Corso di Religione

Nuove religioni

Postumanesimo.
I profeti

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Il Nuovo Paradigma Il “mondo nuovo“ sognato da Jacques Attali
source : Enrica Perrucchetti ilnodogordiano.it

" ... Attali, che contribuì a scrivere il Trattato di Maastricht, è un lobbista che ha rilasciato negli anni interventi a dir poco inquietanti in linea con la sua fervida produzione saggistica (si pensi a Breve storia del futuro del 2006). A lui è stata anche attribuita la frase «E cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato fatto per la loro felicità?».

Nel 1981 rilasciò un’intervista per un libro di Michel Salomon, L’Avenir de la Vie (Il Futuro della Vita), in cui spiegava la sua visione in merito al futuro dello stato sociale: «Si potrà accettare l’idea di allungare la speranza di vita a condizione di rendere gli anziani solvibili e creare in tal modo in mercato». Per risolvere il problema Attali auspicava il ricorso all’eutanasia, definita uno «degli strumenti essenziali del nostro futuro» in quanto «in una società capitalista, delle macchine permetteranno di eliminare la vita quando questa sarà insopportabile o economicamente troppo costosa».

In un’intervista a «la Repubblica» del 19 Agosto 2014 andava oltre profetizzando l’avvento dell’ectogenesi e della clonazione: «La riproduzione diventerà compito delle macchine, mentre la clonazione e le cellule staminali permetteranno a genitori-clienti di coltivare organi a volontà per sostituire i più difettosi. Un bambino potrà essere portato in grembo da una generazione precedente della stessa famiglia o da un donatore qualsiasi, e i figli di due coppie lesbiche nati da uno stesso donatore potranno sposarsi, dando vita a una famiglia con sole nonne e senza nonni. Molto più in là, i bambini potranno essere concepiti, portati in grembo e fatti nascere da matrici esterne, animali o artificiali, con grande vantaggio per tutti: degli uomini poiché potranno riprodursi senza affidare la nascita dei propri discendenti a rappresentanti dell’altro sesso; delle donne poiché si sbarazzeranno dei gravi del parto».

Non solo perché l’utero artificiale e la clonazione, «schiuderanno prospettive vertiginose in cui ciascuno potrà decidere autonomamente di riprodursi e un giorno si arriverà forse all’ermafroditismo universale». Un auspicio già avanzato in Italia da Umberto Veronesi . Questa visione distopica coincide in pieno con quanto immaginato dal romanziere e saggista Aldous Huxley nel 1932 nel suo Mondo nuovo di cui ho ampiamente trattato nei miei saggi: le future generazioni nasceranno in fabbriche all’interno di uteri artificiali e il sesso sarà svincolato dall’amore e da una relazione sentimentale stabile.

Attali è infatti un sostenitore del “poliamore” che viene definisce «la punta più avanzata delle società sviluppate»: in Amori. Storia del rapporto uomo donna del 2007 prevedeva che la monogamia sarebbe diventata un “anacronismo”. Da qui la poligamia e di conseguenza la poligenitorialità. In Lessico per il futuro, alla voce “matrimonio”, scriveva: «L’apologia dell’autenticità porterà alla scomparsa della fedeltà come dovere e dell’infedeltà come colpa. Ognuno avrà il diritto di amare più persone alla volta, in modo aperto e trasparente. Ognuno avrà il diritto di formare contemporaneamente più coppie. Poligamia e poliandria torneranno a essere la regola»; alla voce “nascita”, invece «Ogni essere umano diverrà allora un essere senza padre né madre, senza antenati né discendenti, senza radici né posterità, nomade assoluto».

Per guadagnarsi invece una forma di immortalità, in futuro «Ognuno […] perpetuerà la propria esistenza grazie ai cloni genetici che potranno replicarsi gli uni agli altri». Nel 2006 in Breve storia del futuro, Attali sosteneva che nei prossimi cinquant’anni i costumi cambieranno e anche la morale: quello che prima non era accettato lo sarà serenamente in futuro perché i nostri parametri di giudizio saranno diversi (e qua si potrebbe innestare un interessante parallelo sul Principio della rana bollita di Chomsky e la Finestra di Overton).

