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INTRODUZIONE.........................................................pag. 1
LE CONSEGUENZE CULTURALI DELLA NOVITÀ CRISTIANA ......pag. 2
IL CRISTIANO NEL MEDIOEVO  ......................................pag. 3
LA RIFORMA ............................................................pag. 4
TRE FATTI CHE REALIZZANO LA MODERNITA' ....................pag. 5
IL CRISTIANO NELL' ETÀ DEI TOTALITARISMI.....................pag. 6
LE STRAGI ANTICRISTIANE...........................................pag. 7

Centro Culturale s. Protaso-Milano
Appunti di Storia della Chiesa
5 incontri introdotti dal PROF. DOTT. DON LUIGI NEGRI
dell'Università Cattolica di Milano
Ottobre 1998.

Il cristiano nell'età dei totalitarismi

Giovedì 25 febbraio 1999 Nell'ultima sua Enciclica Fides et ratio (14-9- 1998),Giovanni Paolo II° accenna al dramma che consegue a quella separazione tra fede e ragione che si è operata nell'epoca moderna . Queste le precise parole del Papa, al quale è da tutti riconosciuta anche una non comune preparazione storico-filosofica: le radicalizzazioni più frequenti sono note e ben visibili, soprattutto nella storia dell' Occidente. Non è esagerato affermare che buona parte del pensiero filosofico moderno si è sviluppato allontanandosi progressivamente dalla Rivelazione cristiana, fino a raggiungere contrapposizioni esplicite. Nel secolo scorso, questo movimento ha toccato il sua apogeo (n. 46)

 Sappiamo fin troppo bene che, senza la luce della Rivelazione e la grazia di Cristo, l'uomo è ridotto ed usato come "fosse soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana" (Gaudium et Spes, n. 14), secondo un'espressione conciliare ricorrente fin dagli inizi del pontificato nel magistero di Giovanni Paolo II.

Sempre nella Fides et ratio, si legge subito dopo: Diverse forme di umanesimo ateo, elaborate filosoficamente, hanno prospettato la fede come dannosa e alienante per lo sviluppo della piena razionalità. Non hanno avuto timore di presentarsi come nuove religioni, formando la base di progetti che, sul piano politico e sociale, sono sfociati in sistemi totalitari traumatici per l' umanità(n. 46).

È un vizietto. congenito alla storiografia imperante laicista, quello di glissare su episodi come la strage di popolo in Vandea o le "Insorgenze" italiane. In tempo di bilancio millenario, è accertato che quest'ultimo è il secolo più insanguinato della storia. L'orrore dei lagher nazisti e dei gulag stalinisti, il fungo di Hiroshima e gli spettri dell'Olocausto ci turbano il sonno e popolano scenari apocalittici.

Davvero la Dea Ragione è impazzita: il sonno della ragione genera mostri, scrivevano sui muri i ragazzi del '68. Abbiamo il privilegio di ascoltare un esperto del filosofo inglese T. Hobbes, nelle cui opere ( De Cive , Leviatano) affonda le radici ogni assolutismo di Stato, compresi quelli attuali, più subdoli ma non meno devastanti. Anche alla società del nuovo millennio - è quasi ovvio affermarlo - necessita più che altro una presenza di Chiesa che viva l'Avvenimento di Cristo nella sua interezza e valenza: "Voi siete il sale della terra ..Voi siete la luce del mondo" (Mt 5, 12-14). 

PREMESSA

Nella precedente conversazione sono stati indicati i fattori essenziali del progetto elaborato nell'età moderna. Era un progetto di sostanziale auto immanenza, ad opera cioè di un uomo che si conosce ed agisce prescindendo da Dio e con le sole sue forze promuove se stesso, edifica la società, genera storia. In questa conversazione vedremo che l'età dei totalitarismi non è altro che il compiersi teorico e pratico dell'uomo "moderno". Tale connessione è normalmente negata dalla storiografia liberale, che va per la maggiore.

E come? Si fa credere che i sistemi totalitari - nazismo, stalinismo, fascismo - siano delle incoerenze, deviazioni, cadute di tono, tradimenti, dimenticanze di un progetto che però aveva e conserva il suo positivo valore; oppure che tali aberrazioni siano frutti amari da mettere sul conto di singoli uomini depravati (le tare psicologiche di Robespierre, la pazzia del debosciato Hitler, i complessi del dittatore italiano).

Si vuol far credere, insomma, che - senza questi incidenti - il progetto laicista dell'uomo razionale e scientifico, che costruisce una società razionale e scientifica, aveva ben orientato la storia dei popoli; e che il tentativo di tradurre praticamente tale progetto ad opera della Rivoluzione Francese, costituiva un buon inizio per la realizzazione di quella democrazia, che costituisce la sostanza del liberalismo dell'era moderna.

Questo spericolato tentativo di prendere le distanze dai tanti errori ed orrori, che sono conseguiti alla ideologia moderna dell'umanesimo ateo, è oggi smascherato da ogni storico serio. Se non altro perché la quantità e la qualità delle patologie, che si sono manifestate nell'età moderna e contemporanea, riduce a ben poco ciò che la retorica illuminista va tronfiamente continuando a celebrare.

 Solo pochi anni positivi, ad esempio, resterebbero della Rivoluzione Francese "tradita", una volta che si tolga il Terrore (settembre 1793-luglio 1794), il Temidoro (ultimo mese del calendario repubblicano francese, dal 19 luglio al 17 agosto) e Napoleone. In realtà, non è possibile negare che i vari totalitarismi, che si sono imposti in occidente dalla seconda metà del 1800 fino ad un decennio d'anni fa, siano il frutto maturo del totalitarismo di Stato già formulato negli anni precedenti dall'Illuminismo francese come da quello tedesco. (cfr. 3° Incontro, 2b, pp 30s).

