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INTRODUZIONE.........................................................pag. 1
LE CONSEGUENZE CULTURALI DELLA NOVITÀ CRISTIANA ......pag. 2
IL CRISTIANO NEL MEDIOEVO  ......................................pag. 3
LA RIFORMA ............................................................pag. 4
TRE FATTI CHE REALIZZANO LA MODERNITA' ....................pag. 5
IL CRISTIANO NELL' ETÀ DEI TOTALITARISMI.....................pag. 6
LE STRAGI ANTICRISTIANE...........................................pag. 7

Centro Culturale s. Protaso-Milano
Appunti di Storia della Chiesa
5 incontri introdotti dal PROF. DOTT. DON LUIGI NEGRI
dell'Università Cattolica di Milano
Ottobre 1998.

Le stragi

LA STRAGE RIVOLUZIONARIA DELLA VANDEA. 

Con il titolo "Le radici del totalitarismo", Nicola Celora riporta su "Documenta" (settembre 1998) le riflessioni di Eugenio Corti, l'autore di "Cavallo rosso" (Ares, 1983), di "Il fumo nel Tempio" (Ares, 1996) e di "La terra dell'indio" (Ares, 1998). Si documenta l'entità delle stragi del XX secolo e "la responsabilità della cultura occidentale". In particolare, il nesso tra quanto è avvenuto sotto il comunismo, il nazismo, e il loro tragico precedente della Vandea, sul quale è sempre calato un silenzio non certo innocente.

Delle enormi stragi perpetrate dai comunisti e dai nazisti nel corso del nostro secolo (in assoluto il più omicida della storia) abbiamo già parlato in precedenti saggi e articoli. Ne abbiamo anche esaminate le caratteristiche, e le affinità tra loro: diamo quindi quelle stragi per conosciute dai nostri lettori. Qui ci limitiamo a riepilogarle con riferimento al numero delle vittime. 

STRAGI COMUNISTE

Vittime dichiarate dai responsabili diretti. In Russia c' è stata un' unica dichiarazione nel 1942 da parte di Stalin a Churchill, il quale la riporta nella sua opera La seconda guerra mondiale: "Dieci milioni (di contadini, al tempo della collettivizzazione della terra - N.d.R.) - rispose Stalin alzando entrambe le mani: - fu una lotta terribile che durò ben quattro anni.più terribile di quella contro i nazisti" In Cina si è avuta l' 8 ottobre 1971 una dichiarazione di Mao Sedong all' imperatore d' Etiopia Hailé Sellassié in visita ufficiale a Pechino: Mao affermò che il costo in vite umane "delle vittorie del socialismo" dal 1949 (anno della proclamazione della repubblica popolare cinese) era stato di "cinquanta milioni di morti".

Turbato Hailé Sellassié (il quale, ricordiamolo, sarebbe stato dopo qualche anno ucciso a sua volta dai rivoluzionari etiopici) "fece notare che tale cifra rappresentava il doppio della popolazione dell' Etiopia; ma soltanto una percentuale di quella della Cina, precisò Mao" (C. e J. Broyelle, Apocalypse Mao, Grasset, Parigi, 1980). 

CIÒ CHE E' REALMENTE ACCADUTO 

Se esaminiamo quanto è accaduto con obbiettività (senza cioè lasciarci sconcertare dall' orrore per l' enormità di sofferenze, strazio e sangue di povera gente, che ha comportato) dobbiamo anzitutto constatare che entrambe le cifre sono molto al di sotto della realtà. In Unione Sovietica infatti la lotta (guidata da Stalin) ai contadini piccoli proprietari ("dekulakizzazione") comportò nel 1929 e 1930 la deportazione-sterminio di 10 milioni di kulaki, più 5 milioni di subkulaki, cui seguirono 6 milioni di morti di fame nella conseguente carestia "artificiale" del 1931-32 (con molti casi di cannibalismo).

Vennero dunque sacrificate complessivamente 21 milioni di persone. Bisogna dire che questa fu la maggiore di tutte le "repressioni" effettuate in Unione Sovietica. L' avevano però preceduta altre "repressioni" con molti milioni di vittime, tra cui, sotto la guida di Lenin, quella (fra il 1918 e il 1921) delle classi considerate più propriamente "sfruttatrici", ossia nobiltà, clero e borghesia; e dopo il 1921 la "repressione", sempre guidata da Lenin, dei cosiddetti "piccoli-borghesi" (analoghi ai nostri socialdemocratici).

Una volta collettivizzati i contadini, in Unione Sovietica non esistevano più classi "sfruttarici", per cui (1936, anno della ' nuova costituzione staliniana' ) Stalin cessò le "repressioni" e passò alla ' epurazione' sistematica di tutti gli strati della società, inclusi quelli comunisti alti e bassi. Anche al vertice la violenza fu tale che delle 31 persone che dal 1919 al 1938 avevano fatto parte dei ' politburo' di Lenin e di Stalin, 19 vennero fucilate, 2 si suicidarono, 4 morirono di morte naturale, solo 6 sopravvissero a Stalin.

Dei comunisti di rango minore nel solo 1937 ne vennero fucilati 400.000. Ci si immagini cosa dovette subire il resto della popolazione. In parallelo alle fucilazioni anche i lager (col loro ingente stillicidio di morti) vennero moltiplicati fino a contenere 15milioni di persone. Quante furono in totale le vittime in Unione Sovietica?

Lo si sapeva già da tempo, e se ne conosceva la documentazione, comunque il 28 ottobre 1994 in un discorso al Parlamento russo (Duma) Solgenitsin ha affermato che furono 60milioni: nessuno, sia in Parlamento che fuori, ha sollevato obiezioni. 