Non deve quindi stupire se ancora in Lessico per il futuro Attali si spingerà a immaginare che un uomo potrà in futuro diventare madre, ovvero dare alla luce un bambino da solo, «portando l’embrione nel proprio ventre o facendo sviluppare in un utero non umano». A 18 anni di distanza dalla pubblicazione di Lessico per il futuro, nell’aprile di quest’anno, su « Nature Communications » è stato annunciato che un gruppo di ricercatori americani dell’Istituto di ricerca del Children’s Hospital di Philadelphia ha costruito un utero artificiale, chiamato “ biobag in cui sono stati fatti crescere con successo alcuni agnellini nati prematuri: un piccolo passo per arrivare alla costruzione di uteri artificiali per aiutare i bambini nati prematuri. Lo scopo è realmente questo? Che l’obiettivo sia un altro lo spiegano quei bioeticisti che spingono affinché la ricerca possa introdurre l’ectogenesi in un futuro prossimo liberando di fatto la donna dal dominio della natura.
L’impressione è che si stia andando verso un orizzonte post-umano, passando per la creazione dell’uomo OGM: un uomo geneticamente modificato. Siamo cioè nel campo del Transumanesimo, un progetto dai connotati demiurgici, che predica l’avvento di un futuro in cui l’uomo potrà finalmente essere libero dalle sue catene biologiche. Un futuro distopico ( horror) che vedrà anche l’alba di un “uomo nuovo”, perfetto cittadino del mondo che verrà e che i signori della finanza sognano di costruire. "Teorie del post-umano. La caduta del paradigma antropocentrico. source : Alessandro Ferrante nuovadidattica.lascuolaconvoi.it

" Nel dibattito corrente nel campo delle teorie del post-umano si tende a distinguere tra due principali prospettive, fra loro profondamente diverse: il transumanesimo e il postumanesimo. Il postumanesimo, a differenza del transumanesimo (nei cui confronti è assai critico), rivolge la propria attenzione alle coordinate culturali e paradigmatiche attraverso cui abitualmente si interpreta e si descrive l’essere umano e il suo rapporto con le alterità non umane, tanto biologiche (animali non umani, piante, ecosistemi, ecc.) quanto meccaniche ( macchine n.d.r.).

Ciò che deve essere messo in questione per i postumanisti non è l’uomo in quanto tale, ma l’immagine dell’uomo prodotta dall’antropocentrismo umanista. Quest’ultimo, difatti, storicamente si è fondato su un sentimento di supremazia ontologica, epistemologica, etica dell’umano sul non umano ed ha incentivato la diffusione dell’idea che sia possibile effettuare una ricognizione sull’umano solamente a partire dall’uomo stesso. Il postumanesimo si propone dunque di contribuire a costruire un paradigma non antropocentrico.


Le filosofie postumaniste, pur essendo caratterizzate da un’estrema eterogeneità di posizioni, possono trovare un punto di convergenza nel sostenere la necessità di un ripensamento della cultura occidentale a partire dalla messa in discussione del concetto tradizionale di essere umano, nonché di alcuni dualismi, quali umano-non umano, naturale-culturale, biologico-tecnologico.

Nonostante non pervenga a un esito teorico uniforme, è comunque possibile affermare che il postumanesimo inauguri una prospettiva il cui focus è quello di ridefinire l’umano in senso plastico, dinamico, relazionale, ibridativo. In questa visione, l’umano perde la totale preminenza ontologica, epistemologica, etica sul non umano e ( l’umano ) viene interpretato come un prodotto storico mutevole, determinato da molteplici pratiche di coniugazione materiale e simbolica con il non umano.

Ne consegue che la dimensione umana non possa essere adeguatamente compresa senza fare un riferimento puntuale al ruolo del non umano. Ciò significa che in qualunque ambito del sapere si applichi una logica postumanista viene modificata l’unità di analisi. Tale unità non è più l’uomo o il non umano, la natura o la cultura, il biologico o l’artificiale, ma tutto ciò che passa e succede tra di essi.

Inculturazione del postumanesimo Il postumanesimo attualmente compare in molteplici ambiti culturali: nella letteratura, nell’arte, in filosofia, in teologia, in architettura, nella computer science, nei media studies, nei gender studies, negli animal studies, nei disability studies, nonché negli educational studies. Rispetto in particolare a quest’ultimo campo di studio, il postumanesimo ha contributo allo sviluppo del dibattito educativo attraverso l’apprestamento di ricerche teoriche ed empiriche volte a:
-Smascherare gli assunti antropocentrici e umanisti che esplicitamente o implicitamente connotano i modi di intendere e di praticare l’educazione in una pluralità di situazioni e di contesti.
-Ridefinire in termini non antropocentrici l’assetto categoriale, epistemologico, etico, assiologico del sapere pedagogico, anche attraverso una rilettura concettuale di alcune delle nozioni essenziali del lessico educativo, quali ad esempio quelle di soggetto, alterità, ambiente, azione, apprendimento, educazione, progetto, lifelong learning, materialità.
-Studiare a livello teorico e/o empirico la relazione tra umano e non umano nei processi educativi formali, non formali e informali ".