Si cerca, infatti, di costituire uno Stato che inglobi tutti i valori razionali, etici e sociali. Lo Stato è tutto. Chi conosce e utilizza razionalmente le leggi della società, soltanto nella quale l'uomo scientifico si realizza, è dio (scritto con la "d" minuscola, come era solito volere un certo idealismo). Così - senza ricorrere a qualsivoglia Dio Trascendente, cui l'uomo aspira come a Colui che offre soluzioni ai limiti della propria esperienza - si può costruire sulla terra una società perfetta. Muove così i primi passi il "perfettismo", quella corrente di pensiero che il filosofo cattolico A. Rosmini (1797-1855) avrebbe bollato come sostanzialmente irrealistica perché ideologica.

Entro l'orizzonte nel quale lo Stato diviene il "soggetto etico", sintesi definitiva e fonte autentica di ogni valore, unico - collettivo, corporativo - fattore di storia, non c'è posto per la persona, per la cultura nativa di un popolo, ecc.. È proprio una simile concezione teoretica dello Stato - e non tanto la cattiveria di qualche individuo o fazione - a mettere fuori legge, ad emarginare, a sopprimere quanto "irrazionalmente" non rientra nell'ordine stabilito.

Quando verranno usati i manicomi per regolarizzare la testa dei dissidenti, altro non si farà che portare alle estreme "razionali" conseguenze quanto Hobbes a suo tempo aveva scritto. Lo Stato è un dio mortale, che nell'orizzonte del Dio immortale può regolamentare con il terrore la vita dei cittadini. Tutto nello Stato, attraverso lo Stato e con lo Stato: niente fuori dallo Stato. Questa solenne affermazione è contenuta alla voce Dottrina del Fascismo nell'Enciclopedia Treccani, ed. 1936. Portava la firma di Mussolini, ma era dovuta al più grande filosofo del secolo G. Gentile(1875/1944), padre dell'idealismo italiano, vero ideologo del Partito e quindi del Regime Fascista. 

Tentiamo di vedere come tale concezione totalitaria dello Stato ha trovato applicazione all'interno dello Stato "unitario" italiano (1° punto) e nel contesto degli Stati Europei (2° punto).

 Nel processo unitario dello Stato Italiano

a) Si può dire che lo Stato e la Nazione Italiana vengono alla luce tra il 1861 e il 1870. 

Tra le due guerre di Indipendenza, la classe politica piemontese si è preparata alla sua storica missione di unificare la penisola. Stante il presupposto che dove arriva lo Stato unitario arriva l'ordine e il progresso, si è fatto credere che prima di esso ci fosse il deserto, una turbolenza sociale permanente, un'Italia totalmente allo sbando.

Su questa mistificata realtà italiana, da una parte si è imposto un disegno ideologico di natura laicista-massonico, con moltissimi addentellati con le borghesie illuministe di Francia e Inghilterra, impregnato di protestantesimo; dall'altra parte, hanno prevalso le esigenze economiche della nascente industria piemontese e soprattutto lombarda (direttamente in contatto con quella inglese e francese), che aveva bisogno di dilatare i mercati su un territorio più vasto.

Questa operazione di vertice - compiuta in nome di uno Stato che si identifica con la società, che dal centro investe e si ramifica nella periferia, che si fa carico di ogni bisogno e si attribuisce il dovere di rispondervi da solo - istituisce un istituzionalismo mai visto prima, che diviene anche creatore del bene comune cui deve servire, che ignora e umilia ogni creatività di base popolare, che tutto legittima e regolamenta, gettando discredito e sospetto su quanto non è programmato da esso.

È uno Stato che porta ovunque (o quasi) l'energia elettrica e che si dà un Esercito imponendo per la prima volta la Coscrizione obbligatoria. È uno Stato che impone le tasse, compresa la tassa sul macinato, la più odiosa, perché colpisce un'operazione necessaria alla sopravvivenza dei braccianti, che non possiedono terreni o fondi liquidi, e che sono spregiativamente chiamati "cafoni". È uno Stato che fonda le sue scuole, ignora il fondamentale diritto di educazione detenuto primariamente dalla famiglia. È uno Stato che avverte nella Chiesa una minaccia, rappresentata soprattutto dalle espressioni pubbliche della fede del popolo cristiano (una processione, una Cassa Mutua, una scuola, ecc.), tutte da legittimare, non certo da favorire. 

b) A farne le spese sono state le due principali culture del paese reale, che hanno subito una sorta di colonizzazione da parte del paese legale, due realtà che sempre restano tra loro profondamente estranee.

Il cosiddetto suffragio universale durato dal 1861 al 1912, in realtà affidava un paese di circa 20milioni di persone a soli 400/500 votanti, unicamente maschi e con determinate condizioni.

* Fu così estromessa dal potere decisionale la tradizione popolare socialista, abbastanza frastagliata, ma con indubbie radici nella vita della gente e che fino alla fine della 1.a Guerra Mondiale rimane a livello di grande movimento utopico. Questo socialismo sostanzialmente riformista rientrerà nel giro dello Stato ancor prima dei cattolici: ciò avviene dopo la grave crisi del 1901 (seguita al regicidio di Monza e soprattutto ai disordini di Milano, duramente domati dal generale Bava Beccaris, nel maggio 1898) e con lo scopo di puntellare uno Stato che cominciava a dare segni di incapacità nel dominare la situazione. 

* L'altra cultura con profonde radici nella stragrande maggioranza del popolo italiano è quella della tradizione cattolica, che viveva nella famiglia e all'ombra dell'opera educativa della Chiesa, con un patrimonio ideale che già sostanzialmente accomunava le genti d'Italia.

Nella componente che è risultata vincitrice nei fatti, il movimento risorgimentale impose alle genti italiche un'ideologia elaborata altrove e obiettivamente in contrasto con quella cultura cattolica, che fino a quel momento aveva costituito praticamente l'anima e l'ispirazione di tutte le costumanze, le manifestazioni artistiche, le forme corali di festa, di culto della bellezza, di vita. Non si trattava di rispettare soltanto l'afflato evangelico, la pietà e la devozione dei singoli, gli atti di culto (cioè quella religione intimista alla quale già da allora si tentava di ridurre il cattolicesimo).