Veniamo alla Cina.

Avvertiamo che in merito disponiamo di dati molto meno dettagliati che per la Russia. In ogni caso gli stermini in quel paese sono da raggruppare in tre grandi periodi. Anzitutto dal 1949 al 1958 ci furono le "Campagne di liquidazione politica", ossia d' eliminazione degli avversari (soprattutto nazionalisti vinti): secondo diverse fonti decine di milioni di persone.

Nel 1959 ebbe inizio, col "grande balzo in avanti", il secondo e massimo sterminio, nel corso del quale i contadini vennero espropriati e costretti nelle "Comuni popolari" (notizia questa che produsse un' incredibile esaltazione nei nostri intellettuali di sinistra).

In realtà "nel 1960 il raccolto mancò in circa 60 dei 105 milioni di ettari messi a cultura", il che provocò la più terribile carestia della storia (anche questa dunque "artificiale"). Secondo il grande sinologo Lazlo Ladany (che fu per decenni redattore a Hong Kong del notiziario China News Analisys da cui hanno sempre attinto materia praticamente tutti i grandi giornali occidentali) tra il 1959 e il 1962 i soli morti per fame furono 50milioni. In Occidente questa cifra venne (e viene tuttora) tenuta nascosta dalla grande stampa.

  Il terzo enorme sterminio in Cina è legato alla "Grande rivoluzione culturale proletaria" che ebbe inizio nel 1966 e si trascinò in vario modo fino al 1976, anno della morte di Mao. Quante furono complessivamente le vittime del comunismo in Cina? Riteniamo che, in mancanza di dati precisi, meglio d' ogni altra cosa ce lo indichi un' importante studio demografico (di Paul Paillat e Alfred Sauvy sulla rivista Population nel 1974) pubblicato a Parigi dopo che Pechino ebbe finalmente resi pubblici i dati statistici relativi alla popolazione: nelle statistiche cinesi risultavano con chiarezza mancanti 150milioni di persone.

Seguirono altri studi demografici, che confermarono, e misero in luce importanti particolari. Interpellato in merito, il sinologo Lazlo Ladany ha risposto di ritenere la cifra di 150milioni corrispondente a realtà, "anche se non è possibile darne dimostrazione". Circa le stragi verificatesi in Cambogia (dove dal 1975 al 1978 vennero dai "Khmer rossi" fatte morire 2milioni di persone, cioè in soli tre anni circa un terzo dell' intera popolazione) riferiremo meglio più avanti.

Negli altri paesi in cui i comunisti hanno preso il potere si ebbero (secondo il recente calcolo minimale di S. Curtois, Le livre noir du communisme, Laffont, Parigi 1997): in Corea del Nord 2milioni di vittime, in Viet Nam 1milione, nell' Europa dell' Est 1milione, in Africa 1.700.000, in Afganistan 1.500.000

STRAGI NAZISTE

Hanno comportato un numero inferiore di vittime, non perché i nazisti fossero meno disposti a uccidere dei comunisti (se mai è vero il contrario), ma semplicemente perché i nazisti sono stati presenti sulla scena della storia soltanto per dodici anni, dal 1933 al 1945, e in tale breve periodo li ha impegnati sopra ogni altra cosa la conduzione della guerra. In quei dodici anni, oltre all'' olocausto' universalmente noto di 6milioni d' ebrei, essi hanno operato parecchi altri stermini.

Ci riferiamo all' eliminazione dei cittadini tedeschi malati irrecuperabili, a quella degli zingari, ai 3milioni di civili polacchi non ebrei, ai molti più milioni di civili russi, anche donne, soppressi durante l' occupazione nazista, nonché ai militari russi prigionieri (anch' essi quindi divenuti inermi), dei quali su un totale di 5.754.000 ben 3.700.000 sono stati fatti morire nei lager germanici, soprattutto di fame, talvolta col conseguente terribile fenomeno del cannibalismo.

Il totale delle vittime dovrebbe assommare ad alcune decine di milioni. (Per quanto ne sappiamo noi non esistono al riguardo statistiche attendibili: dei crimini nazisti infatti i mass media occidentali parlano si può dire ininterrottamente da più di cinquant' anni, ma purtroppo quasi sempre in via strumentale, cosicché non vediamo come se ne possano trarre dati certi).

Si pone la domanda: nel corso della storia moderna ci sono stati altri episodi di stragi similari, vogliamo dire aventi le stesse caratteristiche di quelle comuniste e naziste? La risposta purtroppo è affermativa: troviamo infatti un episodio con caratteristiche a tal punto simili, da essere intercambiabili con quelle comuniste e naziste. Esso ha avuto luogo durante la rivoluzione francese in terra di Vandea.

UN PRECEDENTE: L' EPISODIO VANDEANO 

Oggi ne possiamo parlare con aderenza alla realtà solo perché, in occasione del secondo centenario della rivoluzione francese (anno 1989), accanto alle solite scontate celebrazioni, sono inaspettatamente uscite in Francia alcune opere obiettive, che ci consentono di avere sotto gli occhi ciò che è realmente accaduto.

Delle cause che stanno all' origine dell' episodio vandeano, ci limitiamo a ricordare per sommi capi soltanto le maggiori, e cioè: le idee illuministe ispiratrici della rivoluzione francese; l' emanazione da parte dell' autorità rivoluzionaria, nel luglio 1790, della "Costituzione civile del Clero", assolutamente inaccettabile per i credenti; infine l' esecuzione nel gennaio 1793, mediante ghigliottina, del Re di Francia Luigi XVI, inaccettabile per i patrioti vecchia maniera e per i popolani in genere. Già nel 1792 si erano avuti in parecchie zone della Francia di moti popolari.

