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I vescovi cattolici e la rete

Fonte : News Service Vaticano - Sinodo dei vescovi 2012 -intervento di S.E.R. Mons. Claudio Maria CELLI, Arcivescovo titolare di Civitanova, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali (CITTÀ DEL VATICANO)

" La nuova evangelizzazione ci chiede di essere attenti alla “novità” del contesto culturale nel quale siamo chiamati ad annunciare la Buona Novella, ma anche alla “novità” dei metodi da utilizzare.- I Nuovi Media stanno cambiando radicalmente la cultura nella quale viviamo e offrono nuovi percorsi per condividere il messaggio del Vangelo. Le nuove tecnologie non hanno cambiato solo il modo di comunicare, ma hanno trasformato la comunicazione stessa, creando una nuova infrastruttura culturale che sta influendo sull’ambiente della comunicazione e non possiamo fare quello che abbiamo sempre fatto, pur con le nuove tecnologie.

L’arena digitale non è uno spazio “virtuale” meno importante del mondo “reale” e, se la Buona Novella non è proclamata anche “digitalmente”, corriamo il rischio di abbandonare molte persone, per le quali questo è il mondo in cui “vivono”. La Chiesa è già presente nello spazio digitale, ma la prossima sfida è cambiare il nostro stile comunicativo per rendere tale presenza efficace, occupandoci soprattutto della questione del linguaggio. Nel forum digitale il discorso è spontaneo, interattivo e partecipativo; nella Chiesa, siamo abituati a usare i testi scritti come normale modo di comunicazione. Non so se questa forma possa parlare ai più giovani, abituati a un linguaggio radicato nella convergenza di parola, suono e immagini.

Siamo chiamati a comunicare con la nostra testimonianza, condividendo nelle relazioni personali la speranza che abita in noi. Non possiamo diluire i contenuti della nostra fede, ma trovare nuovi modi per esprimerla nella sua pienezza.

Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici e “followers”. Abbiamo bisogno di valorizzare le “voci” dei molti cattolici presenti nei blogs, affinché possano evangelizzare, presentare l’insegnamento della Chiesa e rispondere alle domande degli altri. Penso alla Chiesa che è chiamata ad instaurare un dialogo rispettoso con tutti, a dare ragione a tutti della speranza che porta nel cuore. "

Chiesa come rete. Rete come Chiesa ?

 Senti Cyberteologia e ti viene in mente Philip Dick
di A Spadaro 8 maggio 2012

Riprendo qui una intervista di Filippo Sensi apparsa su Europa il 27 aprile 2012

Senti cyberteologia e ti viene in mente Philip K. Dick, o magari uno di quei videogiochi spara-spara, magari con una curvatura esoterica, che spopolano tra gli smanettoni. E invece è una riflessione cognitiva ormai matura, anche se in progress, lo sforzo speculativo di “pensare il cristianesimo al tempo della rete”, come recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Antonio Spadaro, da qualche mese direttore della Civiltà Cattolica, la più antica rivista italiana, come ci dice con orgoglio lui stesso, in una conversazione con Europa, a partire proprio dal suo volume (Cyberteologia, Vita e pensiero, 14 euro).

Quarantacinque anni, gesuita, con una formazione «mista, a cavallo tra una disciplina e l’altra», Spadaro ci tiene a preservare la fisionomia distinta della cyberteologia rispetto alle pastorali, alle sociologie della rete, perfino alle teologie contestuali: nei suoi interrogativi c’è, piuttosto, una urgenza epistemologica, una intelligenza delle fede che mira ad andare al nodo ultimo, verso il “Punto Omega”, per usare il lessico di un pensatore molto amato dal direttore della Civiltà Cattolica, Teilhard de Chardin.

«È un autore complesso, geniale, e il pensiero geniale è sempre sorgivo, fangoso, impastato», spiega Spadaro, «è la sua ambiguità a renderlo grande, ci impone di cogliere in lui più le domande che le risposte». Se l’itinerarium del teologo messinese, per ora, fa stazione presso la noosfera teilhardiana come tensione/attrazione dell’umanità, sempre più connessa come in un sistema nervoso planetario, verso Dio, il punto di partenza della sua riflessione è che Internet non può essere banalizzato come strumento, ma è ormai l’ambiente in cui ci muoviamo.

«La rete e la Chiesa – scrive – sono due realtà da sempre destinate a incontrarsi. La sfida, dunque, non deve essere come “usare” bene la rete, come spesso si crede, ma come “vivere” bene al tempo della rete».

