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La rete

Che cos’è veramente internet?
di A.Spadaro cyberteologia.it Posted on 15 ottobre 2012

Andrew Blum ha scritto di recente un volume dal titolo Tubes: A Journey to the Center of the Internet.

 

La sostanza del discorso è: Internet non è un paesaggio della mente o un luogo virtuale, ma anche un insieme di tubi, macchine, cavi, fibra ottica,…: ha una realtà fisica e una geografia ben precisa. Se un topo rosicchia un cavo (ed è l’esperienza dell’autore) si rischia di essere subito off line.

Blum dunque si concentra sulla “fisicità” della Rete che spesso perdiamo di vista o non consideriamo. L’intendo di Blum sembra quello di non smaterializzare troppo la Rete e di smentire una concettualizzazione del web viziata da un dualismo digitale frutto della contrapposizione tra il “virtuale”/immateriale e il “reale”/materiale che ci circonda. Blum ci dice insomma che la Rete crea un ambiente digitale, il quale è saldamente agganciato a una infrastruttura tecnologica fisica, materiale. E fa bene a dirlo.

Il rischio però è quello che, a mio avviso, corre Christian Martini Grimaldi in una sua per altro molto interessante nota sull’Osservatore Romano dal titolo “Basta poco per un flop”. Nella sua riflessione afferma: “La rete internet insomma, a dispetto della nostra percezione, non è né più né meno concreta della rete idrica, o di quella del gas”. E che dunque internet sia “uno strumento come un altro (provate a vivere senza elettricità o senza gas in casa) che molti però proprio per quella percezione di natura eterea (è informe, è inodore, è incolore), dunque “intoccabile” di cui è investito, hanno trasfigurato in una specie di formula apotropaica (quando va bene), in figura mitica in tutti gli altri casi, addirittura capace di ispirare partiti politici e movimenti ideologici di accalappiamento di quel consenso mai stato così incostante e così lunatico come in questo scorcio di secolo”.

Ha ragione l’autore dell’articolo a dire che la Rete rischia di diventare una proiezione mitica, anzi una vera e propria ideologia, potremmo dire. E tuttavia non credo sia possibile sostenere che internet sia uno “strumento” al pari della rete idrica. Si cade in una sorta di  riduzionismo, sostanzialmente identificando la “realtà” e l’esperienza di internet alla infrastruttura tecnologica che la rende possibile. Sarebbe come dire, per fare un esempio, che il “focolare domestico” (home) si possa ridurre all’edificio abitativo (house) di una famiglia!

Finché si ragionerà in termini strumentali non si capirà nulla della Rete e del suo significato.  La Rete “è” semmai una esperienza, cioè l’esperienza che quei cavi rendono possibile.

 Come mons. Claudio Maria Celli in un suo testo apparso sullo stesso quotidiano vaticano (il 20 settembre 2012) ha notato, lo stesso magistero pontificio sulle comunicazioni sociali ormai ha abbandonato il concetto di “strumento” per abbracciare quello di “ambiente”. E più ancora estesamente in un suo recente discorso ha affermato che “dobbiamo essere attenti a che la nostra riflessione su questo argomento non rimanga su un livello tecnico o strumentale”: “la rivoluzione nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione non può adeguatamente essere compresa solo in termini strumentali”.

Un rischio sottile nell’appiattimento del significato della Rete alla sua infrastruttura consiste in un riduzionismo ancora più grave: il considerare ciò che è tecnico come non umano, inferiore. In realtà proprio lo sviluppo della tecnica può e deve essere letto nel suo fondamento più spirituale di espressione del desiderio umano di conoscere, di comunicare e di entrare in relazione (o di manipolazione di questo desiderio, ovviamente).

Martini Grimaldi dunque ha fatto bene ad aprire la questione e ricordandoci che internet non è qualcosa di puramente “immateriale” e che può facilmente diventare ideologia e demagogia. E tuttavia occorre stare attenti, d’altra parte, a non ridurre la realtà e l’esperienza della Rete a cavi e tubi, perdendone i significati antropologici. Come la “casa” non è semplicemente un edificio, come il “pasto” non è solamente il miscuglio di alcuni ingredienti.

Semmai invece  concluderei con una frase di Blum riferita dal Corriere della Sera in unarticolo sullo stesso tema: “ciò che ho compreso una volta tornato a casa è che

Internet non è un mondo fisico o virtuale, ma è un mondo umano”.