PER L’APPROFONDIMENTO E LA RICERCA

Badmington, Neil. 2004. “Mapping posthumanism.” Environment and Planning A 36: 1344-1351.
Barone, Pierangelo, Alessandro Ferrante, e Daniele Sartori (a cura di). 2014. Formazione e post-umanesimo. Sentieri pedagogici nell’età della tecnica. Milano: Raffaello Cortina.
Braidotti, Rosi. (2013) 2014. Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte. Roma: DeriveApprodi.
Ferrante, Alessandro. 2014. Pedagogia e orizzonte post-umanista. Milano: LED.
Ferrante, Alessandro, e Cristina Palmieri. 2015. “Aver cura del divenire. Verso un milieu educativo post-umanista.” MeTis 5 (1).
Hayles, Katherine. 1999. How We Became Posthuman: Virtual Bodies in Cybernetics, Literature and Informatics. Chicago: University of Chicago Press.
Longo, Giuseppe O. 2003. Il simbionte. Prove di umanità futura. Roma: Meltemi.
Marchesini, Roberto. 2002. Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza. Torino: Bollati Boringhieri.
Pedersen, Helena. 2010. “Is ‘the posthuman’ educable? On the convergence of educational philosophy, animal studies, and posthumanist theory.” Discourse: Studies in the cultural politics of education 31 (2): 237-250.
Pinto Minerva, Franca, e Rosa Gallelli. 2004. Pedagogia e Post-umano. Ibridazioni identitarie e frontiere del possibile. Roma: Carocci.
Snaza, Nathan, et al. (2014). “Toward a posthumanist education.” Journal of Curriculum Theorizing 30 (2): 39-55.
Wolfe, Cary. 2010. What is Posthumanism? Minneapolis: University of Minnesota Press.


La Nuova Religione globale si incultura globalmente.
Decostruzione-distruzione del paradigma "umano"



Genderless



Transumano



Profeti di casa nostra
Casaleggio e il Nuovo ordine Mondiale, Gaia e Prometeus Pubblicato il 10 aprile 2013 da ilnodogordiano.it

" Presentiamo qui i “manifesti” del Nuovo Ordine Mondiale secondo Casaleggio: GAIA e PROMETEUS.
Ciò che accomuna questo genere di “visioni” e progetti, è la proposizione di un modello in cui viene recisa ogni autentica possibilità di ordine spirituale, riducendo così l’uomo a una condizione robotica mascherata di quella libertà forzatamente circoscritta, a ben vedere, dalle esclusive possibilità che offrirebbe il web, la «rete».

L’umanità è considerata parodisticamente, alla stregua di una materia informe, “primordiale”, da cui trarre la nuova creazione, ma ciò senza la presenza di alcuna luce e saggezza a guidare il processo creativo; tutto viene determinato da dinamiche etico-biologiche a cui si aggiunge un’intelligenza artificiale contenuta nel microchip, piattaforma delle “impostazioni condivise”; tutto il resto non ha realtà, non esiste. Anche lo stile di comunicare per slogan “martellanti”, sempre più frequente a tutti i livelli, oltre a indicare la considerazione che si ha del pubblico a cui ci si rivolge, di cui così si determina il livello concettuale effettivo, nasconde in realtà l’imposizione delle sbarre di quel frame invisibile da cui diventa sempre più difficile, se non impossibile affrancarsi.




Abbiamo all’orizzonte una mostruosità che si imporrà con parole vuote di contenuto, ma attraverso una vera, grande sofferenza. È quello che Emmanuele Severino nella sua opera «Téchne. Le radici della violenza» definisce con estrema lucidità come il male di un occidente che getta le fondamenta del mondo che costruisce nel nulla e al nulla inevitabilmente ricondurrà tutto; per questo dal pensiero greco ai giorni nostri, “La téchne è l’anima originaria dell’Occidente, l’anima di cui la tecnica del nostro tempo – la civiltà della tecnica – è l’espressione più radicale. La parola téchne esprime il modo in cui i Greci pensavano l’agire dell’uomo: per essi, ogni agire, umano o divino, è fondato sul divenire, sull’oscillare delle cose tra l’essere e il nulla. Qui stanno le “radici della violenza” e dell’alienazione dell’Occidente: nell’idea che l’essere nasca dal nulla e finisca nel nulla, che l’essere sia il nulla. E a quelle radici, che sono le stesse della tradizione filosofica occidentale, bisogna risalire per comprendere l’essenza (l’”inconscio”) del nostro tempo, in cui la tecnica progetta il dominio incontrastato della totalità dell’essere”.