In questa contemporaneità della riflessione, anche etica, di Spadaro si può leggere un umanesimo profondo, mutuato dalla lunga frequentazione della letteratura, in particolare con la scrittura di Flannery O’Connor, la poesia di Gerard Manley Hopkins e di Walt Whitman (che il teologo ha anche tradotto); una dimensione che consente al teologo di utilizzare una sensibilità linguistica preziosa e penetrante. Come quando si interroga sulla persistenza, nel lessico della tecnologia, di concetti presi a prestito dal piano religioso, come “salvare”, “convertire”, “giustificare”, “condividere” («il linguaggio della fede è talmente denso di siginificato che poi sconfina», azzarda così una risposta il direttore della Civiltà Cattolica).

O come quando chiede «come cambia la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca», per negare, però, poi radicalmente la possibilità di una «googlizzazione della fede». Se l’assunto di partenza della cyberteologia è che  non si può fare finta che questa dimensione della rete non solo esista, ma abbia un impatto significativo sulla nostra capacità di pensare il fatto cristiano, ne discende che una mera fenomenologia della rete, dei suoi usi, delle sue liturgie, dei suoi gadget resti insufficiente in questo lavoro di messa a fuoco. Cioè a dire, non si arriva al punto, se ci si ferma esclusivamente a impastare la fede della terminologia imposta dalle nuove tecnologie; non è un lavoro di traduzione, bensì di tradizione, quello che si richiede al teologo, di tradizione e di innovazione insieme.

Spadaro lo spiega, con un riferimento alla rivista che dirige, la Civiltà Cattolica: «Attenzione al fraintendimento di chi oppone innovazione e tradizione. Guardando alla storia della rivista, ad esempio, si può cogliere un grande sforzo di innovazione proprio alle sue origini. Era in italiano, e non in latino. Aveva diffusione nazionale, prima che l’Italia fosse unita. Si occupava di cultura alta, ma con un linguaggio leggibile, ordinario, comune, quasi militante».

Una passione per l’originario, per lo stato nascente cui il teologo non abdica mai, in nessuna delle sue attività, delle sue predilezioni. Perfino nella lettura delle Scritture, Spadaro si sofferma volentieri sul libro della Genesi, della «creazione del mondo come liberazione creativa dal caos». Perché «nella Bibbia – osserva, circondato dai libri del suo studio, l’amata Flannery O’Connor a portata di mano, in uno scaffale ordinato – la creazione non è ex nihilo, ma è un gesto creativo che mette ordine in un caos informe e spaventoso».

Così la sua cyberteologia prova a mettere a sistema le suggestioni speculative che già si trovavano nel precedente Web 2.0Reti di relazione e, più in generale, nella sua attività di blogger che lo scorso anno incuriosì perfino l’Economist. Ne è passato di tempo da quando Spadaro fondava la rivista letteraria Bomba Carta, un progetto culturale che coordinava iniziative di scrittura creativa assieme alla produzione di video e a letture via Internet. Oggi il direttore della Civiltà Cattolica è stato nominato da papa Benedetto XVI consultore del Pontificio Consiglio della cultura e delle comunicazioni sociali.

Eppure non ci sta, anzi quasi si allarma, quando si sottolinea il dato anagrafico, mettendolo in relazione al rilievo degli incarichi che ricopre: «Oggi in Italia definire giovane una persona di 45 anni è inquietante, perché indica che non c’è una adeguata valorizzazione dei giovani, con il conseguente rischio di innescare una competizione tra giovani e adulti». Prosegue il suo ragionamento: «In Italia si rischia di vivere una gerarchia legata più all’età che alla competenza: per carità, è indubbio che l’esperienza abbia una sua virtuosità. Ma se l’esperienza è un valore – rimarca Spadaro – anche la freschezza lo è. Attenzione, perciò, a far entrare questi due valori in conflitto».

E, d’altra parte, l’intero impianto della sua cyberteologia è all’insegna di uno sforzo di conciliazione, di reciproca comprensione tra due sfere, due dimensioni di cui il teologo conosce perfettamente il perimetro, senza confusioni, né sovrapposizioni di sorta. In un dialogo, però, continuo, pur nella differenza dei piani, quello dell’ambiente tecnologico e quello della Rivelazione: «Nella sfida che la mentalità hacker comincia a porre alla teologia e alla fede – scrive nel libro – va preservata l’apertura umana alla trascendenza, a un dono indeducibile, a una grazia che “buca” il sistema delle relazioni e che non è mai solamente il frutto di una connessione o di una condivisione, per quanto ampia e generosa».