Nel Febbraio 1793 l' ordine del governo rivoluzionario di una leva di 300.000 uomini, ha fatto precipitare la situazione in Vandea. Un grande numero di richiamati si è infatti dato alla.52 macchia (noi italiani abbiamo sperimentato un fenomeno analogo nel corso di questo secolo, in occasione delle leve della repubblica sociale fascista).

La superficie della Vandea era di circa di 10.000 chilometri quadrati, la popolazione di 815.000 abitanti. I ribelli vandeani, uomini molto valorosi, e fin da principio ben organizzati, hanno battuto uno dopo l' altro i reparti dell' esercito repubblicano presenti in loco o inviati da Parigi, e conquistato per intero (= liberato) il proprio territorio. Successivamente le forze soverchianti inviate da Parigi hanno rovesciata la situazione. In quei mesi imperversava in Francia il terrore giacobino, con alla testa Massimiliano Robespierre, il quale dominava nella Convenzione, cioè nella suprema direzione rivoluzionaria.

Quale fosse la situazione la spiega bene il contemporaneo Babeuf: "Bisogna assolutamente creder verissimo quando (la Convenzione) dice che Robespierre era più forte lui solo di tutti i membri riuniti, e che (la Convenzione) era giunta a tale stadio di bassezza e di viltà da pensare solo attraverso il suo padrone, che voleva tutto quanto egli voleva, che approvava tutto senza dire parola, per paura di essere colpita dal duro staffile che aveva avuto la vergognosa debolezza di mettere nelle sue mani"

Questo è già un anticipo molto aderente, anzi una fotografia, della situazione instauratasi poi in Unione Sovietica al tempo di Stalin. Ottenuta la vittoria, i giacobini non pensarono affatto di limitarsi a castigare in modo più o meno esemplare i vandeani sconfitti: per costoro - esattamente come più tardi per gli avversari del comunismo in Russia, in Cina e altrove, e per gli antinazisti in Germania - non poteva esserci che l' eliminazione, lo sterminio.

E precisamente lo sterminio venne chiesto alla Convenzione di Parigi da alcune Rappresentanti (possiamo immaginarceli: i soliti elementi zelanti in questo genere di cose). Secondo Hantz, Garrau e Francastel: "La guerra sarà completamente terminata solo quando non ci sarà più un abitante in Vandea.Una volta dissolti completamente i nuclei di resistenza, si faranno in quel paese scorrerie di cavalleria, che ucciderà tutto ciò che incontrerà". Ancora Francastel: Bisogna "spopolare la Vandea". Non solo gli uomini devono essere eliminati, ma anche le donne "tutte mostri" in quanto "solco riproduttore di futuri briganti", così pure tutti i bambini (dalla Gazette Nationale del 23.2.794, Vol. 19, pag. 537). Di nuovo Hanz e Francastel: "La guerra finirà quando non vi sarà più un solo abitante"

Gaudin, che protesta, è interrotto e minacciato di sanzioni dai membri della Convenzione. Si intende dunque effettuare, né più né meno, il genocidio del popolo vandeano: qui, ovviamente, il richiamo al nazismo è il più appropriato. Venne dato ordine che in contemporanea allo sterminio si asportasse dal territorio tutto l' asportabile (come vedremo, si giunse anche allo sfruttamento dei cadaveri), dopo di che - utilizzando il materiale comburente inviato a tal fine da Parigi - doveva essere bruciato tutto il resto. Leggiamo nelle istruzioni impartite dal capo dei generali esecutori, Turreau, ai suoi luogotenenti: "Tutti i villaggi, tutti i borghi, le macchie e tutto quanto può essere bruciato, sarà dato alle fiamme"

Stabilito quanto sopra, si è proceduto all' esecuzione con tutti i mezzi allora disponibili, sostituendo tuttavia spesso, per risparmiare munizioni, lo sgozzamento all' uso delle armi da fuoco. Tra i sistemi impiegati spiccano comunque per originalità gli annegamenti in serie nel fiume Loira, e i rastrellamenti metodici da parte di grandi colonne armate, che marciando in parallelo attraverso il territorio da spopolare (diecimila chilometri quadrati, come si è detto) hanno provveduto ad uccidere tutti coloro che incontravano. Vediamoli in breve.

ELIMINAZIONE PER ANNEGAMENTO. 

Poiché " la santa madre ghigliottina è troppo lenta", e "fucilare è troppo lungo e si consumano polvere e pallottole, si è presa la decisione di metterne un certo numero in grandi battelli, condurli in mezzo al fiume...e là si cola a picco il battello. Questa operazione si fa ogni giorno". I disgraziati eliminati in tal modo venivano dunque soffocati mediante l' acqua: allora infatti non esistevano ancora i gas venefici come il Cyclon B, usato poi dai nazisti.

Tuttavia un farmacista di buona volontà di Angers, certo Proust, se ne mostrò precursore, presentando alle autorità una sua invenzione: una boccia contenente secondo lui "un lievito in grado di rendere mortale l' aria di tutta una contrada", che però, in una prova fatta con alcune pecore, non diede risultati. Comunque non si operava solo mediante l' affondamento di vecchi battelli, si procedeva anche, più sommariamente e celermente, col "battesimo patriottico", buttando in acqua le vittime a gruppi: "Quelli che scampano sono immediatamente ammazzati a colpi di sciabola" dalle barche circostanti. 