Ai fini di una autentica rinascita nazionale e non di una conquista piemontese, si sarebbe anche dovuto prendere in più seria considerazione il patrimonio sociale cristiano espresso e custodito, tra l'altro, nelle grandi opere che fanno belle le nostre città e nelle nostre antiche e tipiche istituzioni (come le università, gli ospedali, le "misericordie", i monti di pegno, le confraternite, ecc.). Così come si è andata invece configurando la spinta unitaria, nell'atto stesso in cui esteriormente si unificava, la nostra nazione subiva una grave lacerazione interiore.

La vera natura del disagio post-risorgimentale risiede nel malessere spirituale della nostra gente, ferita nell'anima a causa della mortificazione della diffusa e vitale realtà del cattolicesimo popolare. Questo conflitto inizia e si afferma già nel decennio tra il 1848 e il 1858 in Piemonte. Questa prevaricazione ideologica si estende poi a tutta la penisola tra il 1866 e il 1867, ad opera del giovane parlamento italiano, eletto da meno del 2% della popolazione.

Si è tentato di ridurre questo "dramma nazionale italiano" ai molteplici dissapori tra la Sede Apostolica e lo Stato sabaudo; la storiografia che è andata per la maggiore ha ravvisato nella questione del potere temporale la ragione precipua del conflitto con la Chiesa. In verità, la cultura ufficiale del nuovo Stato è stata abbastanza abile nel comporre le tensioni e le divergenze, pur presenti nel suo seno.

Si può motivamente supporre, per esempio, che ciascuno dei "quattro grandi" del Risorgimento -Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini - avesse scarsa stima e molta antipatia per gli altri tre. Ma l'agiografia politica del tempo è riuscita a farne un "quadrilatero ideologico" (più efficace di quello strategico di Radetzky), dal quale era estromessa soltanto proprio la tradizione spirituale e culturale, che più di ogni altra era la fonte storica della identità della nazione. L'operazione compiuta dallo Stato verticista centralista italiano è particolarmente evidente nei confronti della struttura scolastica e della questione meridionale. 

c) La struttura scolastica.

Già a partire dal 1600, gli Stati europei si sono adoperati per sottrarre alla Chiesa l'istruzione pubblica, per inserirla nella propria struttura amministrativa, unica e subordinante. Significative alcune espressioni di vertice: "Chi dipende da me deve insegnare quello che voglio io" (Federico II° di Prussia); "Chi non può farlo, o mi viene avanti con nuove idee, costui può andarsene, altrimenti lo farò andare via io" (Francesco II° d' Austria, ai professori del liceo di Lubiana). 

Napoleone si dedicò alla formazione dei docenti per "avere un mezzo per dirigere le opinioni politiche e morali"; e decreta (15/10/1811) che per controllare più facilmente l' istruzione occorre "insegnare le stesse cose, nell' uguale modo". Ma veniamo in Italia. Fin dall'unificazione nazionale, con l'intento di scolarizzare la nazione, la legislazione scolastica persegue due linee di tendenza: accentramento burocratico, che sottrae possibilità decisionale ad organismi di base più partecipabili; e uso della struttura scolastica per veicolare capillarmente e sistematicamente una cultura elaborata da pochi e incapace di valorizzare quelle del paese reale.

Con la legge del conte Casati (1859), il Piemonte sabaudo, senza dibattito parlamentare, estende indiscriminatamente a tutta l'Italia unita il sistema "praticato in molti paesi della Germania, nel quale lo Stato provvede all'insegnamento non solo con gli Istituti suoi propri, ma ne mantiene eziandio la direzione superiore, ammettendo però la concorrenza degli insegnamenti privati con quelli ufficiali". Inutilmente il Minghetti propose nel 1861 un decentramento.

Anzi, il liberale di sinistra Coppino, alla fine degli anni '70, pose i provveditorati provinciali alle dipendenze dei Prefetti. Con la legge Casati si istituì una scuola che rifletteva gli stessi privilegi della società: il liceo ginnasio per la borghesia (prevale la cultura umanistica-illuministica- aristocratica), la tecnica per i ceti medi (per rispondere alle prime richieste dell'industrializzazione), la elementare per il proletariato (2 anni gratuiti, ma a carico dei Comuni, già poverissimi). Si favorisce così una scuola classista.

Attorno al '900, l'Italia detiene il primato europeo di analfabetismo, pur avendo il primato delle Scuole Secondarie. 

Nel 1872, Pasquale Villari aveva detto: Che volete che faccia dell' alfabeto colui al quale manca l' aria, la luce, che vive nell' umido, nel fetore, che deve tenere la moglie e le figlie nella pubblica strada tutto il giorno? Se gli date l' istruzione, se gli spezzate il pane della scienza, come oggi si dice, risponderà come ho inteso io: Lasciatemi la mia ignoranza, poiché mi lasciate la mia miseria

Con questo modello per élites sarà d'accordo anche il vate liberale B. Croce: Noi preferiamo in fatto di scuola, a preferenza di sterminati eserciti di Serse, piccoli eserciti ateniesi e spartani, di quelli che vinsero l' Asia e fondarono la civiltà moderna.  La Riforma Gentile, Ministro per l'Istruzione del regime fascista, subordina la struttura scolastica alla versione idealista di cultura e di Stato, confermando la divisione tra scuola per pochi intellettuali dirigenti e per tanti lavoratori del braccio dipendenti. 

Bottai (1939), unificando la media inferiore, ribadiva: Una scuola per artigiane e artigiani deve soprattutto prefiggersi di radicare nei fanciulli e nelle fanciulle l' attaccamento alla tradizione di onestà e di lavoro della famiglia italiana. Non quindi una scuola che offra, sia pure involontario, incentivo alla gioventù di spostare la propria condizione sociale, ma che sia invece un più ampio cerchio familiare. Se un appunto può farsi all' attuale scuola di avviamento, è quello di alimentare, con briciole di cultura, illusorie ambizioni per un inserimento nel rango studentesco, che offra la fuga dal lavoro delle mani come prezzo di elevazione sociale. 