Se così non fosse, avverte, la rete finirebbe per essere una «torre di Babele orizzontale», dando una fallace impressione di «onnipresenza», di «avvolgere tutto», dalla quale, tuttavia, sporge ed eccede la Rivelazione. Finora eravamo ai prolegomeni di una cyberteologia, di una fides quaerens intellectum al tempo dell’invadenza e delle opportunità liberate dai social network. «Ora il campo è aperto», ammette Spadaro, congendandoci. Se non ancora alle categorie, siamo, tuttavia, dentro un ecosistema di riflessione che promette di cambiare, e a fondo, la prospettiva teologica contemporanea.

Che si debba a un forty-something che si è occupato di Piervittorio Tondelli e Tom Waits, di Raymond Carver e Nick Cave o Andy Warhol è una sfida ai luoghi comuni con la quale spesso fraintendiamo il ruolo della Chiesa, il suo umanesimo, la sua missione.

LA FEDE NELLA «RETE» DELLE RELAZIONI 
[dal Quaderno N°3837 del 01/05/2010 - Civ. Catt. II 211-316 © Civiltà Cattolica pag.258-271

Si è tenuto a Rio de Janeiro dal 12 al 16 luglio il 1° “seminario sulla comunicazione per i Vescovi del Brasile. Riporto qui il testo del mio intervento dal titolo “Espiritualidade e elementos para uma teologia da comunicação em rede”.

Internet fa parte della nostra vita quotidiana. Se fino a qualche tempo fa la Rete era legata all’immagine di qualcosa di tecnico, che richiedeva competenze specifiche sofisticate, oggi è un luogo da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee. E questo anche in mobilità grazie a quelli che una volta si chiamavano «cellulari» e che oggi sono veri e propri computer da tasca.

Internet è uno spazio di esperienza che sempre di più sta diventando parte integrante, in maniera fluida, della vita di ogni giorno. E’ un nuovo contesto esistenziale, non dunque un «luogo» specifico dentro cui entrare in alcuni momenti per vivere on line, e da cui uscire per rientrare nella vita off line.

La Rete, resa così a portata di mano (anche in senso letterale), comincia a incidere sulla capacità di vivere e pensare. Dal suo influsso dipende in qualche modo la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo che ci circonda e di quello che ancora non conosciamo.

In fondo, l’uomo ha sempre cercato di capire la realtà attraverso le tecnologie. Pensiamo a come la fotografia e il cinema hanno mutato il modo di rappresentare le cose e gli eventi; l’aereo ci ha fatto comprendere il mondo in maniera diversa del carro con le ruote; la stampa ci ha fatto comprendere la cultura in maniera diversa. E così via. La «tecnologia», dunque, non è un insieme di oggetti moderni e all’avanguardia.

Non è neanche, come credono i più scettici, una forma di vivere l’illusione del dominio sulle forze della natura in vista di una vita felice. Sarebbe riduttivo considerarla solamente frutto di una volontà di potenza e dominio. Essa, scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, «è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia», e nel contempo si manifestano le aspirazioni dell’uomo e le tensioni dei suo animo.

L’avvento di internet è stato, certo, una rivoluzione. Tuttavia è una rivoluzione con salde radici nel passato: replica antiche forme di trasmissione del sapere e del vivere comune, ostenta nostalgie, dà forma a desideri e valori antichi quanto l’essere umano. Pensando a internet occorre non solo immaginare le prospettive di futuro che offre, ma considerare anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere, cioè: connessione, relazione, comunicazione e conoscenza. E noi sappiamo bene comeda sempre la Chiesa abbia nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere.

La domanda a questo punto sorge spontanea: se oggi la rivoluzione digitale modifica il modo di vivere e pensare, ciò non finirà per riguardare anche, in qualche modo, la fede?

Se la Rete entra nel processo di formazione dell’identità personale e delle relazioni, non avrà anche un impatto sull’identità religiosa e spirituale degli uomini del nostro tempo e sulla stessa coscienza ecclesiale?

Benedetto XVI col suo messaggio per la 45a Giornata delle Comunicazioni Sociali e il discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni ha indicato una strada in maniera chiara e decisa. Ecco le sue domande: «quali sfide il cosiddetto “pensiero digitale” pone alla fede e alla teologia? Quali  domande e richieste?».

