche questo è un residuo della modernità, che non crede più alla Chiesa come necessaria mediazione sacramentale di Cristo. - È diffusa, anche tra élites di cattolici intellettuali, la convinzione che la natura creata, l'umano, i valori di verità - bellezza - giustizia - pace, siano già così buoni (e lo sono, se non altro perché creati da Dio in Cristo e radicalmente finalizzati a Lui), da non aver più alcun bisogno di essere cristianizzati, cioè purificati ed elevati alla santità che li conforma pienamente a Cristo.

Ne consegue che, nei loro confronti la missione cristiana è inutile e contro producente; e che la pastorale giusta della nuova evangelizzazione è quella che si limita a promuovere l'umano, senza presumere di recare la novità cristiana sacralizzante. E questa non è che la riedizione dell'uomo rinascimentale, autosufficiente e autonomo, anche nei confronti della Verità e della Grazia di Cristo. 

* Anche soltanto da queste poche osservazioni, si comprendono le difficoltà entro le quali si muove oggi la missione della Chiesa. Il problema vero non consiste nello schierarsi tra chi accetta o rifiuta la modernità: essa c'è e reca con sé, insieme a splendidi apporti in ogni campo dello scibile e del progresso tecnologico, anche gravissime riduzioni ideologiche, alle quali non può rassegnarsi una Chiesa che sente la responsabilità di proseguire in ogni momento della storia la missione ricevuta di comunicare Cristo, Redentore dell'uomo, centro del cosmo e della storia (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 1).

In una delle lettere alla madre, il giovane chierico Montini già scriveva: "Sono angosciato davanti a questa età moderna così ricca di mezzi e così povera di fede". Nel libro intervista Varcare le soglie della speranza, ci siamo tutti stupiti nel sentire Giovanni Paolo II che ci ricordava come il numero dei martiri di quest'ultimo secolo è superiore a quello della età dei martiri nella Chiesa dei primi secoli.

Viene confermato che i tempi moderni, e più ancora la contemporaneità, sono tempi di martirio. La Chiesa - come da sempre - non sferra la lotta contro nessuno; alla Chiesa la lotta è imposta da una mentalità egemone, che vanta la pretesa sempre più forte di costruire un mondo umano proprio perché senza e contro i riferimenti cristiani.

Ecco perché dal 1600 la presenza cristiana non ha potuto evitare di assumere il volto della resistenza e della lotta, fino alla testimonianza del martirio, come l'inevitabile difesa e risposta ad un mondo alternativo, che dichiara di voler affermare l'uomo, mentre lo riduce e lo nega. I nostri sono i tempi nei quali la modernità ha raggiunto l'apogeo del suo sviluppo, ma anche l'inizio della sua crisi.

Quanto è stato sinteticamente richiamato, ritengo ci metta in grado di comprendere anche la situazione attuale, segnata dalla lacerazione della coscienza degli stessi credenti, condizionati come sono da una falsa novità che indebolisce l'appartenenza alla tradizione ecclesiale. È comunque chiaro che tale lacerazione non sarà ricomposta con chissà quali proclami e decisioni degli organismi universali, ma dalla ben più efficace e paziente capacità educativa della Chiesa (Giovanni Paolo II). È sempre lei la Madre e Maestra dei popoli e delle nazioni. 

LETTURA
da Romano Guardini, La fine dell' epoca moderna, Morcelliana 1979, pp. 47-49

Per più di un millennio l' insegnamento cristiano della Chiesa è stato la norma del vero e del falso, del giusto e dell' ingiusto; al tramonto del Medio Evo ecco apparire un ordine di valori puramente profano. Si manifesta un nuovo atteggiamento, ostile e quanto meno indifferente di fronte alla Rivelazione cristiana, ed esso determina in larga misura lo sviluppo culturale. A ciò si aggiunge che, nella lotta fra il nuovo e l' antico, quest' ultimo commette degli errori, che lo fanno apparire ostile allo spirito. La fede cristiana viene così sempre più ridotta su posizioni di difesa.

Tutta una serie di articoli di fede sembra entrare in conflitto con i risultati reali o supposti della filosofia e della scienza, pensiamo ad esempio ai miracoli, alla creazione del mondo, a Dio che governa il mondo. E nasce così, come genere letterario e come atteggiamento spirituale, la moderna apologetica. Nel passato la rivelazione e la fede erano, in senso assoluto, la base e l' atmosfera dell' esistenza; ora esse devono addurre le prove della loro pretesa di verità. Anche là dove rimane salda, la fede perde la sua tranquilla evidenza. Diviene tesa, accentua, sottolinea a se stessa.