Siamo all’alba di un neo illuminismo tecnologico in cui la stessa ragione è epurata e si dissolve nel “web ergo sum” (secondo l’espressione che da il titolo a un libro di Casaleggio), sostituita dall’esperienza che diviene la nuova realtà. Significativa a questo riguardo un’affermazione tratta da “Prometeus”, in cui all’incipit “L’uomo è Dio”, segue l’annientamento di entrambi “replicando una realtà” che li esclude perché tutto quello che non è nella memoria della rete non esisterà più e la “vendita di memoria che diventa una normale attività commerciale” sarà funzionale all’annichilimento finale. (A&B)

L'interazione uomo-robot.source :(beppegrillo.it  Intervista a Serge Tisseron gennaio 20, 2018 )

Serge Tisseron è uno psichiatra, un dottore in psicologia abilitato alla ricerca, membro de l’Académie des technologies, ricercatore associato presso l’Università di Parigi VII Denis Diderot (CRPMS). Fondatore dell’Istituto per lo studio relazioni Uomo-Robot , Robotica e salute mentale: robot per aiutare i malati, ed evitare di rendere malate le persone che sono sane. Di seguito l’intervista che ha rilasciato per il mio Blog. [Beppe Grillo ]

– Possono i robot, più specificatamente gli automi (umanoidi), suscitare in noi emozioni rendendoci empatici nei loro confronti?

L’Essere umano ha sempre avuto la tendenza di prestare intenzioni, emozioni, pensieri a tutto ciò che lo circonda: animali, principalmente, ma anche nei riguardi di molti oggetti dell’ambiente quotidiano. A volte si ha persino bisogno di parlare con loro. Ma loro non ci rispondono, mentre i robot lo faranno. E questo farà suscitare in noi molta più empatia nei loro riguardi.

Sono stati condotti studi sui rapporti stabiliti da un essere umano con tre sistemi: un’ intelligenza artificiale alloggiata in una piccola scatola simile al nostro attuale telefono cellulare, come si vede ad esempio nel film HER di Spike Jones; un avatar su uno schermo, cioè quello che chiamiamo un “robot virtuale”; e un robot di tipo umanoide, cioè avente un aspetto umano funzionale, cioè una testa, due braccia e un’ apparenza di gambe (senza necessariamente essere androide, cioè con un aspetto umano realistico).

Bene, gli utenti sono più attenti a ciò che il robot fisico dice loro, gli sorridono più spesso che ad un avatar su uno schermo, e seguono meglio i suoi consigli, soprattutto nel campo della nutrizione e dell’ attività fisica. Questa tendenza dell’ essere umano ad “empatizzare” con un robot è ancora più marcata quando la macchina sembra annuire con sorrisi e cenni come con un umano. Dovremo vivere con queste macchine con le quali interagiremo esattamente come gli esseri umani sapendo che non sono esseri umani. Questa sarà la sfida del XXI secolo.

– Esistono persone più o meno suscettibili di provare empatia verso questo tipo di automi?

Durante la guerra in Iraq, alcuni soldati americani hanno messo in pericolo la propria vita per evitare di danneggiare il loro robot che neutralizzava le mine, proprio come se fosse un compagno di combattimento. Da un lato, questi soldati sapevano che il loro robot era uno strumento, ma dall’ altro non potevano fare a meno di volerlo proteggere e impedire che fosse “ferito” come un essere umano.

Ma non tutti. Coloro che l’ hanno fatto sono stati quelli che più probabilmente hanno dato al loro robot un soprannome, per personalizzarlo. Quindi dipende dalla psicologia di ciascuno. Ma per i robot domestici, dipenderà anche da come ci vengono presentati i robot. Le campagne pubblicitarie pensate per convincerci che i robot avrebbero un “cuore” sono ovviamente un ostacolo importante per una corretta valutazione tra la relazione uomo-macchina.

Una recente proposta europea di conferire ai “robot sofisticati” lo status di “personalità elettronica” sarebbe ovviamente un ostacolo più grande ancora. Oltre al rischio di dimenticare che un robot è un simulatore, che non ha emozioni o dolori, c’ è il rischio di dimenticare che un robot è permanentemente collegato al suo produttore, e che trasmette costantemente informazioni sulla privacy dei suoi utenti.