Internet come «ambiente»

-Internet non è un semplice «strumento» di comunicazione che si può usare o meno, ma un «ambiente» culturale, che determina uno stile di pensiero, contribuendo a definire anche un modo peculiare di stimolare le intelligenze e di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo.

In questo senso la Rete non è un nuovo «mezzo» di evangelizzazione, ma innanzitutto un contesto in cui la fede è chiamata a esprimersi non per una mera «volontà di presenza», ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uomini.

 La sfida della Chiesa non dev’essere quella del modo di «usare» bene la Rete, come spesso si crede, ma come «vivere» bene al tempo della Rete.

 Internet è una realtà destinata ad essere sempre più trasparente e integrata rispetto alla vita, diciamo così, «reale». Questa è la vera sfida: imparare ad esserewired, connessi, in maniera fluida, naturale, etica e perfino spirituale; a vivere la Rete come uno degli ambienti di vita.

È evidente, dunque, come internet con tutte le sue innovazioni dalle radici antiche ponga alla Chiesa una serie di interrogativi rilevanti di ordine educativo e pastorale. Tuttavia vi sono alcuni punti critici che riguardano la stessa comprensione della fede e della Chiesa. Proverò a individuarne alcuni per avviare una discussione alla luce di evidenti incompatibilità come anche di palesi connaturalità.

Come cambia la ricerca di Dio

La prima questione che vorrei sollevare è di ordine antropologico. La «navigazione» sul web è una via ormai ordinaria per la conoscenza. Oggi accade sempre più spesso che, quando si ha la necessità di una informazione, si interroghi la Rete per avere la risposta da un motore di ricerca come Google, Bing o altri ancora. Internet sembra essere il luogo delle risposte. Esse però raramente sono univoche: la risposta è un insieme di link che rinviano a testi, immagini e video. Ogni ricerca può implicare una esplorazione di territori differenti e complessi dando persino l’impressione di una certa esaustività. Quale fede troviamo in questo spazio antropologico che chiamiamo web?

Digitando in un motore di ricerca la parola God oppure anche religion,spirituality, otteniamo liste di centinaia di milioni di pagine. Nella Rete si avverte una crescita di bisogno religioso che la «tradizione» sembra faccia fatica a soddisfare. L’uomo alla ricerca di Dio oggi avvia una navigazione. Quali sono le conseguenze? Si può cadere nell’illusione che il sacro o il religioso siano a portata di mouse. La Rete, proprio grazie al fatto che è in grado di contenere tutto, può essere facilmente paragonata a una sorta di grande supermarket del religioso. Ci si illude dunque che il sacro resti «a disposizione» di un «consumatore» nel momento del bisogno. Il vangelo appare solo come una notizia fra molte altre.

Il Vangelo, però, «non è un’informazione fra le altre — affermava nel 2002 l’allora card. Ratzinger —, una riga sulla tavola accanto ad altre», ma è «la chiave, un messaggio di natura totalmente diversa dalle molte informazioni che ci sommergono giorno dopo giorno».

Continuava l’attuale Pontefice: «Se il Vangelo appare soltanto come una notizia fra molte, può forse essere scartato in favore di altri messaggi più importanti. Ma come fa la comunicazione, che noi chiamiamo Vangelo, a far capire che essa è appunto una forma totalmente altra di informazione – nel nostro uso linguistico, piuttosto una “performazione”, un processo vitale, per mezzo del quale soltanto lo strumento dell’esistenza può trovare il suo giusto tono?»

La sfida che abbiamo davanti allora è seria, perché segna la demarcazione tra la fede come «merce» da vendere in maniera seduttiva e la fede come atto dell’intelligenza dell’uomo che, mosso da Dio, dà a Lui liberamente il proprio assenso. 

È dunque necessario oggi considerare che ci sono realtà capaci di sfuggire sempre e comunque alla logica del «motore di ricerca» e che la «googlizzazione»della fede è impossibile.