La Rete : realtà puramente digitale, realtà duale,o realtà aumentata?
di A Spadaro cyberteologia.it

L’irruzione dei social network nelle nostre vite impone nuove domande sul rapporto tra l’esistenza sul web e quelal in carne e ossa: si escludono, si ostacolano, si completano? Ma in fondo non è che la versione aggiornata dell’antica esigenza di coniugare spirito e materia.
Ripropongo qui un mio articolo apparso su Avvenire del 9 settembre 2012 col titolo
“Dobbiamo indagare l’ontologia del nuovo mondo ibrido” all’interno di un dibattito dal titolo “Realtà. Duale, digitale o aumentata?”. Con Chiara Giaccardi – autrice di un’altra riflessione sulla stessa pagina del quotidiano dal titolo “Online/offline? Per i nostri figli non c’è differenza” – abbiamo discusso sul tema a partire da un post del sito di Nathan Jurgenson dal titolo Digital Dualism versus Augmented Reality.

Le nuove tecnologie digitali e i social network non sono più interpretabili come semplici strumenti tecnologici, ma creano un ambiente che determina uno stile di pensiero, contribuendo a definire un modo nuovo di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo.

videodromeNon si tratta di un ambiente separato, ma sempre più integrato, connesso con quello della vita quotidiana. Non un luogo specifico all’interno del quale entrare in alcuni momenti per vivere online, e da cui uscire per rientrare nella vita offline. 

Una delle sfide maggiori oggi è quella di non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita. Invece di farci uscire dal nostro mondo per solcare il mondo virtuale, la tecnologia ha fatto entrare il mondo digitale dentro il nostro mondo ordinario. I media digitali non sono porte di uscita dalla realtà, ma estensioni capaci di arricchire la nostra capacità di vivere le relazioni e scambiare informazioni.

 La Rete sembra essere un vero e propriotessuto connettivo attraverso il quale esprimiamo la nostra identità e la nostra stessa presenza sociale. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma come vivere bene al tempo della Rete. Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni.

Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri.

La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale. Il vero nucleo problematico della questione che stiamo affrontando è dato dal fatto che l’esistenza virtuale appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto: prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. Essa, certo,  non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una realtà oggettiva ordinaria, anche perché esiste solo nell’accadere dell’interazione.

 Si apre davanti a noi un mondo ibrido, che interroga il significato della presenza, la cui ontologia andrebbe indagata meglio. Vivere le dinamiche delle reti sociali non significa giocare, ma vivere la realtà della propria vita. O almeno questo deve essere l’obiettivo: essere se stessi.

Benedetto XVI nel suo messaggio per la XLV Giornata delle comunicazioni ha giustamente ricordato che «le dinamiche proprie dei social network mostrano che una persona è sempre coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali». In quel messaggio il Papa ha chiaramente oltrepassato il dualismo. A questo punto i paradigmi concettuali della realtà virtuale si percepiscono in tutta la loro fragilità. 

In che modo possiamo definire questa realtà complessa in cui si giocano più livelli di esistenza?

Nathan Jurgenson  propone il paradigma della realtà aumentata.È valido questo paradigma? Il cuore della questione consiste nel fatto che una rigida distinzione duale tra naturale e artificiale, mente e corpo, res cogitans e res extensa non rende più ragione della realtà complessa che viviamo.Ed è interessante che il riferimento teorico di Jurgenson sia Donna Haraway e il suo Cyborg Manifesto. La Haraway, pur avendo perso la fede, riconduce le basi della sua teoria dall’educazione cattolica ricevuta, affermando: «Il simbolismo e il sacramentalismo cattolici, le dottrine dell’incarnazione e della transustanziazione hanno profondamente influenzato la mia formazione». Mi vado convincendo – e ho provato a dimostrarlo nel mio libro Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della Rete – che per parlare di internet e della realtà al tempo della Rete non si può che usare un linguaggio teologico.

Chiaramente il sacramento è un segno visibile ed efficiace della grazia: non genera solamente informazione. Ma l’intuizione della Haraway, sebbene opinabile e problematica nei suoi esiti, parte dall’intuizione giusta: è il concetto di sacramento che può davvero aiutarci a capire la realtà al tempo dei media digitali. Soprattutto perché non ammette dualismi.