* Questo metodo di scolarizzazione impone la scuola statale a quella che già esiste. Nel 1864 la maggior parte degli istituti formativi per le classi meno abbienti erano espressione della attività educativa e caritativa delle Comunità e Congregazioni religiose cattoliche. Lo Stato inaugura un'unica forma di istruzione, nella quale contenuti e metodi sono quelli che si rifanno alla cultura del Risorgimento, alla luce del quale tutto il passato è valutato.

Ciò avviene a livello elementare , con una sola scuola in ogni paese o in paesi dello stesso comprensorio: sussidiari e programmi unificati, per la grande città come per lo sperduto paesino sardo o calabrese; insegnanti del Nord trapiantati nel Sud e viceversa, con la stessa facilità con cui si spostano i brigadieri o i funzionari delle Imposte; senza alcuna attenzione per le minoranze etniche e per le culture regionali, in un clima di "cuore" deamicisiano.

Ciò si perfeziona a livello di liceo classico, dove la scelta statalista della cultura antica propina la versione illuminista: non si capisce perché il greco e il latino si debbano imparare sbizzarrendosi nei capricci della mitologia greco-romana, invece che anche sui documenti della tradizione cristiana (come la Bibbia, i Padri e i teologi dei primi secoli). Su questo radicamento dell'identità nazionale nella tradizione romana pre-cristiana, si inserì la retorica del fascismo, al cui servizio verranno poste le energie intellettuali, morali, politiche e militari del Regime. 

* Sappiamo bene che - secondo un preciso progetto di Gramsci e con esiti ancor più devastanti - tale omologazione di carattere culturale è stato operato anche dalla cultura radical-marxista dopo la caduta del Fascismo fino ai giorni nostri, mediante l'occupazione degli strumenti formativi (scuola, editoria, ecc.) e dei mass - media (radio, TV, cinema, teatro, ecc.). 

Alla imposizione della monocultura dello Stato ha voluto reagire la legge 477 sulla Gestione sociale della scuola, negli anni della contestazione studentesca del '68: da una scuola per sudditi ad una scuola dei cittadini. Ma a causa del permanere di un preteso neutralismo, in nome della scientificità e dell'antifascismo, in funzione della produttività economica, a causa degli impacci burocratici che irrigidiscono i ruoli (insegnanti, genitori, studenti), non si è affatto dato soluzione soddisfacente al conflitto tra libertà di insegnamento e libertà di educazione, per inaugurare un modo nuovo e libero di elaborare e di trasmettere cultura.

La Riforma della scuola che muove i primi passi, intende capovolgere la logica monolitica e verticista, che ha dominato la storia della Pubblica Istruzione nel nostro paese fin dal tempo dell'Unità, e che ora viene sostituita da quella pluralista e policentrica dell'autonomia. Ormai il punto di riferimento dei nostri istituti scolastici non sarà più il farraginoso meccanismo burocratico che ancora subordinava ogni minima scelta alle lungaggini delle procedure a partire dal Ministero.

Ogni scuola avrà ampi spazi per gestire da sé le proprie risorse e il proprio lavoro, in rapporto "ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti". Ogni scuola potrà e dovrà sintonizzarsi con le comunità locali e con le persone concrete al cui servizio l'impresa educativa si svolge.

Il Collegio dei docenti, nel definire l'"offerta formativa", dovrà tener conto dei pareri e delle richieste delle associazioni, anche di fatto, dei genitori e degli studenti. Il ruolo delle famiglie cresce. Non si riduce come ancora accade, a seguire dall'esterno le vicende scolastiche dei figli, nella speranza di un esito positivo. Diventa ormai propositivo ed è destinato, se l'autonomia funzionerà, a influire sempre di più sulle scelte culturali ed educative. Non tutto è limpido nella Riforma prospettata.

Quali sono i contenuti delle finalità e obbiettivi di fondo del sistema educativo, che - al fine di scongiurare la frammentarietà e gli individualismi culturali e formativi - prevedono le nuove disposizioni generali? È certo che sarà più difficile limitarsi a denunciare il sistema.

È urgente più che mai che il soggetto educativo primario - la famiglia - sia consapevole del suo diritto alla libertà di educazione dei propri figli, secondo i princìpi ideali ed etici dei quali è portatrice (per la famiglia cristiana saranno quelli della concezione cristiana della persona); e, con tale consapevolezza, sia presente e attiva negli organismi di partecipazione con capacità propositiva, al fine di garantire per tutti un reale pluralismo culturale all'interno della singola comunità scolastica; e non rinunci a rivendicare - alla stregua di molti altri paesi europei e attuando correttamente il principio di sussidiarietà - una equa soluzione all'annoso problema del pluralismo delle scuole, con la reale possibilità all'iniziativa di base di istituire scuole "libere". 

d) La questione meridionale.

La storiografia laicista ha inflitto una sorta di damnatio memoriae sul Meridione d'Italia prima dell'Unità Nazionale. Perfino Benedetto Croce non è esente da colpe in questa vergognosa censura ideologica. *Per la verità, per le dure condizioni sociali in cui vivevano, gli Stati Borbonici avrebbero dovuto progettare una qualche forma di federazione, che consentisse loro di adeguarsi ad una economia che andava organizzandosi non più a livello provinciale.

Ma questo ritardo non deve far velo alla verità: si riconosca agli Stati Borbonici di allora una dignitosa struttura, una ricca e articolata vita culturale, sociale e politica. Basti un esempio. A Campobasso (dove soltanto una quindicina di anni fa la Repubblica Italiana - erede dello Stato Unitario liberal borghese - ha fondato una Facoltà di Scienze dell'Alimentazione!), durante il Regno Borbonico esistevano cinque Istituti Universitari liberi, protetti dalla Corona.