Di recente Google ha introdotto una nuova funzionalità chiamata Instant la quale permette di ottenere i risultati della ricerca già nel momento in cui la ricerca viene effettuata. Se teniamo abilitata la funzione Google Instant e digitiamo la parola God scopriremo che nel «mercato» delle risposte Dio non è certo più «l’essere di cui non si può pensare il maggiore» secondo la definizione di sant’Anselmo. Infatti, appena vengono digitate le lettere «g», «o» e «d», i suggerimenti automatici in lingua inglese sono in ordine: «gods of Metal», e poi «god of war», «godot» e «godzilla», e cioè, rispettivamente: un videogioco, un festival di musica metal, la più famosa opera teatrale di Samuel Beckett e un mostro del cinema giapponese. Dio in quanto tale (God) non rientra nel campo delle risposte possibili. La ricerca di Dio al tempo di Google Instant si è fatta difficile…

Possiamo confrontare la logica del motore di ricerca istantanea a quella dei motori «semantici» e alla loro differente logica di funzionamento, fondata sul riconoscimento di una domanda precisa che va posta bene. Un esempio è quello offerto da Wolfram|Alpha. Visto che, al momento, l’unica lingua che comprende è l’inglese, è interessante notare la risposta alla domanda Does God exist? (Dio esiste?): «Mi dispiace, ma un povero motore computazionale di conoscenza, non importa quanto potente possa essere, non è in grado di fornire una risposta semplice a questa domanda».

Lì dove Google va a colpo sicuro fornendo centinaia di migliaia di risposte indirette, Wolfram|Alpha fa un passo indietro. Qual è la differenza? Google è un motore sintattico e si preoccupa unicamente di «censire» le parole che sono all’interno di un testo ma senza in alcun modo tentare di determinare il contesto in cui queste parole vengono utilizzate. La ricerca semantica tenta di invece di avvicinarsi al modo di apprendere dell’uomo, cercando di interpretare il significato logico delle frasi e tentando di carpirne il significato dal contesto. Il modo in cui si pone la domanda può influenzare l’efficacia della risposta. Ecco, dunque, che cosa possiamo imparare: anche al tempo della Rete la ricerca di Dio deve nascere sempre da un contesto preciso, non dalla capacità di compiere una ricerca «a caso», ma dalla paziente formulazione di una domanda e dal riconoscimento di ciò che si desidera veramente.

Si comprende, quindi, come la Rete «sfidi» la fede nella sua comprensione grazie a una «logica» che sempre di più segna il modo di pensare degli uomini.

L’uomo religioso al tempo della Rete

In tale contesto occorre considerare un possibile vero e proprio cambiamento radicale nella percezione della domanda religiosa. Una volta l’uomo era saldamente attratto dal religioso come da una fonte di senso fondamentale. Come l’ago di una bussola, lui sapeva di essere radicalmente attratto verso una direzione precisa, unica e naturale: il Nord. Se la bussola non indica il Nord è perché non funziona, e non certo perché non esiste il Nord. Poi l’uomo, specialmente con la Seconda Guerra Mondiale, ha cominciato ad usare il radar che serve a rilevare e determinare la posizione di oggetti fissi o mobili.

Il radar va alla ricerca del suo target e implica una apertura indiscriminata anche al più blando segnale, non l’indicazione di una direzione precisa. E così anche l’uomo ha cominciato ad andare alla ricerca di un senso per la vita e anche di un Dio capace di qualche segno di riconoscimento, che faccia sentire la sua voce. L’espressione di questa logica è la domanda: «Dio, dove sei?». Da qui anche l’attesa di Godot e tante pagine della grande letteratura del Novecento, ad esempio. L’uomo era inteso comunque come un «uditore della parola» – per usare una celebre espressione del teologo Karl Rahner, che implicitamente ha dato forma teologica alla metafora tecnologica del radar – alla ricerca di un messaggio del quale sentiva il bisogno profondo. E oggi? Vale ancora questa immagine?

In realtà, sebbene sempre vive e vere, esse reggono meno.

L’immagine che oggi è più presente è quella dell’uomo che si sente smarrito se il suo cellulare non ha campo o se il suo device tecnologico (computertablet o smartphone) non può accedere a qualche forma di connessione di rete wireless. Se una volta il radar era alla ricerca di un segnale, oggi invece siamo noi a cercare un canale di accesso attraverso il quale i dati possano passare. L’uomo oggi più che cercare segnali, è abituato a cercare di essere sempre nella possibilità di riceverli senza però necessariamente cercali. 

L’estrema conseguenza è la logica introdotta dal sistema push che funziona in maniera opposta a quello pull. Il primo implica il fatto che quando un dato è disponibile (unamail, ad esempio) io lo ricevo in maniera automatica perché tengo aperto un canale di ricezione. Il secondo sistema implica il fatto che io possa andare a recuperarlo quando ho voglia di stabilire una connessione.