Infine, un terzo rischio sarebbe quello di preferire i robot prevedibili rispetto agli esseri umani imprevedibili, con il pericolo di quella che è già chiamata “dipendenza dal robot”, o addirittura di prendere gradualmente i robot come modelli per gli esseri umani.

Vedi il film : " Zoe "– Lei ha scritto un libro dal titolo : “Il giorno in cui il mio robot mi amerà (non uscito in Italia). È un bene dotare dei robot, degli automi, di emozioni umane?

Il titolo del mio libro è un cenno al romanzo di Aldous Huxley “Brave New World”. Il giorno in cui i personaggi di questo romanzo credono di essere “i migliori del mondo”, si perdono. Per me, il giorno in cui qualcuno penserà che il suo robot lo ami, anche lui sarà perduto, cioè totalmente vittima della propaganda che cercherà di farci credere che i robot avrebbero “un cuore”, come dice il capo di" Softbank sul suo robot Pepper.



Allo stato attuale della tecnologia, i robot sono fatti di metalli rari, plastica e rame, e non possono essere altro che macchine da simulare. Il problema ovviamente si porrà diversamente con i robot biologici costituiti da cellule viventi, ma sono ancora lontani dalle nostre possibilità.

Se volessimo dare ai robot di oggi un equivalente di emozioni umane, sarebbe solo un equivalente molto distante, anche se la manifestazione di questo equivalente ha assunto l’ aspetto di emozioni umane. Ma, anche se è ancora lontana dalle possibilità tecnologiche, ci si pone regolarmente la questione di “dare emozioni ai robot”. Non ci dispiace. È un modo di anteporre l’ etica all’ innovazione tecnologica, e da questo punto di vista è una buona cosa.

– Come sapremo se sono effettivamente “umane” (come le più studiate): paura, rabbia, disgusto, felicità, sorpresa e tristezza?

La sfida più grande imposta agli esseri umani dall’ esistenza dei robot è questa: interagire con loro come esseri umani, sapendo che non sono esseri umani. E cosa ci ricorda che non lo sono, anche se sembrano noi in ogni cosa? La loro interconnessione permanente con un server centrale, mentre noi stessi siamo totalmente dipendenti dalla parola per comunicare con i nostri simili esseri umani.

Non appena dimentichiamo questa interconnessione, rischiamo di credere che i robot si sentano e pensino come noi stessi. Dovremmo quindi sempre ricordarlo, ma purtroppo sta accadendo il contrario.



Tutti i film e le serie televisive sui robot divulgano l’ immagine delle macchine che hanno un aspetto umano e sono costrette a incontrarsi in presenza fisica per scambiare opinioni e decidere sulle azioni comuni, come nella serie svedese Real Humans.

Questo ci aiuta non solo a farci immaginare le possibilità dei robot, ma anche, purtroppo, a nascondere all’ uomo la loro principale differenza: a differenza di loro, saranno sempre connessi a Internet, o una rete sicura equivalente che sarà riservata ai loro scambi. Se un robot dice “Io”, sarà la scelta del suo programmatore a fargli dire ciò, e questa scelta vuole far credere al suo utente che la sua macchina è unica, come per Siri, il chatbot di Apple già presente sui nostri smartphone, che dice “Io”.

– Secondo molti neuroscienziati le emozioni non possono sussistere senza una componente viscerale (il nodo allo stomaco, le farfalle nel petto). Ad esempio le persone con lesioni del midollo spinale hanno difficoltà a riconoscere le proprie emozioni perché non sentono quelle sensazioni provenire dal loro corpo. Così: per provare emozioni umane i robot dovrebbero avere un “corpo sensibile”, questo è verosimile?

Avere un “corpo sensibile” è in effetti una condizione essenziale per permettere che possa svilupparsi in un robot una coscienza riflessiva di sé. Ma questa non è una condizione sufficiente. Avere un “corpo sensibile” garantisce innanzitutto che un robot non comprometta la propria integrità. Per questo motivo è importante che abbia sensori che lo informino sulle aggressioni che possono essere esercitate sul suo involucro.

La coscienza di “io” e “me”, fino alla “coscienza della coscienza”, sembra complessa da implementare in un robot. D’ altra parte, sembra invece possibile dare ad una macchina gli attributi “apparenti” di questa autocoscienza. Ad esempio, il robot può essere “consapevole” dei suoi guasti e riconfigurare automaticamente se stesso. Ma la maggior parte delle facoltà umane, come la rappresentazione di sè e l’ immaginazione, rimangono un’ utopia alla vista dell’ uomo.