Particolare molto curioso: la loro esistenza risulta soltanto dagli archivi delle parrocchie nelle quali le università risiedevano (perché allora si usava segnare il giorno in cui gli studenti avevano soddisfatto al precetto pasquale). Infatti, le Carte d'Archivio di tali Istituti Universitari, custodite nel vasto Archivio Nazionale di Napoli, sono sparite: la sala che le custodiva venne centrata dal cannoneggiamento delle truppe alleate americane su una città ormai del tutto indifesa.

Guarda caso, il direttore dell'Archivio era allora Benedetto Croce. Fu un puro caso? La storiografia liberal borghese considera sovversione e banditismo ogni forma di resistenza al tentativo di identificare con lo Stato la vita e la società del meridione, la cui gente ha sentito tutto questo come intollerabile imposizione. Le esigenze di espansione della struttura neo-industriale del Nord sovvertirono brutalmente la elementare struttura agraria del Sud: dal 1880, centinaia di migliaia di italiani si trovò di fatto obbligata ad una biblica emigrazione all'estero, come mai era accaduto fino allora. 

*Le angherie di uno Stato, che si impone come detentore di tutti i diritti e i doveri della società e risponde a tutti i bisogni, non si verificarono soltanto nel meridione e in quei tempi. A questo proposito, si veda una recente documentazione: Massimo Viglione, Rivolte dimenticate. Le Insorgenze degli italiani dalle origini al 1815, pp 344, Città Nuova 1999, Collana "I volti della storia", 1. A 200 anni dalla più tragica ed eroica guerra insurrezionale che abbia mai coinvolto l'Italia, la prima ricostruzione puntuale e complessiva. Ricordiamo l'espressione di papa Pio XI: Di fronte a questo Stato onnipotente ed inefficiente , noi siamo una massa di individui isolati. (Quadragesimo anno, 1931).

e) Contenimento della libertà della Chiesa e interferenza in essa.

La presenza pubblica più che millenaria della tradizione cristiana nel cattolicesimo popolare rappresenta la più temibile resistenza all'invadenza di questo Stato, che si concepisce e decide come unico soggetto culturale , sociale e politico. In nome della "separazione della Chiesa dallo Stato", lo Stato tenta in ogni modo di arginarla e di indebolirne l'influenza. Si afferma che la famiglia è "cellula fondamentale della società", ma la si guarda con sospetto perché istituzione di carattere tradizionale. Essa comunque sta del tutto fuori dalla scuola (fino alla legge 477 sui Decreti Delegati degli anni '70), alla quale consegna i figli, perché lo Stato li educhi secondo la cultura del padrone di turno. 

* Pesantissima l'influenza nella vita ecclesiastica, motivata dal fatto che il Papa, dopo la presa di Roma (1890), dichiaratosi prigioniero in Vaticano, non riconosce minimamente la struttura statale che si è instaurata contro la posizione ecclesiale e la tradizione popolare italiana.

Lo Stato si riserva di intervenire nella stessa nomina dei Vescovi: il Papa può scegliere soltanto tra una terna di nomi presentati dal Re. Se la Santa Sede non li gradisce, le cose si trascinano per anni. Esempio tipico di questo costume è la vicenda accaduta all' Arcivescovo di Milano, Cardinale Ballerini, presentato come primo della terna a Roma quando a Milano regnava Francesco Giuseppe.

Il Papa approvava la sua nomina e lo faceva cardinale; allora il presule si mise in viaggio alla volta di Milano. Durante questo tempo, si concluse la II guerra di Indipendenza e cambiò il padrone; Milano passò ai Savoia, e quindi regnava Vittorio Emanuele II, il quale denunciò questa nomina perché non compiuta da lui. Era necessario il placet regio perché un Vescovo potesse entrare in diocesi ed esercitarvi il suo potere religioso, così come era necessario l' exequatur (si esegua) affinchè le sentenze di carattere canonico emesse dai tribunali diocesani su tutti i problemi, compresi quelli dei processi sui matrimoni, potessero trovare esecuzione.

Dunque il Cardinal Ballerini non potè diventare Vescovo di Milano e neppure entrare in diocesi. La polizia impedì l' ingresso del Cardinale a Milano per 14 anni, la diocesi fu retta da un Vicario Capitolare, cioè nominato da Capitolo, mentre il Cardinale viveva a Seregno, dove fondò un collegio che porta ancora il suo il nome.

Finalmente un' intensa attività diplomatica trovò la soluzione: il Papa lo nomina Patriarca di Alessandria d' Egitto, una sede puramente nominale, per cui lascia la diocesi di Milano, che rimase così vacante. Venne allora nominato Arcivescovo di Milano Nazzari di Calabiana, presentato da Vittorio Emanuele II, un buon piemontese fedele alla dinastia, il quale era stato addirittura nominato Senatore del Regno, essendo vescovo di Saluzzo.

Egli, comunque, fu un ottimo Arcivescovo, nonostante il pesante condizionamento dei Savoia (Luigi Negri, False accuse alla Chiesa, Ed. Piemme 1998,pp 207s)..45 Quando Pio XI conclude i Patti Lateranensi con Mussolini (1929), almeno una decina di Vescovi sono in carcere: perché ritenuti sovversivi, perché hanno impedito ai carabinieri di entrare nelle chiese delle loro diocesi, dove si era rifugiata gente perseguita per reati comuni (secondo la extraterritorialità dei luoghi di culto, vanto della tradizione cattolica di tutta Europa).

Delle circa 300 diocesi, una cinquantina è senza vescovo, perché è in atto un contenzioso tra il Papa e la Corona. Del tutto mortificata la possibilità educativa della Chiesa, non essendole consentito di organizzare, a livello sociale, attività ricreative, culturali, associative. Non parliamo poi dell'ingente espropriazione dei possedimenti fondiari della Chiesa, valutata allora in 2.000 milioni di lire oro. Del resto, girando per l'Italia salta all'occhio di tutti che molti luoghi pubblici - dalle prefetture ai tribunali - sono state costruzioni religiose confiscate dallo Stato Unitario. 