L’uomo da bussola prima e radar poi si sta trasformando, dunque, in un decoder, cioè un sistema di accesso e di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono senza che lui si preoccupi di andare a cercarle.Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, riconoscerlo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo. E può essere «nascosto» dovunque. In un mondo che offre risposte a domande che ancora non sono state formulate, la domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. Prima vengono le risposte, ed è da queste che l’uomo a chiamato a riconoscere le sue domande più radicali e autentiche.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. La risposta è il luogo di emersione della domanda. Tocca all’uomo d’oggi, dunque, e soprattutto al formatore, all’educatore, dedurre e distinguere le domande religiose vere dalle risposte che lui si vede offrire continuamente. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande preparazione e una grande sensibilità spirituale.

La Chiesa: fili di rete o tralci di vite?

La seconda questione che vorrei sollevare è di ordine più prettamente ecclesiologico. La Rete è oggi sempre di più luogo di networks e dicommunities.

E’ possibile immaginare una vita ecclesiale essenzialmente di Rete? 

Una «Chiesa di Rete» in sé e per sé è una comunità priva di qualunque riferimento territoriale e di concreto riferimento reale di vita. Pensiamo alle «chiese» generate dai telepredicatori, che producono una pratica religiosa individuale, che conferma l’esasperata privatizzazione degli scopi della vita e l’individualismo estremo della società dei consumi capitalistica. Non è dovuto al caso il grande successo dei siti di spiritualità diffusa, svincolata da qualunque forma di mediazione storica, comunitaria e sacramentale (tradizione, testimonianza, celebrazione…), tendente a includere tutti i valori religiosi unicamente nella coscienza individuale e spesso di ispirazione new age.

Queste tensioni, com’è ovvio, hanno una ricaduta sul significato dell’«appartenenza» ecclesiale. Essa rischia di essere considerata il frutto di un «consenso» e dunque «prodotto» della comunicazione. In tale contesto i passi dell’iniziazione cristiana rischiano di risolversi in una sorta di «procedura di accesso» (login) all’informazione, forse anche sulla base di un «contratto», che permette anche una rapida disconnessione (logoff). Il radicamento in una comunità si risolverebbe in una sorta di «installazione» (set up) di un programma (software) in una macchina (hardware), che si può dunque facilmente anche «disinstallare» (uninstall).

D’altra parte la Rete, invece, è destinata sempre di più ad essere non un mondo parallelo e distinto rispetto alla realtà di tutti i giorni, quella dei contatti diretti: le due dimensioni, quella on line e quella off line, sono chiamate ad armonizzarsi e ad integrarsi quanto più è possibile in una vita di relazioni piene e sincere. La Chiesa in se stessa è sempre più compresa (e risulta comprensibile) in termini di network. La Rete dunque pone domande che riguardano la mentalità e il modello con cui può essere compresa la Chiesa nel suo essere «comunità» e nel suo sviluppo.

 La Lumen gentium al n. 6, parlando dell’intima natura della Chiesa, afferma che essa si fa conoscere attraverso «immagini varie». Nel passato, oltre a quelle bibliche, sono state usate anche immagini di altro genere per «significare» la Chiesa; ad esempio, le metafore navali e di navigazione.

Alcune immagini infatti possono anche essere «modelli» ecclesiologici. Per «modello» si intende un’immagine impiegata in modo riflesso e critico per approfondire la comprensione della realtà. La domanda a questo punto è se oggi non si ponga la necessità di confrontarsi seriamente con il modello della «Rete» e con ciò che da essa deriva a livello di comprensione ecclesiologica.

Nel suo Thy Kingdom Connected, Dwight J. Friesen, professore associato di Teologia pratica presso la Mars Hill Graduate School di Seattle, immagina «il regno di Dio nei termini di un essere relazionalmente connessi con Dio, gli uni gli altri, e con tutta la creazione». In questa visione certo possiamo ritrovare quella del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica che afferma la sacramentalità della Chiesa nel suo essere «strumento della riconciliazione e della comunione di tutta l’umanità con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». Il pensiero di Friesen esprime una visione della Chiesa della cosiddetta emerging church, un ampio movimento complesso e fluido dell’area evangelico-carismatica, che intende reimpiantare la fede cristiana nel nuovo contesto post-cristiano. Ne risulta una Chiesa «organica, interconnessa, decentralizzata, costruita dal basso, flessibile e sempre in evoluzione».