Dice il testimone Guillaume-Francois Lahemec: "All' inizio gli individui venivano annegati con i loro abiti, ma in seguito il Comitato (rivoluzionario di Nantes), spinto dall' avidità e dalla raffinatezza della crudeltà, spogliava dei vestiti quelli che voleva immolare alle diverse passioni che l' animavano. Bisogna anche che vi parli del "matrimonio repubblicano", che consisteva nel legare insieme, sotto le ascelle, un giovane e una giovane completamentre nudi, e precipitarli così nelle acque..".

Particolarmente auspicato era il "matrimonio" di preti legati a monache, o di individui appartenenti alla stessa famiglia.  Le persone annegate di cui venne preso il nome furono 4.800, ma le vittime complessive dovettero essere ben più numerose, se il capo del Comitato Rivoluzionario di Nantes, Carrier, si vantava di averne lui solo fatte annegare 2.800 (tra cui, in una sola notte, da quattro a cinquecento bambini sotto i quattordici anni). (Questi spietati annegamenti per ragioni politiche richiamano alla mente non solo i soffocamenti nazisti, ma anche la sconsolata tragedia dei trecentomila annegati del "boat people", o popolo delle barche in disperata fuga dal comunismo vietnamita sui mari d' Indocina). 

LE "COLONNE INFERNALI" 

In Vandea molto più produttivo di vittime fu però il sistema delle "colonne infernali", costituite da sei grandi formazioni armate che durante quattro mesi, a cominciare dal 17 gennaio 1794, rastrellarono in parallelo l' una all' altra tutto il territorio, nel quale la popolazione - dopo le sconfitte subite, ma anche in seguito alle solenni promesse di perdono con relative garanzie, fatte dai giacobini vincitori - aveva ormai cessata ogni resistenza.

La consegna del generale Grignon, capo della prima colonna, ai suoi soldati fu: "Vi do l' ordine di dare alle fiamme tutto quanto sarà suscettibile di essere bruciato, e di passare a fil di baionetta qualsiasi abitante incontrerete sul vostro passaggio. So che può esserci anche qualche patriota in questo paese; non importa, dobbiamo sacrificare tutto". L' ufficiale di polizia Gamet, che fa parte di un' altra colonna (comandata dal generale Turreau, capo dell' intera armata dell' Ovest), scrive in un rapporto: "Amey fa accendere i forni, e quando sono ben caldi, vi getta le donne e i bambini. Inizialmente si sono condannate a questo genere di morte le donne briganti" (cioè delle popolazioni insorte) "ma oggi le grida di queste miserabili hanno tanto divertito i soldati e Turreau, che hanno voluto continuare a questi piaceri.

Mancando le femmine dei monarchici, si rivolgono alle spose dei veri patrioti: A nostra conoscenza già ventitré hanno subito questo orribile supplizio". Un' altra testimonianza: "Una donna, travagliata dai dolori del parto, era nascosta in una casupola di La Nonette; dei soldati la trovarono, le tagliarono la lingua, le squarciarono il ventre, ne tolsero il bambino con la punta delle baionette. Si sentivano da un quarto di lega le urla di quella disgraziata". Notizie da un' altra colonna: "Dovunque passiamo, portiamo la morte. L' età, il sesso, niente è rispettato. Non abbiamo visto un solo individuo senza fucilarlo". 

Il chirurgo Thomas scrive: "Ho visto centocinquanta soldati maltrattare e violentare donne, ragazzine di quattordici e quindici anni, massacrarle subito dopo, e lanciare di baionetta in baionetta teneri bambini rimasti a fianco delle loro madri giacenti a terra". Beaudesson, reggente della sussistenza militare, che ha seguito la colonna Bonnaire, riferisce: "La strada da Vihiers a Cholet era ricoperta di cadaveri, alcuni morti da tre o quattro giorni, e altri appena spirati. Dovunque i campi vicini alla strada maestra erano coperti di vittime sgozzate". Alla fine dei grandi rastrellamenti non manca chi si vanta delle stragi compiute, così Bourbotte e il generale Turreau: "Si farà molto cammino in queste contrade prima di incontrare un uomo o una capanna. Ci siamo lasciati indietro soltanto cadaveri e rovine". 

Tuttavia, grazie alla presenza di grandi e intricati boschi, non pochi sono i sopravvissuti: in certe zone costoro, dopo il passaggio dei carnefici, si riunivano nei villaggi devastati a pregare per i morti. A tal fine "tutte le sere hanno luogo adunate popolari per dire i rosario: gli abitanti sono convocati per mezzo di un corno o di una cornamusa". Disponiamo di altre relazioni di atroci massacri, che risparmiamo al lettore. 

SFRUTTAMENTO DI CADAVERI.

Siamo però tenuti, per completare il quadro degli accadimenti in Vandea, a ricordare lo sfruttamento dei cadaveri. Per esempio della loro pelle: "I cadaveri erano scorticati a mezzo corpo, perché si tagliava la pelle al di sotto della cintura, poi lungo ciascuna delle cosce fino alla caviglia, in modo che dopo la sua asportazione i pantaloni si trovavano in parte formati; non restava altro che conciare e cucire".

Seguono a volte precisazioni minute: "Il nominato Pecquel ne ha scorticati trentadue ecc. Queste pelli sono a casa di Prud' homme, pellicciaio". Si ricavava dai cadaveri anche il grasso: a Clisson il 5 aprile 1794 vennero cotte a tal fine centocinquanta donne: "Facevano dei buchi per terra per sistemarvi delle caldaie allo scopo di raccogliere quello che colava; avevano messo al di sopra delle sbarre di ferro, e su queste le donne.poi, ancora al di sopra vi era il fuoco.Ne mandai 10 barili (del grasso così ricavato) a Nantes"
Ad Angers ci si adopera per fare dei cadaveri un uso ornamentale: le autorità giacobine prescrivono che le teste dei ribelli vandeani siano "tagliate e dissecate per essere poi messe sulle mura".