La profetica complessità di Teilhard de Chardin aveva intuito il necessario crollo del dualismo, ad esempio, in un passaggio per certi versi sconcertante de L’energia umana quando afferma: «Ogni passo avanti realizzato dall’Uomo nella meccanizzazione del Mondo travalica il piano della Materia. Si aggiunge infatti alle nuove possibilità che nascono dai perfezionamenti arrecati alla materia organizzata per determinare nell’individuo un accrescimento dell’energia spirituale».

La rete come possibilità inedita di costruire un mondo più umano.
Discorso di Benedetti XVI per la Giornat della Gioventù 2013

«Stiamo attraversando un periodo storico molto particolare: il progresso tecnico ci ha offerto possibilità inedite di interazione tra uomini e tra popolazioni, ma la globalizzazione di queste relazioni sarà positiva e farà crescere il mondo in umanità solo se sarà fondata non sul materialismo ma sull’amore, l’unica realtà capace di colmare il cuore di ciascuno e di unire le persone».

Al tempo della Rete che cosa significa “esistere”?
Posted on 24 maggio 2012 CYBERTEOLOGIA.IT

Come si fa a vivere bene ai tempi della rete? Per comprenderlo bisogna verificare quali sono le trasformazioni che i media sociali realizzano nella nostra vita a livello profondo.

La prima trasformazione consiste, del resto, nel significato stesso di che cosa significa esistere. Chi siamo quando siamo presenti e comunichiamo in Rete? La nostra vita è lì, nelle foto e nei pensieri che condividiamo, lì sono i nostri amici. Noi, in un certo modo «siamo» in Rete, parte della nostra vita è là. Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una realtà oggettiva ordinaria, anche perché esiste solo quando interagisco. Ci rendiamo conto ormai che noi esistiamo anche in Rete. Una parte della nostra vita è digitale. Dunque anche una parte della nostra vita di fede è digitale, vive nell’ambiente digitale.

Un mio studente africano della Pontificia Università Gregoriana una volta mi disse: «Io amo il mio computer perché dentro il mio computer ci sono tutti i miei amici». E’ vero: dentro il suo computer c’è Facebook, Skype, Twitter… tutti modi per lui di stare in contatto con i suoi amici lontani. La sua «comunità» di riferimento era reale grazie alla Rete.

Il vero nucleo problematico della questione che stiamo affrontando sembra dato dal fatto che l’esistenza «virtuale» appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto:prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una res  extensa, una realtà oggettiva ordinaria, anche perché esiste solo nell’accadere dell’interazione. Si apre davanti a noi un mondo «intermediario»,  la cui ontologia andrebbe indagata meglio.

Cyberteologia.

 Il credere non si risolve in qualcosa di astratto e remoto ma è calato nella realtà quotidiana dell’individuo, inclusa quella digitale: è la cyberteologia.Articolo del Card. Gianfranco Ravasi apparso su Il Sole 24 Ore di domenica 23 settembre 2012

«Noi non crediamo più agli dèi lontani/né agli idoli né agli spettri che ci abitano./ La nostra fede è la croce della terra / dov’è crocifisso il figliuolo dell’uomo».

Certo, Fortini quando scriveva questi versi in Varsavia 1939 reinterpretava laicamente l’Incarnazione e la Crocifissione cristiane, ma coglieva implicitamente il vero nodo centrale che lega insieme i vari fili tematici del cristianesimo. Il Logos astratto e remoto dei Greci e l’idolo pesante e inerte del paganesimo erano spazzati via e sostituiti da un soggetto unitario, Cristo, che intrecciava in sé divinità e umanità, immanenza e trascendenza, contingente e assoluto, storia ed eternità, crocifissione e risurrezione. 

Il cristianesimo esige una fede infitta nella ragione, una divinità insediata nella società.

Per questo “Anno della Fede” – indetto da Benedetto XVI a partire dall’11 ottobre (cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II) e che durerà fino al novembre dell’anno prossimo – vorremmo ora suggerire, fra i tanti possibili, alcuni volumi di “contesto”. 

La fede cristiana è, come si diceva, “incarnata” e non alienante, il credere non è  un’eterea ascensione estatica, ma un’adesione esistenziale e fiduciale a un Dio personale e alla sua verità.

È inevitabile, quindi, l’accamparsi del fedele nella piazza della storia e non solo nell’intimità velata di incenso del tempio. Elencheremo, perciò, alcuni testi che delineano l’orizzonte in cui deve collocarsi il credente con la sua testimonianza.