In questa immagine sembra però che la natura e il mistero della Chiesa si diluiscano nell’essere uno «spazio connettivo», un hub di connessioni, che supporta un’«autorità connettiva» il cui scopo consiste sostanzialmente nel connettere le persone. L’idea di Chiesa che emerge da questa visione è quella di una Networked Church, che ripensa e ricomprende le strutture delle chiese locali. Lo scopo primario della Chiesa sarebbe quello di creare e sviluppare un ambiente connettivo dove è facile che la gente si raggruppi nel nome di Cristo.

La Chiesa in questa visione dunque sarebbe una struttura di supporto dove la gente possa «raggrupparsi». La Chiesa non è un luogo di riferimento, non è un faro che in sé emette luce, ma una struttura di supporto per far crescere il regno di Dio.

Non si escludono in tale prospettiva «pastori, capi, vescovi, un pontefice, o altro», ma li si intende come network ecologist, persone che hanno l’incarico di tenere in funzione la rete di connessioni. Questa visione offre un’idea della comunità cristiana che fa proprie le caratteristiche di una comunità virtuale intesa come leggera, senza vincoli storici e geografici, fluida. Certo una tale orizzontalità aiuta molto a comprendere la missione della Chiesa, che è inviata a evangelizzare. In effetti tutta l’impostazione della emerging ecclesiology è fortemente missionaria. In questo senso valorizza molto la capacità connettiva e di testimonianza. D’altra parte è a forte rischio la comprensione della Chiesa come «corpo mistico», che sembra diluirsi in una sorta di piattaforma di connessioni.

Ora, certamente la relazionalità della Rete funziona se i collegamenti (link) sono sempre attivi: qualora un nodo o un collegamento fosse interrotto, l’informazione non passerebbe e la relazione sarebbe impossibile. La reticolarità della vite nei cui tralci scorre una medesima linfa non è distante dall’immagine di internet, tutto sommato.

Ciò che da un punto di vista cattolico però deve rimanere chiaro è chela Chiesa non può essere compresa come una sorta di grande Rete di relazioni immanenti e orizzontali, ma ha sempre un principio e un fondamento «esterno». La «con-vocazione» ad essere parte del Corpo di Cristo che è la Chiesa non è dunque riducibile al modello sociologico dell’aggregazione. Essa è «il popolo che Dio convoca e raduna da tutti i confini della terra, per costruire l’assemblea di quanti, per la fede e il battesimo, diventano figli di Dio, membra di Cristo e tempio dello Spirito Santo». L’appartenenza alla Chiesa è data da questo fondamento esterno perché è Cristo che, per mezzo dello Spirito, unisce a sé intimamente i suoi fedeli; è lui che la unisce a sé in un’Alleanza eterna, rendendola santa (Ef 5, 26).

La Rete può essere compresa come una sorta di grande testo autoreferenziale e, dunque, puramente «orizzontale»: essa non ha radici né rami e dunque rappresenta un modello di struttura chiusa in se stessa. Se le relazioni in Rete dipendono dalla presenza e dall’efficace funzionamento degli strumenti di comunicazione, la comunione ecclesiale è invece radicalmente un «dono» dello Spirito. L’agire comunicativo della Chiesa ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine. Su questo «dono» si fonda la sua intima natura.

La Grazia: «peer-to-peer» o «face-to-face»?

Si comprende bene che uno dei punti critici della nostra riflessione che stiamo facendo è in realtà il concetto di «dono», di un fondamento esterno. La Rete per la Chiesa è sempre e comunque «bucata»: la Rivelazione è un dono indeducibile, e l’agire ecclesiale ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine. Ma è il concetto stesso di «dono» che oggi sta mutando.

La Rete è il luogo del dono, infatti. Concetti come file sharingfree software, open source, creative commons, user generated content,social network hanno tutti al loro interno, anche se in maniera differente, il concetto di «dono», di abbattimento dell’idea di «profitto». A ben guardare, però, più che di «dono» si tratta di uno «scambio» libero reso possibile e significativo grazie a forme di reciprocità che risultano «proficue» per coloro che entrano in questa logica di scambio. Comunque c’è una idea «economica» che ha in mente il concetto di «mercato».

In realtà il nodo consiste nel fatto che la logica del dono in Rete sembra sostanzialmente essere legata a ciò che in slang viene chiamato freebie, cioè qualcosa che non ha prezzo nel senso che non costa nulla. Essa si fonda sulla domanda implicita: «quanto costa?», e l’ottica è tutta spostata su chi «prende» (e non «riceve», dunque). Ilfreebie è ciò che si può prendere liberamente. La gratia gratis datainvece non si «prende» ma si «riceve», ed entra sempre in un rapporto al di fuori del quale non si comprende. La Grazia non è unfreebie, anzi, per citare il teologo Dietrich Bonhoeffer, è «a caro prezzo». Nello stesso tempo la Grazia si comunica attraverso mediazioni incarnate.