Non però al modo dei selvaggi, bensì utilizzando i sussidi della civiltà: "Il laboratorio della scuola di chirurgia di questa città è indicato per fare questo lavoro." Eccetera. Qui viene spontaneo ricordare i nazisti che ad Auschwitz usavano la pelle delle vittime per farne dei paralumi (particolarmente ricercata quella tatuata), e che anche negli altri campi di sterminio raccoglievano i capelli femminili, e li imballavano per poi utilizzarli in vario modo. 

Dobbiamo tuttavia dire che neppure in ambito nazista abbiamo trovato un esempio della cosificazione (=riduzione a cosa) dell' essere umano, così perfetto come quello delle centocinquanta misere donne di Clisson che, dopo essere state verosimilmente sgozzate, sono state cotte per estrarne il grasso. Riassumiamo: l' inizio della ribellione in Vandea ebbe luogo, come si è detto, nella primavera 1793; le stragi maggiori si ebbero dalla fine del 1793 all' agosto 1794 (Robespierre cadde il 27.7.1794), con strascichi anche negli anni successivi; alla vera pacificazione si arrivò solo il 28 dicembre 1799, col riconoscimento della piena libertà di culto religioso da parte di Napoleone console.

Secondo i recenti, accurati computi di Reynold Secher, su una popolazione di 815.029 persone le vittime furono 117.257, pari al 14,38%, con punte particolarmente elevate in alcuni cantoni (così Cholet ha perso il 37,39% degli abitanti, Vihiers il 30,55%, Chemillé il 30,30%); la percentuale delle donne fatte perire fu di poco inferiore a quella dei maschi.

Tenuto conto che il tempo a disposizione per il massacro è stato di un anno e mezzo, siamo alla stessa media delle vittime in Cambogia, dove in tre anni venne fatto morire circa un terzo della popolazione. Prima di chiudere va ricordato che nel periodo della prevalenza giacobina, non ci furono solo le vittime vandeane: nella prefazione al libro di Secher, Pierre Chaunu, dell' Institut de France, dice "Pensate ai massacri di Lione, Tolone, Bordeaux, Marsiglia, in diverse zone della "chouannerie" dell' Ovest, aggiungete la ghigliottina a Parigi, e superate il mezzo milione". 

Cosa ha preparato le stragi?
(Prospetto storico)

Viene spontaneo chiedersi se all' origine di questi stermini: il vandeano, il comunista, il nazista - fra loro separati, eppure così simili - non ci sia un rapporto, una nascosta parentela. La parentela a noi sembra individuabile nel fatto che tutt' e tre: giacobinismo, comunismo e nazionalsocialismo, procedono, sia pure in modo diverso, da una stessa matrice culturale, quella illuminista.

I "NUOVI COLOSSEI" 

Il martirio non è un fenomeno secondario della Chiesa, ma ne costituisce da sempre l'espressione più autentica. E non è un dato riservato ai primi secoli, ma ha segnato anche la vita della Chiesa nell'era moderna e contemporanea. Giovanni Paolo II, domenica 7 marzo 1999, ha elevato agli onori degli altari in San Pietro dieci nuovi beati: otto martiri della guerra di Spagna, il fondatore francese di congregazioni religiose dedicate alla scuola, una laica tedesca che dedicò una vita di sofferenze a Dio.

Con queste beatificazioni, nel suo pontificato Papa Wojtyla ha elevato.55 agli onori degli altari 819 beati e 276 santi, in 114 celebrazioni solenni. Tra loro i martiri, ossia coloro che hanno pagato con la vita la propria adesione alla fede, sono 603, 286 dei quali uccisi nel nostro secolo: 221 solo nella guerra di Spagna, gli altri nei campi di concentramento tedeschi, in Africa, in Asia e in America latina.

Un elenco quest'ultimo, che sembra destinato a crescere con le ricerche volute dallo stesso Papa, nella prospettiva del Giubileo, sui "testimoni" della fede negli ultimi 50 anni. Quei nuovi martiri sui quali sta lavorando una Commissione creata ad hoc in seno al Comitato Centrale per il Grande Giubileo dell'anno 2000, impegnata a raccogliere e vagliare testimonianze su figure la cui vicenda è per lo più venuta alla luce solo dopo il crollo dei regimi dell'Est europeo. Riportiamo un articolo-intervista di F. Ognibene (Avvenire, 9/3/99), che mette in luce l'attualità del martirio cristiano. Cifre alla mano, il 73% delle donne e degli uomini beatificati da Giovanni Paolo II rientra nella categoria dei "martiri". 

Praticamente tre beati su quattro sono arrivati sugli altari per aver sparso il loro sangue a causa della fede. È vero che in non pochi casi i martiri sono stati uccisi in gruppo (ad esempio i neo-beati della guerra civile spagnola, proclamati domenica, sono otto). Ma resta il fatto che è difficile veder lanciato un messaggio più chiaro alla Chiesa e al mondo. Cerchiamo di decifrarlo insieme al comboniano Fidel Gonzales, spagnolo ("delle Asturie, terra di martiri", precisa lui), che ha una cattedra di storia della Chiesa all' Urbaniana, ma insegna anche storia della Chiesa contemporanea alla Gregoriana.