È naturale che il grembo più vasto è quello della modernità che, da quel Seicento in cui brillò l’«Io» autonomo di Cartesio e si configurò lo statuto indipendente della scienza rispetto alla teologia con Galileo e Newton, si è ora dispersa nella “liquidità” della postmodernità.

Il sociologo Sergio Belardinelli preferisce parlare di «tarda modernità» della quale vuole offrire un “sillabario” di quaranta voci, dall’«Aldilà» fino al «Treno». Quest’ultimo lemma piuttosto curioso fa comprendere quanto sia ancor oggi possibile l’allegoria, posta accanto alla “pesantezza” di termini come biopolitica, consumismo, globalizzazione, guerra, laicità, mercato, parlamento, potere e così via.

La vivacità del dettato e il respiro sottilmente ottimistico che animano le varie “sillabe” da reimparare nel linguaggio moderno fanno comprendere come non sia legittimo un certo scoramento pessimistico del cristiano. La destrutturazione e decreazione a cui si è votata la cultura postmoderna può avere come estuario non necessariamente il vuoto e lo spaesamento, ma può essere simile a una piattaforma libera da cui ripartire, recuperando l’eredità apparentemente stinta ed estinta della cristianità e della stessa modernità.

Imbraccia, invece, «l’arco di bronzo» descritto dal Salmista per scagliare le sue frecce «contro gli idoli postmoderni» un teologo raffinato come Pierangelo Sequeri. Tuttavia, il vitello d’oro che egli abbatte non viene brutalmente polverizzato e fatto inghiottire come accade nel celebre racconto biblico, bensì è sottilmente sconfitto attraverso la via dialettica dell’argomentazione, della riflessione e della critica motivata.

Sì, perché l’idolo è in realtà solo il segno esteriore di un pensiero, di una concezione esistenziale, di una passione maniacale. Di questi «idoli di testa» l’autore elenca quattro figure che si compongono quasi a punti cardinali di una mappa della nostra contemporaneità. Ecco, allora, la fissazione della giovinezza, l’ossessione della crescita e dell’accumulazione, il totalitarismo della comunicazione, l’irreligione della secolarizzazione. I vaccini liberatori sono indicati in pagine molto mobili, affidate a un linguaggio spesso evocativo eppure incisivo, ramificato e ammiccante, fieramente critico ma convinto alla fine che ogni vizio è una virtù degenerata e recuperabile, dato che carbone e diamante hanno la stessa base, il carbonio, come ricordava Karl Kraus.

Sequeri elenca il «totalitarismo della comunicazione» tra gli idoli postmoderni ed è difficile dargli torto. Eppure, i nuovi linguaggi informatici sono anche una sorprendente svolta culturale, analoga alla scoperta del fuoco, osava dire il sociologo dei media John P. Barlow. Vale qui, allora, in modo particolare il nesso appena enunciato tra vizio e virtù.

Ed è ciò che fa, in un saggio di straordinaria qualità e godibilità, il gesuita Antonio Spadaro dedicandosi alla “cyberteologia”, ossia al come pensare il cristianesimo nel tempo della rete. L’intellectus fidei (l’intelligenza della fede), canone fondamentale della teologia di ogni epoca deve ora esercitarsi nel nuovo terreno digitale con la sua grammatica che privilegia la coordinata incisiva rispetto alla subordinata sillogistica, che si affida all’essenzialità emblematicamente incarnata nei 140 caratteri del tweet, che per comunicare si arresta davanti alla frigidità dello schermo del computer, che si innesta in un sistema nervoso planetario, che alla distesa dell’eco temporale sostituisce l’istantaneità del dato. Ma tra le tante analisi preziose di questo internauta religioso, capace di critica, fondamentale è quella di “connettere” al linguaggio digitale l’antico annuncio fatto di parole proclamate, di sacramenti celebrati, di visioni sistematiche dell’essere e del l’esistere proprie del cristianesimo.