A livello europeo ed internazionale

Dalla Rivoluzione Francese sino alla 2 a Guerra Mondiale (1939-1945), assistiamo al dilatarsi e alla graduale attuazione di un'idea di Stato sostanzialmente totalitario, fino a modificare assetti secolari, ridisegnando le carte geografiche e politiche d'Europa e del mondo. 

a) La politica degli Stati. 

* Le rivoluzioni liberali e borghesi nell'Europa continentale, le alleanze e le contrapposizioni tra i vari Stati nazionali che si vanno istituendo, sono determinate da questa logica: stabilire un equilibrio di potere all'esterno, per consentire all'interno l'affermarsi di uno Stato assoluto, al fine di permettere agli Stati d'Europa di spartirsi a loro volta il mondo. Dalla metà del XIX secolo fino alla 2 a Guerra Mondiale fa scuola la real politik del cancelliere Bismarck (1815-1898), che - con una manovra ancor più radicale di quella italiana - attua l'unificazione della Germania attorno alla Prussia, mortificando autonomie politiche e diversità culturali secolari.

È una logica nella quale la politica è considerata realtà del tutto autonoma dai valori spirituali ed etici, che mirando unicamente al massimo profitto possibile. La Duplice Intesa, la Triplice Alleanza, i vari Patti tra Stati (e relativi giri di walzer, dei quali l'Italia è stata maestra) tendono a stabilire equilibri sempre meno negativi tra vari Stati europei, ciascuno dei quali resta tendenzialmente totalitario. È ancora all'interno di questa logica che nasce il colonialismo. L'Europa che può ormai esercitare una obbiettiva influenza oltre i suoi confini, incrementa le economie nazionali contendendosi le risorse dell'Africa e dell'Asia. D'altra parte, a partire dalla 1 a Guerra Mondiale (1915-1918), si affaccia in Europa la potenza degli Stati Uniti d'America.

 * Si può dare qualche esempio dell'attuarsi di tale implacabile logica. - All'interno dello scossone provocato in Europa dalle guerre napoleoniche, nel 1806 l'imperatore d'Austria Francesco II depone spontaneamente (?) il titolo di Imperatore del sacro Romano Impero, per assumere quello più umile di Imperatore d'Austria (e d'Ungheria dal 1856).

Per mantenere il trono, si paga così lo scotto alla rivoluzione liberal borghese, ponendo fine all'idea del sacro Romano Impero della nazione tedesca, che aveva sempre rappresentato una realtà sovranazionale con profonde radici culturali ispirate al cattolicesimo La 1.a Guerra Mondiale cancellerà del tutto dal panorama europeo anche l'ultima potenza con residui di ispirazione cattolica, che nella persona del monarca unificava lo Stato d'Austria e di Ungheria. - Dal 1790 al 1810, la dichiaratamente Polonia cattolica ha subito una triplice progressiva spartizione. Papa Wojtyla ci ha spesso ricordato che la Polonia sparì come Stato, ma non come popolo e cultura, che non sono riducibili al territorio.

Ancor più interessante notare che, ad accordarsi sulla spartizione di un paese particolarmente resistente ad una concezione assolutistica della politica, furono uno Stato cattolico (l'Austria), uno protestante (la Prussia), uno fondato su una autocrazia di tipo bizantino (la Russia). 

Evidentemente la comune ispirazione cristiana di queste diverse nazioni non ha influito gran che sulle decisioni politiche, che ormai vengono prese unicamente secondo il criterio della convenienza politica. Anche la storiografia più recente laica e liberale concorda nel notare come dato costante lo scollamento degli Stati Costituzionali che si formano e il paese reale dei popoli e delle nazioni. A guidare tale processo è ormai la classe liberal-borghese (il "terzo stato" della Rivoluzione francese), la cui egemonia è assicurata dal fatto che è la protagonista della rivoluzione industriale. 

b) I sistemi totalitari.

Nell'Europa agli inizi di questo secolo, si può dire che esistevano ormai tutte le condizioni culturali perché lo statalismo, nei singoli stati come nelle loro politiche estere, facesse quel salto di qualità rappresentato dall'avvento dei grandi sistemi totalitari: marx-leninismo, nazional-socialismo, fascismo. 

* L'esca perché si affermi la suprema statolatria è stata certamente l'assommarsi di numerose circostanze socio-economiche e dei condizionamenti culturali e psicologici dei singoli protagonisti. Ma non c'è dubbio sulla perfetta coerenza teorica che porta un progetto socio-politico ideologico ad una struttura, che esprime con tutta evidenza teorica e forza pragmatica quella statolatria, la cui egemonia non accetta più alcuna gradualità di attuazione o qualsivoglia resistenza culturale o opposizione democratica. In Russia, assistiamo all'orrenda fine della dinastia zarista, travolta dai disastrosi esiti della 1.a Guerra Mondiale e prima ancora da quella contro il Giappone.

Si era logorata la effettiva capacità di presa nel popolo da parte della reggenza politica. Ma la Rivoluzione di Ottobre per l'impulso di Lenin è stata preparata - a lungo e con intelligenza - prima con la diffusione delle idee illuministe e poi del materialismo storico dialettico di Marx. In Germania, a causa delle pesanti condizioni imposte dalla sconfitta della 1.a Guerra Mondiale, l'economia è sull'orlo dello sfascio per tre o quattro anni e a poco valgono tentativi di stabilizzazione come la Repubblica di Weimar.