Perché proprio oggi si propongono a modello così tanti martiri? "Viviamo un' epoca in cui i cristiani sono minacciati nella loro vera identità: o sono "martiri", cioè aderiscono alla fede battesimale in modo coerente, o si adeguano. Si tratta semplicemente di essere quello che si è, ovunque e ogni giorno, in una fase nella quale - salvo in alcune aree del pianeta - non accade nulla di apertamente anticristiano. Il mondo oggi non vuole martiri: preferisce gli apostati. 

Ma i martiri non sono esempi un po' troppo "estremi" da imitare? "La vita cristiana è confessione quotidiana della fede, che può chiedere anche il sangue. Io devo pensare a rendere visibile il mio battesimo, poi non tocca a me stabilire cosa può succedere per effetto di questo. Proporre l' esempio dei martiri significa ricordare che la santità non consiste nella riaffermazione di valori comuni a tutti, ma nella personale adesione a Cristo salvatore della storia. Il martirio è paradigma di questa verità sin dalla Pentecoste" I cristiani messi a morte sembravano una prerogativa dei primi secoli. Perché la Chiesa è tornata "martire"? "

Le ragioni sono storiche. 

Le società liberali che nascono dopo la Rivoluzione francese pretendono di escludere dalla vita civile ogni forma di "potere" alternativo, in primis la Chiesa. Per questo molti martiri arrivano da Paesi di antica tradizione cristiana, come Francia, Spagna o Messico, dove si affermarono regimi fortemente ostili a una religione che avesse anche rilievo pubblico. Oltre agli Stati cresciuti sull' humus rivoluzionario, penso naturalmente anche ai regimi comunisti o al nazismo.

Non è una "provocazione" a portare al martirio, ma la semplice testimonianza, oppure la volontà di eliminare un elemento di disturbo rispetto sia agli equilibri esistenti (come in Asia) sia a tradizioni e costumi consolidati (è il caso dell' Africa)". Come spiega che il tollerante Occidente abbia generato un' intolleranza sanguinaria? "L' influsso razionalista ha reso lo Stato moderno autocratico, assoluto, intollerante. L' ideologia ha rimpiazzato la religione in vista di una nuova egemonia sociale basata sull' etica "civile". È chiaro che ogni istituzione refrattaria a questa pretesa dev' essere emarginata o anche perseguitata, se occorre con l' uso della violenza.

La lotta alla Chiesa arriva fino all' odio viscerale: è qui che nascono i martìri del secolo scorso e del nostro". La fede pagata da qualcuno con la vita ha l' effetto di rinsaldare quella di tutta la Chiesa? "È proprio la storia più recente a dimostrarlo. Basti pensare al numero impressionante di congregazioni e organismi religiosi fondati, nel secolo passato, in Paesi dove le condizioni di vita e di azione per la Chiesa si erano fatte impossibili. È singolare che nella Francia dell' 800, mentre venivano aboliti tutti gli ordini religiosi, ne venivano fondati altri 450 nuovi di zecca.

E i fondatori ora vengono riconosciuti beati". In un mondo che smussa tutti gli spigoli, chi sono i nuovi martiri? "Sono quelli che non si adeguano a una mentalità anticristiana o a uno pseudoecumenismo che annacqua la fede in un' etica che va bene a tutti. E per questo rifiuto di allinearsi subiscono discriminazioni. Ancora oggi esiste la pretesa di ridurre la Chiesa a cappellanìa dei regimi, a cortigiana del potere politico, economico, culturale. Non scorre più il sangue, ma l' adesione alla fede porta ancora al martirio".

 I martiri dell'europa dell'est

Secondo uno studio scientifico sono stati 500.000 i martiri sotto il regime sovietico. Ciò costituisce la peggior persecuzione cristiana della storia. Riportiamo un articolo di L. Geninazzi (Avvenire, 1998) che riferisce come andarono le cose nella chiesa ortodossa russa dal 1917 al 1956.

Con intenzione profondamente ecumenica, Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Orientale Lumen avanzò la proposta agli ortodossi di riconoscere insieme i santi che nel secolo XX testimoniarono la fede nella sofferenza e nella morte violenta. E se verranno canonizzati i martiri che la Chiesa russa ha avuto a partire dalla Rivoluzione d' Ottobre il loro numero sarà di decine di migliaia.

Le persecuzioni attuate dal regime sovietico nei riguardi della Chiesa ortodossa colpirono all' incirca mezzo milione di credenti, un dato sconvolgente che emerge da un lavoro scientifico e meticoloso condotto negli ultimi 7 anni dai ricercatori della "Fraternità del salvatore Misericordioso" dell' Istituto teologico San Tichon di Mosca. I risultati sono contenuti in due grossi volumi di recente pubblicazione sotto il titolo Coloro che hanno sofferto per Cristo: persecuzioni contro la Chiesa ortodossa russa 1917-1956.

Gli stralci più significativi vengono riportati sul prossimo numero della rivista La nuova Europa a cura del Centro Russia cristiana, che si è impegnato in un progetto storico sui "Colossei del XX secolo", una serie di opere sulle persecuzioni anti-religiose in Unione sovietica (Il primo libro, Se il mondo vi odia, riguarda le persecuzioni anti-cattoliche ed è stato pubblicato l' anno scorso dalla casa di Matriona). 

Repressioni, torture, fucilazioni. Ora anche questi terribili dati trovano elaborazione col computer in cui sono stati immessi via via i materiali provenienti non solo dagli archivi del Kgb ma anche quelli costituiti da lettere e testimonianze dirette che hanno permesso di ricostruire più di 10mila schede biografiche e 1400 fotografie.