– I robot saranno soggetti a forze evolutive diverse dall’uomo?

Nella misura in cui i robot sono costruiti, non con mattoni biologici come l’ uomo, ma con metalli rari, plastica e metallo, non invecchieranno come noi, ma il loro modo di funzionare sarà anche diverso dal nostro. Deep Blue per gli scacchi, e ancor più Alpha , hanno vinto sui migliori giocatori del mondo inventando strategie che nessun essere umano ha mai immaginato.

Sta emergendo una nuova disciplina: la ricerca di capire come funzionano i robot. E se un giorno avranno una coscienza riflessiva, la cosa più interessante sarà sentirli parlare di loro, perché nulla sarà per loro come per noi! Alcuni credono che più il robot evolverà, più sarà vicino all’ uomo, ma non affatto. Più si evolve, più si imporrà come creatura diversa dall’ uomo, e l’ intera questione sarà se vuole vivere con noi o senza di noi.

– La differenza tra uomo e robot sta anche nell’approvvigionamento di energia. Quando il robot capirà dove prendere energia per ricaricarsi cosa accadrà?

Nessuno sa come sarà organizzata la società umana in quel momento e quali fonti di energia saranno utilizzate per fornire elettricità agli esseri umani. Se la produzione di questa energia è altamente concentrata, un’ intelligenza artificiale particolarmente potente potrebbe essere tentata di prenderne il controllo per aumentarne ulteriormente il potere. Ma se queste fonti energetiche fossero delocalizzate e non collegate, potrebbero prenderne solo una parte.

– Da un lato creiamo i robot per essere a nostra disposizione, rendendoli schiavi, e dall’altro ci poniamo il problema della loro individualità. Come si concilia questo controsenso?

Se un giorno esistessero robot con una coscienza, quella non sarà individuale, ma collettiva. Naturalmente, ogni robot avrà la sua storia da raccontare, ma ogni robot sarà anche collegato a tutti gli altri – almeno quelli dello stesso modello e marchio. La loro coscienza sarà quindi collettiva. Questo ovviamente non facilita il problema.

Chi regolamenterà questa comunità? Chi bloccherà l’apprendimento potenzialmente pericoloso di alcuni dei suoi membri, probabilmente imitati dall’ intera comunità? Potremmo progettare software etici. Ma ovviamente sarebbero progettati secondo gli standard morali del loro produttore, e la moralità è qualcosa che varia molto da un paese all’ altro e da un periodo all’ altro.

C’ è una seconda opzione: che i robot si autoregolamentino tra di loro. Infatti, poiché la maggior parte degli utilizzatori di robot insegnerà loro comportamenti corretti, questa maggioranza potrebbe prevalere sulla minoranza di coloro che avranno raggiunto un apprendimento problematico. Queste due opzioni (una regolamentazione a priori, o una rete sociale di robot) non si escludono a vicenda.

L’ essenziale è cominciare oggi a pensare a quello che sarebbe l’ equivalente, nei robot, di una coscienza morale costruita sulle stesse fondamenta che hanno permesso agli uomini di organizzarsi collettivamente: cioè l’ incoraggiamento e la generalizzazione di comportamenti che permettono di vivere insieme meglio, e la dissuasione, o addirittura il divieto, di comportamenti che la ostacolano.

– Sono ancora attuali le tre regole di Asimov o bisogna aggiornarle a nuove esigenze?

Ricordiamo innanzi tutto in cosa consistono queste tre regole. La prima prevede che un robot non possa ledere l’ integrità di un essere umano, la seconda che un robot deve sempre obbedire agli ordini, a meno che non sia in contrasto con la prima legge, la terza che un robot non possa ledere la propria integrità, a meno che non sia in contrasto con le altre due leggi, che prevalgono in tutte le situazioni. Più tardi, Asimov aggiunse a queste tre regole una quarta, che chiamò Legge Zero: un robot non può danneggiare la specie umana nella sua globalità.

Queste leggi non funzionano affatto per i robot. Se volete verificarlo, immaginate la seguente situazione: avete acquistato un magnifico robot umanoide in grado di trattenere le sue due gambe e girare la testa a lato dove percepisce un rumore umano o una voce. Chiedetegli di fissare la mano, cosa che ovviamente farà senza problemi. Poi chiedete a lui/lei di seguire il movimento della vostra mano mantenendo i piedi assolutamente fermi a terra.