Ma a far spazio al demone nazista in un popolo non certo incivile, è indubbio siano stati lo storicismo dialettico di Hegel (1770-1831)e il "superuomo" e la "volontà di potenza" di Nietzsche(1844-1900). Analogamente in Italia, non bastano la crisi del parlamentalismo e tante altre concomitanze di natura socio-economiche a spiegare l'avvento del Fascismo. La scimmiottatura dell'Impero Romano è stata giustificata teoricamente dallo storicismo idealista di G.B. Vico (1668-1744), di B.Croce (1866-1952), e più ancora di G. Gentile (1875- 1944). 

* Tra l a e la 2 a Guerra Mondiale, su questi fatti e aspirazioni, si inseriscono con esiti drammatici - talora come effetti, talora come cause -movimenti e dottrine che hanno in comune. la dottrina della realtà, la dottrina del partito, la dottrina del capo. Marxismo, nazionalismo e fascismo ritengono che la realtà fondamentale, la verità della storia, non si esprime ugualmente in tutti, ma in alcuni più in altri meno.

Quelli in cui si esprime maggiormente sono gli uomini del Partito. Inoltre c'è uno al quale la realtà fondamentale si esprime con tutta chiarezza e coscienza, con tutta precisione e decisione: è il Capo; egli anzi si identifica con la realtà fondamentale: ne è la coscienza e la volontà, così che il suo giudizio è la verità, la sua decisine è il bene, la sua valutazione estetica è il bello, ecc. Per conseguenza quelli che sono in contrasto col Capo sono in contrasto con l'Essere e quindi sono nel nulla, sono in contrasto col vero e quindi sono nel falso, sono in contrasto col bene e quindi sono nel male, sono in contrasto col bello e quindi sono nel brutto, ecc.

Di fronte a un constatazione di tal genere non rimangono che due possibilità: o convertirsi o scomparire. Vediamo qualche esempio: secondo la concezione nazista la realtà fondamentale è il sangue tedesco; il bene supremo è che esso rimanga puro. Tutto ciò che contribuisce a tal fine è bene, ciò che lo ostacola è male. Le altre entità biologiche valgono nella misura in cui servono al sangue tedesco; non valgono nella misura in cui ne sono estranee o vi si oppongono.

E, poiché il sangue che costituzionalmente si oppone al sangue tedesco è quello ebraico, occorre innanzitutto sterminare la razza ebraica. Il sangue tedesco poi non si trova con ugual purezza in tutti: quelli che lo posseggono in grado più puro sono i membri del partito. Soprattutto c'è uno - il Fuhrer - che lo possiede pienamente; in un certo senso egli si identifica con lui e ne costituisce la coscienza e la volontà.

Egli è quindi il sangue tedesco e quindi la realtà: egli conosce le esigenze del sangue tedesco e quindi è la verità, egli vuole il trionfo del sangue tedesco e quindi è la moralità, ecc. Di qui un'essenziale subordinazione di tutti i popoli alla Germania e nella Germania un'essenziale subordinazione di tutto al Fuhrer. Le stesse cose si possono dire - coi temperamenti dovuti al diverso carattere latino e germanico - del fascismo: la realtà fondamentale è la Nazione-Stato italiana; essa ha quindi un'insostituibile missione di guida del mondo.

La Nazione-Stato italiana si esprime diversamente nei singoli portatori della nazionalità italiana. Soprattutto si esprime perfettamente nel Duce del Fascismo. Altrettanto va detto della concezione marx-lenino-stalinista. A partire soprattutto dalla vigilia della 2.a Guerra Mondiale, si fa avanti a poco a poco la persuasione che la realtà fondamentale - quella economica - si esprime soprattutto nel Partito Comunista e nella Russia; anzi soprattutto si esprime nel Capo del Comunismo, ossia in Stalin.

Di qui allora la negazione dell'uguaglianza dei popoli, l'affermazione della funzione messianica di un popolo, di un gruppo, di un uomo; conseguentemente abbiamo la negazione del valore personale di ogni portatore della natura umana; soprattutto la negazione della libertà, della democrazia, ecc. Di qui l'esaltazione della lotta e della guerra. 

*Questi sistemi totalitari hanno esercitato una presa sul contesto culturale e sociale talmente forte, da raggiungere in qualche modo il livello di una fiducia religiosa, come ebbe a dire Pio XI: La provvidenza mi ha mandato a guidare la Chiesa in una situazione in cui si stanno creando nuovi idoli e nuovi idolatri. Essi si sono andati configurando come imperialismi anche a livello internazionale, tesi com'erano a spartirsi il mondo a partire dalla occupazione militare dell'Europa.

Soltanto in questi tempi si tenta di quantificare le vittime che hanno procurato (cfr. le Letture in appendice). Il conflitto tra Germania Nazista e Russia comunista porta alla 2.a Guerra mondiale, dopo la breve intesa al fine di spartirsi la Polonia. Al termine di essa troveremo un'Europa del tutto diversa. Con un equivoco: uno dei vincitori militari - la Russia comunista - ha però sostanzialmente perso la battaglia ideale come ideologia totalitaria. È questo che in gran parte spiega tutto ciò che è avvenuto in Europa dal 1945 al 1989, caduta del muro di Berlino. 

*Sorge una più che lecita domanda: come mai l'Europa liberal-borghese, i paesi eredi della filosofia della libertà e dello Stato di diritto, le democrazie d'Inghilterra, Belgio, Francia, delle nazioni balcaniche, ecc. non hanno opposto valida resistenza alla marcia imperiosa dei totalitarismi teorici e pratici?

Le resistenze ad essi, infatti, furono in verità assai deboli e comunque inefficaci. Ma non soltanto per la virulenza dei sistemi polizieschi, che seppero reprimere, esiliare, eliminare gli oppositori. Soprattutto perché la matrice culturale ed etica di fondo era omogenea a quella che porterà il totalitarismo di Stato a livelli evidentemente disumani, ma condannabili solo come esagerazioni, esasperazioni, patologie di un corpo culturale e politico sostanzialmente sano.