Non è stato facile valutare il numero complessivo dei credenti perseguitati dal regime sovietico. Nella Russia pre-rivoluzionaria c' erano circa 100mila monaci e 110mila preti diocesani. Comprendendo anche le loro famiglie possiamo dire che il ceto ecclesiastico si aggirava attorno alle 630mila persone. 
La brutale repressione ne colpì oltre la metà. Su 300 vescovi più di 250 vennero giustiziati o morirono in prigione.

Ancor più difficile ottenere un quadro relativamente completo delle persecuzioni contro i semplici fedeli. Già la prima ondata repressiva nel 1917-18 si concluse con la fucilazione di 16mila credenti ortodossi. Dopo il 1921 i bolscevichi assumono una veste di legalità e passano dalla giustizia sommaria all' organizzazione di processi dimostrativi: a differenza del 1918, quando i fucilati erano 8 su 9 arrestati, adesso viene mandato a morte uno su cinque, 2mila fucilazioni su 10mila arresti.

La persecuzione anti-religiosa tocca il suo vertice nel 1937-38, gli anni del terrore: 200mila repressioni e 100mila esecuzioni capitali. Alla vigilia della seconda guerra mondiale in tutto il Paese restavano aperte meno di 100 delle 60mila chiese esistenti nel 1917, chiusi tutti i monasteri, e soltanto 4 vescovi ancora nell' esercizio delle proprie funzioni.

Un mutamento della politica statale nei confronti della Chiesa si avrà qualche anno più tardi quando Stalin domandò sostegno alla Chiesa ortodossa per combattere l' invasione nazista. 
Segno che era ancora viva e vegeta. Nonostante la propaganda e la persecuzione anti-religiosa più della metà del popolo russo si era dichiarato ortodosso durante il censimento del 1937. Fu allora che il segretario del Comitato centrale del Pcus Malenkov riferì a Stalin del pericolo rappresentato dalla Chiesa, "Un' organizzazione legale anti-sovietica ampiamente ramificata che conta 600mila persone in tutta l' Urss".

Dopo vent' anni di terrore sanguinario il regime non era riuscito a distruggere il sentimento religioso nella patria del comunismo! Alla fine degli anni quaranta ci furono ancora dei casi di persecuzione e gli arresti dei vescovi, dei sacerdoti e dei laici più attivi continuavano anche nel periodo post-bellico. 

La liberazione in massa dei gulag iniziò solo nel 1955-57. Merito di Kruscev? Non esattamente, una nuova terribile repressione si scatenò nel 1959, ma la ricerca dei nostri autori si ferma al 1956, anno della destalinizzazione. Il loro lavoro è stato riconosciuto valido dalla Commissione per la riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche, un organismo voluto dal Presidente Eltsin.

Sono oltre un milione le persone riabilitate e i loro parenti hanno potuto ottenere un risarcimento poco più che simbolico. La ricompensa che invece potrà dare la Chiesa a coloro che testimoniarono la fede fino alla morte è l' elevazione agli altari. Alla luce di questa ricerca possiamo affermare che in tutta la storia del cristianesimo non c' è mai stata una persecuzione di portata e dimensione paragonabile a quella avvenuta in Russia dopo il 1917. Perfino la persecuzione di Diocleziano, la più cruenta dell' antica Roma, durò otto anni e non tre decenni. Fu Lenin a fissare chiaramente fin dall' inizio l' obbiettivo dell' annientamento della Chiesa. Un compito eseguito con ferocia implacabile.

Il 18 aprile 1948

*** Mi pare doveroso e bello ricordare  la data del 18 aprile 1948: una delle più memorabili e determinanti della storia, sia della storia d' Italia sia di quella della nostra Chiesa. Mi limito su questo argomento a presentare molto rapidamente alla vostra attenzione tre persuasioni che ritengo incontestabili; tre persuasioni che sarà bene proporre anche alle nuove generazioni, perché non si spenga la giusta consapevolezza di ciò che è avvenuto e non si smarrisca mai la sua lezione di vita.

È certo che in quel giorno si è davvero operata una scelta di civiltà.

Il nostro popolo si è davvero in quel giorno salvato dal tragico destino di schiavitù e di miseria, che è toccato invece a tante nobili e sventurate nazioni. Li abbiamo visti tutti, a partire dal 1989, i risultati di quell' ideologia dissennata e di quel disumano sistema politico che mezzo secolo fa anche noi abbiamo corso il rischio di dover subire. C' è una seconda certezza incontrovertibile. In caso di una scelta sbagliata, nessuno sarebbe venuto a tirarci fuori dai guai. 

Le democrazie occidentali - che forse (ma non è detto) avrebbero reagito a un' invasione militare o a un colpo di stato violento - non si sarebbero mosse davanti al responso di una corretta consultazione elettorale, paralizzate dai loro stessi convincimenti e dall' autorevolezza della loro pubblica opinione. E così avremmo dovuto attendere anche noi il 1989 per respirare.

Di una terza verità dobbiamo infine essere ben persuasi, ed è che il merito dello scampato pericolo spetta primariamente alla Chiesa italiana in tutte le sue componenti: pastori, organizzazioni, militanti attivi, popolo dei credenti. Senza dubbio, c' è stato anche il contributo generoso di appassionati uomini politici e di efficaci scrittori che pur non condividevano totalmente la nostra concezione del mondo e la nostra fede. Ma l' apporto risolutivo è stato dato dalla gente comune, che non aveva un grande bagaglio ideologico e non nutriva troppi interessi culturali: questa gente semplice e predisposta al buon senso è stata raggiunta e illuminata dall' impegno delle ventiduemila parrocchie della penisola.