Abbiamo ormai solo lo spazio per una semplice citazione di due incursioni in ambiti particolarmente roventi della modernità, quelli della scienza e della politica. Suggeriamo, allora, di non perdere due testi essenziali. Il primo raccoglie il dialogo di un giornalista con un geniale scienziato e teologo, il sacerdote polacco Michael Heller, interpellato sul tormentato eppur esaltante confronto tra scienza e fede, un incrocio ormai antico che si è consumato attorno a domande capitali per entrambe, come l’origine dell’universo, l’evoluzione della materia e della vita, la genesi dell’uomo, l’approccio conoscitivo sperimentale e teorico, la casualità o l’ordine dell’universo e così via. Infine, ecco la vexata quaestio, sempre incandescente e mai del tutto risolta nell’esperienza storica, quella del rapporto tra fede e politica. È uno dei migliori teologi italiani, Severino Dianich, ad affrontare il tema non dal punto di vista della sociologia o antropologia religiosa, bensì in sede squisitamente teologica, come capitolo rilevante dell’ecclesiologia. Chiesa e Stato laico sono, quindi, collocati in un confronto che è esaminato stando sul versante ecclesiale, interpellando perciò prima di tutto e sopra tutto la Chiesa nel suo presentarsi e confrontarsi con la società moderna democratica e secolarizzata.

Intervista ad A.Spadaro , cyberteologo.
http://www.radiovaticana.org/105/Articolo.asp?c=581838 (intervista a cura di Fabio Colagrande)

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“Oggi la grande sfida per la Chiesa non è imparare a usare il web per evangelizzare, ma vivere e pensare bene - anche la fede - al tempo della rete”.

E’ il punto di partenza del saggio “Cyberteologia” (Ed. Vita &Pensiero), appena pubblicato da Antonio Spadaro sj, direttore della rivista La Civiltà Cattolica. “Oggi, grazie agli smart-phone e ai tablets, la nostra vita è sempre 'on-line' e la rete cambia il nostro modo di pensare e comprendere la realtà. Perciò, mi chiedo, come cambia la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca? Chi è il mio prossimo all’epoca del web? Sono possibili la liturgia e i sacramenti sulla rete? ”. 

Secondo p. Spadaro, sostenitore della spiritualità della tecnologia, “proprio nella rete Cristo chiama l’umanità ad essere più unita e connessa”. E questa concezione dei mezzi di comunicazione appartiene alla tradizione della Chiesa.

 “Quando nel 1931 Pio XI benedisse, in latino, i macchinari della Radio Vaticana – ricorda Spadaro - sottolineò che comunicare le parole apostoliche ai popoli lontani, attraverso l’etere, era un modo per essere uniti a Dio in un’unica famiglia”. Un’intuizione profonda, per l’epoca, che vedeva nella tecnologia della radio non un modo per trasmettere contenuti, fare propaganda, ma un mezzo per creare relazioni, un’unica grande famiglia di credenti. “Potremmo quasi dire – aggiunge Spadaro - che papa Ratti avesse già compreso pienamente la logica dei social networks”. 

L’autore prescinde dalle critiche ai social networks, molto frequenti, non solo nel mondo cattolico. “Si tratta di ambienti, in cui si può vivere bene o male – spiega il direttore de La Civiltà Cattolica - dipende dalla qualità delle persone che li frequentano”. “Al di là di ogni considerazione – conclude - va valutato che su Facebook ci sono più di cinquecento milioni di persone, e quindi, soprattutto la Chiesa, non può non esserci. E’ un dato che fa appello alla nostra moralità”. 

Di fronte al pregiudizo, duro a morire, di una Chiesa nemica del progresso, Spadaro lancia un'ulteriore provocazione: "proprio noi credenti siamo chiamati a dare al mondo un contributo di lettura teologica del fenomeno della rete, a far capire le vere potenzialità di questo ambiente"

È possibile pensare la Rete teologicamente?
di Antonio Spadaro S.J.

cyberteologoAntonio Spadaro

Internet è ormai parte della vita quotidiana di molte persone, che lo vivono come «ambiente» di connessione, relazione, comunicazione e conoscenza.

La Chiesa è ormai ben attiva in Rete non per una mera «volontà di presenza», ma per una naturale immersione del cristianesimo nei luoghi di vita degli esseri umani. Questa presenza, lo si sa, pone una serie di interrogativi rilevanti di ordine educativo e pastorale.

Tuttavia vanno emergendo anche alcuni punti critici che riguardano la stessa comprensione della fede e della Chiesa.


Dio e la Rete.

“La questione di Dio nel continente digitale“

Di A. Spadaro. www.cyberteolgia.it

Ripropongo qui il testo di mons. Claudio Maria Celli,  arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, pubblicato su L’Osservatore Romano il 20 settembre 2012, dal titolo: “La questione di Dio nel continente digitale“ dedicato al magistero pontificio e la sfida delle frontiere della nuova evangelizzazione.