Se continuate a girarvi intorno a lui, il movimento della testa accompagnerà ovviamente il movimento della vostra mano fino a quando questo movimento, per essere pienamente compiuto, non lo danneggerà. Se il vostro robot rispettasse le leggi di Asimov, prevarrebbe l’ obbedienza all’ ordine e si autodistruggerebbe. I bambini andrebbero subito d’accordo giocando a distruggere tutti i robot che incontrano sul loro cammino!

– Perché secondo lei, un personaggio influente come Elon Musk (che ambisce a far colonizzare Marte all’umanità) è così scettico sul futuro dell’intelligenza artificiale?

Questo è quello che dice, ma è difficile sapere ciò che pensa davvero. In un certo senso, il suo discorso è simile a quello dei GAFAMs (google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft). Non sono chiari, dicendo:”L’ IA ( Intelligenza Artificiale) è molto pericolosa”, e poi aggiungendo:”Ma fidatevi di noi, continuate ad acquistare i nostri prodotti, noi vi proteggiamo”! Le ansiose aspettative di Elon Musk potrebbero benissimo essere organizzate da un piano commerciale.

– Qual’è la sua idea di futuro?


Non la vedo affatto, ma tuttavia vedo cosa dobbiamo fare oggi per il domani. Nel settore dell’ IA, è necessario sviluppare applicazioni di IA ristrette in tutte le aree, ma allo stesso tempo considerare un rischio il rapido avanzamento delle capacità di IA. Per lo sviluppo dell’ intelligenza artificiale si possono creare forme sempre più insidiose di manipolazione che trasformano il sentimento di libertà umana in un’ illusione. Ecco perché, tra l’ uomo e le sue macchine, spero in una relazione prudente e informata.

A tal fine, dobbiamo porre l’ essere umano al centro di tutto. Dal mio punto di vista di psichiatra e psicologo, questo significa che la psicologia deve evolversi. Nel corso del ventesimo secolo, si è preoccupata di comprendere il funzionamento psichico dell’ uomo malato, poi quello dell’ uomo sano, e più recentemente quello dell’ uomo in relazione agli altri esseri umani con approcci sistemici e intersoggettivi.
La psicologia del XXI secolo deve sforzarsi di comprendere il rapporto dell’ uomo con i suoi oggetti tecnologici. "

Come pensiamo alle cose che davvero contano? E come potremmo pensarle meglio? Parlo dei temi universali, o quegli argomenti che interessano un’intera città.source :(beppegrillo.it/  gennaio 22, 2018)

Geoff Mulgan è Chief Executive di Nesta, National Endowment per la scienza, la tecnologia e le arti del Regno Unito. Nesta combina investimenti, programmi, ricerca per promuovere l’innovazione in campi che vanno dalla salute e dall’educazione alla tecnologia e alla democrazia. Geoff Mulgan è stato Chief Executive della Young Foundation, un importante centro per l’innovazione sociale; ha avuto inoltre ruoli nel governo del Regno Unito incluso il direttore dell’Unità di strategia del governo e il capo della politica nell’ufficio del Primo Ministro; fondatore e direttore del think-tank Demos; autore di molti libri; professore presso università come Harvard, London School of Economics, Melbourne e University College London. Dal 2016 è anche co-presidente di un nuovo gruppo del World Economic Forum che guarda all’innovazione e all’imprenditorialità nella quarta rivoluzione industriale e membro del consiglio di amministrazione dell’Agenzia digitale francese del governo francese. https://twitter.com/geoffmulgan

" ...Il mio interesse è su come il pensiero avviene su larga scala, cioè coinvolgendo molte persone e spesso molte macchine. Negli ultimi anni molti esperimenti hanno dimostrato come migliaia di persone possano collaborare online per analizzare dati o risolvere problemi. Progetti molto complessi vengono portati a termine da migliaia di persone, senza che nessuno di essi si parli o si conosca.

C’è stata un’esplosione di nuove tecnologie di analisi e previsione. Possiamo vedere alcuni risultati in cose come Wikipedia o nella diffusione di movimenti dal basso fatti di cittadini e dei movimenti che lottano per il cambiamento. Sono ansioso di vedere come possiamo usare questi nuovi tipi di intelligenza collettiva per risolvere problemi come il cambiamento climatico o le malattie, e per assicurarci di comprendere i potenziali rischi.