Sente di non essere più entro un mondo che le appartiene, ma in un mondo estraneo, anzi ostile. Una problematica religiosa particolare nasce dal fatto che la struttura del mondo, da finita, diviene infinita. Per esprimersi con esattezza: Dio perde il suo posto e con Lui anche l' uomo perde il posto suo. Nel passato il luogo di Dio era stato nell' alto, nell' empireo, nel "cielo". Ancor oggi in questa parola si mescolano significati astronomici e significati religiosi.

Che avviene, dal momento che non si ammette più un' "altezza", un "lassù"? Si potrebbe dire che quelle immagini erano materialistiche, perché Dio è spirito e non ha un suo luogo. Ma ciò sarebbe giusto solo in senso astratto; poiché per la concreta vita religiosa Egli ha il luogo della sua dimora, e precisamente quello dove lo pone il biblico "Gloria a Dio nell' alto dei cieli". L' alto dei cieli è l' espressione cosmologica immediata della sovranità di Dio e della pienezza in Lui dell' esistenza umana. Ma se una tale "altezza" al di sopra del mondo non esiste più, se il mondo non ha più dei contorni che lo limitano, "dove" è allora Dio?

 Anche la negazione della sovranità di Dio e della beatitudine dell' uomo, il luogo dell' odio e della dannazione, aveva un tempo la sua immediata espressione cosmologica. Esso inabissava il più lontano possibile dall' empireo, nelle profondità della terra , laggiù dove anche gli antichi avevano situato il mondo sotterraneo dell' Ade. Ma se l' interno della terra è una materia compatta e non esiste quindi un simile luogo, dove è dunque il luogo della dannazione?

La stessa domanda si rivolge anche all' uomo: dove è il suo luogo? non il suo luogo immediato e naturale, come lo ha ogni oggetto materiale, ma il suo luogo esistenziale? Il Medio Evo aveva risposto: è la terra; e la terra è il centro dell' universo. Così si definiva la posizione dell' uomo nell' insieme dell' essere, la sua dignità e la sua responsabilità.

Ma le nuove conoscenze astronomiche scacciano la terra dalla sua posizione. Dapprima essa perde la sua importanza di centro e diviene un pianeta, che gira attorno al sole; poi lo stesso sistema solare si riassorbe nell' immensità dell' universo e la terra diviene una realtà che, in definitiva, non è più considerata essenziale nel sistema cosmico. "Dove" è dunque il luogo dell' esistenza umana? Ci attardiamo un momento su questa questione, perché è assai istruttiva.

Il Medio Evo aveva considerato l' uomo da due punti di vista. Da un lato egli era creatura di Dio, sottomesso a Lui, completamente affidato nelle sue mani, dall' altro egli portava in sé l' immagine di Dio e a Dio era direttamente riferito per un eterno destino. Assolutamente inferiore a Dio, ma decisamente superiore alle altre creature. Il posto che l' uomo occupava nel sistema del mondo era l' espressione di questa sua situazione nell' essere. Da ogni lato egli stava sotto lo sguardo di Dio, ma in ogni direzione egli esercitava l' atto del suo spirituale dominio sul mondo.

La trasformazione dell' immagine del mondo rimetteva in questione questa posizione dell' uomo e l' uomo diveniva sempre più un essere contingente, situato in un luogo qualsiasi. L' epoca moderna si sforza di sloggiare anche spiritualmente l' uomo dal centro dell' essere.

Secondo le nuove concezioni l' uomo non è più sotto lo sguardo onniveggente di Dio che abbraccia il mondo, ma è autonomo, libero di fare ciò che vuole, di andare dove vuole; non è più il centro della creazione, ma una parte qualsivoglia del mondo. Da un lato il pensiero moderno esalta l' uomo alle spese di Dio, contro Dio; dall' altro prova un piacere distruttore a farne un frammento della natura, il quale non si può distinguere fondamentalmente dall' animale o dalla pianta. L' una e l' altra cosa si congiungono e vanno riferite alla trasformazione dell' immagine del mondo.

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