Si spiegherebbe così come mai il rapporto dell'Europa liberal-borghese dei proprietari delle materie prime, dell'industria europea con i Regimi totalitari sia stato di confusa tolleranza, poi di comprensione benevolente e silenziosa e non di raro di fiancheggiamento interessato (si ricordi che, fino alle soglie della 2.a Guerra Mondiale, la politica inglese era alleata con il Fascismo contro Hitler, perché il Fascismo rappresentava la faccia tollerabile e trattabile del Nazismo).

In realtà, le stragi più folli di questi regimi (non ultimo quello dei Kmer rossi in Cambogia) vanno considerate il frutto maturo, le estreme conseguenze - nere e rosse che siano - di quella cultura rinascimentale e illuminista, laica e laicista, che arriverà a proclamare la "morte di Dio" (Nietzsche) e quindi a non porre limiti allo strapotere dell'uomo autosufficiente, scimmia di Dio, da lui escluso nella costruzione della "città terrena" in opposizione alla "città celeste" (che è quella, secondo Agostino, che fa posto a Dio). Dirà Dostoievskij : Se Dio non esiste, tutto è permesso.

Che sia così incominciò a dimostrarlo Valentino Borgia, il "Principe" di Machiavelli, per il quale in politica "il fine giustifica i mezzi" (non a caso Gramsci sceglierà come definizione del partito comunista il "Nuovo principe"). Né dobbiamo dimenticare che le stragi del nostro secolo sono derivate in via diretta dalla filosofia di I. Kant (1724-1804), "nella cui opera sono armonizzati e svolti il filone illuminista inglese.., quello francese., e la grande tradizione filosofica tedesca"(M. Monati, "Illuminismo", in Enciclopedia di filosofia, Milano 1981, p 426).

Senza la "dialettica" di Hegel (1770- 1831), unita al materialismo di Feurbach (1804-1872), il materialismo dialettico di Marx (1818-1883) non sarebbe stato nemmeno concepibile (e invece arriverà a considerare "la violenza come levatrice della società nuova"). Allo stesso modo, senza la concezione dello Stato elaborata da Hegel, e senza la diffusione a tutti i livelli delle idee di Nietzsche, non si sarebbe potuto far abbracciare nel giro di appena qualche anno a un popolo altamente civile come quello tedesco, la spietata "volontà di potenza" nazista e il folle mito del "superuomo".

È il caso invece di ricordare che, ad arginare e debellare il mostro del totalitarismo che si aggirava in Europa, si affaccia per la prima volta sulla ribalta europea la potenza degli Stati Uniti d'America. Non che ogni suo comportamento e finalità fosse del tutto innocente e disinteressato. Ma certo, a motivare l'impegno americano contro il nazismo prima e lo stalinismo poi, non è estraneo il fatto che la cultura americana prima della 2.a Guerra Mondiale si radicava ancora in quella esperienza religiosa, che salvava la libertà di coscienza nell'individuo e dei gruppi sociali: essa aveva spinto i quaccheri ad emigrare nel nuovo continente e aveva in qualche modo immunizzato quella società dai veleni totalitari che da secoli permeavano la cultura europea. 

La dottrina sociale della Chiesa

Sul piano della sostanza, tra totalitarismo teorico e la prassi dei dittatori la differenza non è qualitativa, ma soltanto quantitativa, anche se sul piano immediato le diversificazioni sono imponenti. Soltanto il Magistero sociale della Chiesa, dall'inizio del nostro secolo, punterà l'indice su questo tragico equivoco. Basterà tener presente la splendida introduzione alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II (1991), per rendersi conto dell'innegabile merito storico che ha avuto l'insegnamento sociale della Chiesa: la sua fu la reale cultura alternativa a quella dello statalismo nazionale e internazionale che ispirò sia la dittatura del proletariato come quella del Reich.

Quella dei pontefici non fu certo una potenza politica e militare. Quante divisioni ha il Papa? Esclamò sprezzatamente Hitler, subito dopo che il Ministro degli Esteri Von Ribbentrop aveva siglato il "Patto d'acciaio" con il Trattato di Monaco, nel quale si ratificò la spartizione della Polonia fra Russia e Germania. Fu una forza di carattere culturale, perché vi era sottesa un'altra concezione della persona e della vita, della famiglia, un altro modo di affrontare i problemi sociali e politici (un diverso rapporto e società e Stato, tra Stati).

Una concezione ispirata alla fede che riconosce ogni uomo come creatura di Dio, interlocutore responsabile dei suoi atti, soggetto a cui è affidato il compito di rinnovare se stesso e la società. Quella dei Pontefici fu una battaglia epocale, sostenuta in difesa della libertas Ecclesiae di svolgere la sua missione, ma anche in difesa dell'irrinunciabile libertà di coscienza di ogni uomo; quella che la tradizione cattolica del Medio Evo cristiano aveva garantito, arrivando a teorizzare la liceità dell'uccisione del tiranno in quanto oppressore della libertà popolare.

Non abbiamo preferenza per nessuna forma istituzionale, né per quella monarchica, né per quella repubblicana in astratto, ma diamo la nostra preferenza per quelle forme istituzionali che servono effettivamente il bene comune. Così scriveva Leone XIII nel 1888 (a solo diciotto anni della presa di Roma) nella Enciclica Immortate Dei sulla Cristiana Costituzione degli Stati.

Per la Chiesa, uno Stato imposto con la forza, ma che serve realmente il bene comune, è più legittimo di quello che - pur provenendo da una legittima linea di sangue (stabilire la quale fu il grande problema delle dinastie moderne) - nega la libertà della persona e dei popoli. Lo stesso Pontefice - in una non pubblicata postilla autografa alla stessa enciclica - afferma che perché il Sovrano Pontefice possa esercitare la sua funzione religiosa e spirituale nel mondo, gli basterebbe uno Stato che avesse come perimetro quello di uno studio privato, purché ne abbia le strutture adatte. È l'idea sottesa anche ai Concordati e ai Patti Lateranensi. 

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