Sono convinto che ogni organizzazione possa lavorare con maggior successo se attinge a una mente più grande, mobilitando più cervelli e computer per aiutarla. Ma farlo richiede un’attenta progettazione. Non è sufficiente solo mobilitare la folla (dal momento che le folle sono fin troppo capaci di essere folli, prevenute e maligne) o sperare che idee brillanti emergano naturalmente.

Il pensiero collettivo richiede lavoro – si deve osservare, analizzare, creare e giudicare. E ha bisogno di lavoro per evitare anche che la disinformazione ne ostacoli il processo, che i fallimenti ne evitino lo sviluppo. Il settore emergente dell’intelligenza collettiva mira a organizzare bene il pensiero, collegando molte persone come co-creatori.

Ha un’enorme importanza per molte delle nostre istituzioni più importanti – dai partiti politici ai governi, dalle imprese alle università ai sistemi sanitari. Tutte strutture che tendono ad essere bloccate in modelli burocratizzati e ormai anacronistici.

Quindi, cosa c’è di diverso nell’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale sta letteralmente esplodendo, sta cambiando le cose che usiamo tutti i giorni, come i telefoni cellulari e i videogames, e raggiungendo incredibili scoperte in medicina.

Ma per la maggior parte delle cose che contano davvero ancora ci affidiamo all’intelligenza umana, anche se cominciamo ad affidarci sempre di più all’intelligenza artificiale, e un’eccessiva dipendenza dagli algoritmi può avere effetti orribili, sia nei mercati finanziari che in politica.

Il problema è che ci sono stati ingenti investimenti nell’intelligenza artificiale ma meno investimenti in intelligenza collettiva. Questa è una delle ragioni per cui abbiamo visto pochi progressi nel modo in cui funzionano i nostri sistemi più importanti: la democrazia e la politica, gli affari e l’economia.

Queste intelligenze articiali vengono utilizzate nei campi più importanti della scienza, meno che in settori sociali e sociologici. Potete vederlo nell’aspetto più quotidiano dell’intelligenza collettiva – organizziamo le riunioni ignorando quasi tutto ciò che ormai è noto su come si rendono le riunioni efficaci. Lo si può vedere anche in troppi sistemi politici in cui le leadership sono molto meno intelligenti delle società che pretendono di condurre. Martin Luther King ha parlato di missili intelligenti guidati da uomini fuorviati. Siamo circondati da istituzioni piene di intelligenza individuale che tuttavia spesso mostrano stupidità collettiva.

Quindi quali sono le soluzioni?

Propongo una seria attenzione all’intelligenza collettiva; come ogni istituzione può ripensare a come osserva, analizza, crea e ricorda; e come può incorporare ciò che chiamo “ i tre cicli”: apprendere, adattarsi a nuove situazioni e avere nuove sfide.

Penso che l’informazione e la conoscenza condivisa siano di vitale importanza, perché dobbiamo lottare contro i molti nemici dell’intelligenza collettiva – le distorsioni, le bugie e i troll.

È qualcosa di nuovo?

Molti degli esempi a cui mi ispiro sono piuttosto vecchi – come l’emergere di una comunità internazionale di scienziati nel diciasettesimo e diciottesimo secolo, l’Oxford English Dictionary che mobilitò decine di migliaia di volontari nel diciannovesimo secolo, o il programma Apollo della NASA che impiegava oltre mezzo milione di persone in più di 20.000 organizzazioni. Ma gli strumenti a nostra disposizione sono radicalmente diversi e molto più potenti. Possiamo imparare molto dal guardare esempi del passato come il progetto Cybersyn in Cile nei primi anni ’70, che ha cercato di creare un’intelligenza collettiva per l’economia.

Ma gli esempi più recenti – dalla democrazia taiwanese che sta sperimentando gli open network e l’intelligenza artificiale per coinvolgere molte più persone nella definizione delle politiche e nei sistemi per fermare le epidemie – sono anche molto diversi a causa delle possibilità offerte dalla tecnologia. Taiwan, per esempio, combina l’osservazione di massa e gli algoritmi predittivi. Capisco che è facile deprimersi dai molti esempi di stupidità collettiva che ci circondano. Ma il mio istinto è di essere ottimista sul fatto che scopriremo come fare in modo che le macchine intelligenti, che abbiamo creato, ci servano bene e che potremmo raggiungere l’apice di un incredibile miglioramento della nostra intelligenza condivisa.

Questa è una prospettiva davvero eccitante, a cui tutti dovremmo lavorare sin da subito. E’ troppo importante per essere lasciata solo nelle mani di qualche topo da laboratorio.




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POSTUMANESIMO
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