L’Instrumentum laboris, redatto dalla segreteria generale del Sinodo dei vescovi in vista dei lavori della prossima assemblea generale ordinaria, dedica quattro paragrafi (59-62) al tema dei media nel contesto della nuova evangelizzazione, con un titolo assai significativo: «Le nuove frontiere dello scenario comunicativo». Il documento riconosce che l’attuale mondo della comunicazione «offre enormi possibilità e rappresenta una delle grandi sfide della Chiesa» (n. 59), che le «nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire nella società e sulla cultura» (n. 60) e che «dall’influsso che esercitano dipende la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo» (n. 60).

Emerge, quindi, a tutto tondo, la consapevolezza che ci troviamo di fronte a una cultura — i recenti interventi del magistero pontificio parlano appunto di una «cultura digitale» — che è originata dalle nuove tecnologie comunicative e che essa sia una grande sfida per la comunità ecclesiale.

Poiché durante i lavori del sinodo cadrà il cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II, mi sembra non solo interessante ma doveroso ritornare, prima di tutto, al documento fondante della riflessione ecclesiale sugli strumenti della comunicazione sociale, vale a dire il decreto conciliare Inter mirifica, approvato il 4 dicembre 1963.

I padri conciliari, prendendo atto che si tratta di «meravigliose invenzioni tecniche», che «più direttamente riguardano lo spirito dell’uomo e che hanno offerto nuove possibilità di comunicare, con massima facilità, ogni sorta di notizie, idee, insegnamenti» (n. 1), sono anche ampiamente consapevoli di avere a che fare con «strumenti che per loro natura sono in grado di raggiungere e muovere non solo i singoli, ma le stesse moltitudini e l’intera società umana» (n. 1) e che «contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il Regno di Dio» (n. 2). In questa prospettiva, il decreto afferma che la Chiesa «ritiene suo dovere servirsi anche degli strumenti della comunicazione sociale per predicare l’annuncio di questa salvezza ed insegnare agli uomini il retto uso degli strumenti stessi» (n. 3).

Questa visione dei media come “strumenti” pervaderà negli anni seguenti il magistero, vale a dire l’istruzione pastorale sulle comunicazioni sociali Communio et progressio pubblicata dalla Pontificia Commissione per le Comunicazioni Sociali, il 23 marzo 1971, l’istruzione pastorale Aetatis novae pubblicata dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali — questo è il suo nuovo nome — il 22 febbraio 1992, e i vari interventi del Papa Paolo VI. Sia sufficiente ricordare, a questo proposito, un significativo passaggio dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi dove Paolo VI, riferendosi ai mezzi di comunicazione sociale, afferma che «posti al servizio del Vangelo, essi sono capaci di estendere quasi all’infinito il campo di ascolto della Parola di Dio, e fanno giungere la Buona Novella a milioni di persone» (n. 45).

Gran parte del mondo comunicativo cambierà radicalmente con la scoperta e l’ampia diffusione delle nuove tecnologie che, come sottolineano gli esperti, non saranno più solo uno strumento, ma diventano un vero e proprio ambiente di vita. Saranno i due ultimi Pontefici , il beato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a mettere in luce quanto è avvenuto nel campo della comunicazione e a percepire, con lucidità pastorale, le conseguenti sfide e opportunità per l’azione evangelizzatrice della Chiesa. Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Il rapido sviluppo (2005), rileva con chiarezza che «i mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Si tratta di un problema complesso, poiché tale cultura, prima ancora che dai contenuti, nasce dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con tecniche e linguaggi inediti» (n. 3).

Sulla stessa linea si pone il magistero di Benedetto XVI quando, nel Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2009, scrive: «Sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo ed informativo i valori su cui poggia la vostra vita!». E, riferendosi al delicato tema dei rapporti tra evangelizzazione e nuovi linguaggi, aggiunge: «nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli ed i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccare le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo».

Questi testi del magistero, or ora citati, aiutano a comprendere che la missione evangelizzatrice non può trovare la sua piena realizzazione nella sola capacità tecnologica-comunicativa, anche la più moderna e sofisticata.