È stata questa gente, grande agli occhi di Dio, a decidere la vittoria. Che questo avvenga adesso riconosciuto o no, alla Chiesa non importa molto: la Chiesa è abituata all' ingratitudine. Alla Chiesa interessa che, almeno da parte dei suoi figli più responsabili come sono i lavoratori cristiani, si sappia manifestare la più viva riconoscenza al Signore per questa salvezza felicemente conseguita. Ed è ciò che vogliamo fare oggi con questa celebrazione.

LETTURA
Prolusione del card. G. Biffi, tenuta a Subiaco il 19 maggio 1998, sul tema : "L'Europa unita: un'incognita e una speranza", in occasione del primo conferimento del "Premio san Benedetto", a Lui assegnato.

Un' incognita

Questa fine del secondo millennio è nella coscienza comune largamente dominata dal pensiero dell' Europa e della sua possibile unificazione. Vorrebbe essere soprattutto una speranza, ma innegabilmente è anche motivo di preoccupazione e di timore. C' è l' auspicio di raggiungere un traguardo di eccezionale rilievo, di cui si intravede la positività e il pregio; ma c' è anche l' inquietudine tipica di chi è posto davanti a qualcosa di problematico e incerto.

Che cos' è l' Europa, a guardarla con occhi disincantati? È un piccolo subcontinente, gratificato da un' agiatezza senza precedenti nelle epoche passate, spiritualmente svigorito e demograficamente in declino, circondato da un' umanità miserevole e straripante che si accalca ai suoi confini. Ma oggi questa realtà è illuminata e infervorata da un disegno affascinante: fare di questa antica e varia regione della terra l' esempio e il modello di una convivenza sociale e politica, dove stirpi e culture diverse, finalmente pacificate, si integrino in modo da assicurare a tutti un' esistenza prospera e degna.

Credere nella potenza dei grandi ideali sena sottovalutare le difficoltà delle situazioni di fatto, coniugare la fede nell' efficacia intrinseca delle prospettive più nobili e alte con l' attenzione ai dati oggettivi e inderogabili: questa è dunque la sfida che ci aspetta, questa è la strada irta e insidiata che siamo invitati a percorrere. Una lezione antica Quando nel Natale dell' 800 il papa Leone III incoronò imperatore il re dei Franchi, conferendogli un' autorità almeno intenzionale su tutti i popoli di qua e di là dal Reno, compì un gesto di intelligente realismo; un gesto che rispondeva a un' urgenza pratica perentoria: quella di dare - nella latitanza di fatto del "basileus" costantinopolitano, erede diretto della potenza dei Cesari - un criterio gerarchico e un ordine alla molteplicità rissosa delle tribù ancora barbare e delle genti più o meno latinizzate.

Quell' atto darà origine a un istituto politico che, almeno formalmente, durerà mille anni. Ma quell' iniziativa del successore di Pietro ha avuto fortuna perché la necessità pragmatica ha potuto avvalersi di una ragione ideale accolta e condivisa: quella dell' universalismo della Chiesa Cattolica e della concorde adesione al messaggio evangelico; ragione ideale che tra l' altro ha trovato una vigorosa forma attuativa nel fenomeno sorprendente del monachesimo. È una lezione della storia su cui mette conto di riflettere un po' .

L' Europa nascerà senza dubbio sotto la spinta di impulsi funzionali di natura prevalentemente economica.
Ma potrà sussistere a lungo e progredire solo se al suo "corpo" di regolamenti, tabelle, organismi direttivi, attuazioni monetarie, strutture politiche, sarà data anche una "anima": vale a dire, un patrimonio di princìpi incontestabilmente riconosciuti e di concezioni comuni. Senza illusioni Non illudiamoci però che l' esperienza del Sacro Romano Impero possa essere ripetuta, neppure in maniera lontanamente analogica. 
Quanto è avvenuto nella seconda metà di questo secondo millennio non ci consente di accarezzare ipotesi troppo ottimistiche. L' Europa ha conosciuto in questo frattempo due profonde lacerazioni spirituali, con le quali, piaccia o non piaccia, bisogna fare i conti.

Nel secolo XVI la Riforma protestante e lo strappo della Chiesa anglicana hanno spezzato il legame più forte che connetteva le diverse genti e le diverse mentalità, quello dell' appartenenza ecclesiale. E nel secolo XVIII la rivoluzione culturale illuministica, propagandata dalle imprese napoleoniche, ha scavato un solco praticamente incolmabile tra la visione del mondo dei credenti e quella dei non credenti. Senza dubbio si può e si deve auspicare che queste divisioni non si esasperino e non impediscano le giuste collaborazioni, purché il risultato della nostra volontà di concordia e di dialogo non sia alla fine il prevalere dello scetticismo e della totale scristianizzazione.

Ma non si può ignorare che queste spaccature ci sono; e sarebbe ingannevole ritenere che esse siano insignificanti e senza effetti. Cinque princìpi per una speranza Così come stanno le cose, crederei che la cosa più utile e meno utopistica sia ricercare quanto, dell' eredità umanistica e cristiana che è retaggio comune dei nostri popoli, possa essere proposto come livello minimo di comune filosofia operativa e quasi un' ideale comproprietà morale di tutte le coscienze europee. A questo fine, mi parrebbe opportuno individuare e proporre cinque princìpi universalmente accettabili, che valgano come temi ispiratori e caratterizzanti dell' essere e dell' agire della "res publica" europea.  

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