Anche oggi, credo, siano necessarie audacia e saggezza nel nostro ministero pastorale per trovare altre vie e capacità di usare nuovi linguaggi per evangelizzare in un contesto dove l’uomo è sommerso da messaggi o da non poche risposte a domande che non si era neanche posto. La tensione nella ricerca della verità, che costituisce la più autentica dimensione della dignità dell’uomo, deve farsi spazio in una molteplicità di informazioni, che assalgono l’uomo odierno nel suo cammino esistenziale. Si tratta anche della ricerca, a volte sofferta, di Dio e come ricordava Benedetto XVI: «Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta tale ricerca; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009).

In questo campo giocano un ruolo particolare le nuove tecnologie comunicative che danno origine a una vera e propria cultura, favorendo anche il configurarsi di una società caratterizzata dal fenomeno della globalizzazione. Giacché la fede prevede un incontro personale con Gesù Cristo, l’azione evangelizzatrice dovrà prestare una attenzione speciale alla concreta e singolare situazione del destinatario dell’annuncio, nel rispetto dell’assoluto primato del rapporto con la persona. Che linguaggio usare perché Gesù Cristo sia annunciato all’uomo di oggi e possa così interpellare il cuore di ogni essere umano? Penso che questa sia una delle sfide più importanti e urgenti per la missione salvifica della Chiesa nel mondo contemporaneo.

Carattere eminentemente interpersonale dell’evangelizzazione, e testimonianza a tutto campo, sembrano a prima vista due aspetti di questa fondamentale missione della Chiesa in contrasto con quelle che sono le caratteristiche del mondo comunicativo odierno. La dimensione digitale sembra mal relazionarsi con l’esigenza di concretezza legata al cammino di evangelizzazione, e lo stesso può dirsi della prospettiva globalizzante quasi impersonale della rete che pare essere in stridente opposizione con le necessarie dimensioni personali — parliamo di spirito, di cuore — del rapporto dell’essere umano con Dio in Gesù Cristo. Non nego che c’è del vero in certe posizioni sospettose e critiche nei confronti delle nuove tecnologie — l’Instrumentum laboris menziona certi limiti al n. 62 — ma è pur vero che esse hanno accresciuto enormemente le capacità conoscitive e relazionali dell’uomo e le reti sociali sono l’ambiente esistenziale di centinaia di milioni di persone.

Quale opportunità e sfida per la comunità di credenti in Cristo, che ha nelle sue mani la parola di vita. Per questo motivo è pressante l’invito che Benedetto XVI rivolgeva nel 2010 tramite il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: «Lo sviluppo delle nuove tecnologie e, nella sua dimensione complessiva, tutto il mondo digitale rappresentano una grande risorsa per l’umanità nel suo insieme e per l’uomo nella singolarità del suo essere e uno stimolo per il confronto e il dialogo. Nessuna strada, infatti, può e deve essere preclusa a chi, nel nome del Cristo risorto, si impegna a farsi sempre più prossimo all’uomo. I nuovi media, pertanto, offrono innanzitutto ai Presbiteri prospettive sempre nuove e pastoralmente sconfinate, che li sollecitano a valorizzare la dimensione universale della Chiesa, per una comunione vasta e concreta».

Credo che il Papa sia pienamente consapevole dei limiti delle nuove tecnologie e di certe influenze negative da esse esercitate specialmente sul mondo giovanile, eppure non le teme, anzi invita la Chiesa «ad esercitare una “diaconia della cultura”, nell’odierno “continente digitale”. Con il Vangelo nelle mani e nel cuore, occorre ribadire che è tempo anche di continuare a preparare cammini che conducano alla Parola di Dio, senza trascurare di dedicare un’attenzione particolare a chi si trova nella condizione di ricerca, anzi procurando di tenerla desta come primo passo dell’evangelizzazione».

E la riflessione pontificia giunge a prospettare la messa in opera di una «pastorale nel mondo digitale», che è chiamata «a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura».

Proseguendo in questa linea il Papa si chiede — usando un’immagine audace ma significativa — se il web non possa fare spazio — come il cortile dei gentili, del Tempio di Gerusalemme — anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto (cfr. messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2010). I testi del magistero papale or ora ripercorsi sono parole pastoralmente illuminanti che possono aiutare, alla vigilia dei lavori del prossimo Sinodo, a riflettere con «audacia e saggezza», sulla grande sfida che le nuove tecnologie comunicative pongono nel cammino di evangelizzazione, percependone anche le grandi opportunità.

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