La logica della Grazia crea «legami» face-to-face, cioè del «faccia a faccia», come è tipico della logica del dono, cosa che invece è estranea di per sé alla logica del peer-to-peer, cioè del «nodo a nodo», che in se stessa è una logica di connessione e di scambio, non di comunione. E un «volto» non è mai riducibile a semplice «nodo». Ecco dunque un compito specifico del cristiano in Rete: farla maturare da luogo di «connessione» a luogo di «comunione». Il rischio di questi tempi è proprio quello di confondere questi due termini. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana. Lavorare in vista di tale condivisione è compito specifico del cristiano. D’altra parte, se il «cuore umano anela a un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come ha scritto Benedetto XVI, allora la Rete può essere davvero un ambiente privilegiato in cui questa esigenza profondamente umana possa prendere forma.

L’autorità tra emittenza e testimonianza

In questa linea di riflessione si colloca il problema dell’autorità nella Chiesa e delle mediazioni ecclesiali in senso più generale. La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici. La Chiesa vive di un’altra logica, di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale. Non solo: una volta bucata la dimensione orizzontale, essa vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di Magistero: sono tutte parole queste che sembrano fare a pugni con una logica di Rete. In fondo potremmo dire che sembra prevalere nel web la logica dell’algoritmo Page Rank di Google. Sebbene in fase di superamento, esso ancora oggi determina per molti l’accesso alla conoscenza.

Si fonda sulla popolarità: in Google è più accessibile ciò che è maggiormente «linkato», quindi le pagine web sulle quali c’è più accordo. Il suo fondamento è nel fatto che le conoscenze sono, dunque, modi concordati di vedere le cose. Questa a molti sembra la logica migliore per affrontare la complessità. Ma la Chiesa non può sposare tale logica, che, nei suoi ultimi risultati, è esposta al dominio di chi sa manipolare l’opinione pubblica. L’autorità non è sparita in Rete e, anzi, rischia di essere ancora più occulta. E infatti la ricerca oggi si sta muovendo nella direzione di trovare altre metriche per i motori di ricerca, che siano più di «qualità» che di «popolarità».

Tuttavia, nonostante i problemi qui accennati, esiste anche un aspetto importante sul quale riflettere, e che appare oggi di grande importanza: la società digitale non è pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti trasmessi, ma soprattutto attraverso le relazioni: lo scambio dei contenuti oggi, al tempo delle reti sociali, avviene all’interno delle relazioni. È necessario dunque non confondere «nuova complessità» con «disordine» e «aggregazione spontanea» con «anarchia». La Chiesa è chiamata ad approfondire maggiormente l’esercizio dell’autorità in un contesto fondamentalmente reticolare e dunque orizzontale. Appare chiaro che la carta da giocare è la testimonianza autorevole.

La logica dei social networks ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre implicato direttamente in ciò che comunica. Ciascuno è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. In questo senso

 il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo recente Messaggio per la 45° Giornata delel Comunicazioni Sociali, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

La tecnologia dell’informazione, contribuendo a creare una rete di connessioni, dunque sembra legare più strettamente amicizia e conoscenza, spingendo gli uomini a farsi «testimoni» di ciò su cui fondano la propria esistenza.

Se una volta il testimonial era una figura autorevole speciale, oggi tutti, a loro modo, sono sollecitati a diventarlo. Si prefigura, quindi, un rinnovato impulso al «misterioso incontro tra le possibilità tecnologiche dei linguaggi della comunicazione e l’apertura dello spirito all’iniziativa luminosa del Signore nei suoi testimoni». Un annuncio del Vangelo che non passi per l’autenticità di una vita quotidiana personale condivisa resterebbe, oggi più che mai, unflatus vocis, un messaggio espresso in un codice comprensibile forse con la mente, ma non col cuore. La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

La Chiesa in Rete è chiamata dunque non solamente a una «emittenza» di contenuti, ma soprattutto a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie composto da credenti di ogni religione, non credenti e persone di ogni cultura. L’autorità oggi si gioca molto sul piano della testimonianza autorevole che non scinde il messaggio dalle relazioni «virtuose» che esso è in grado di creare.

Come pensare la Rete teologicamente?

La Rete, come abbiamo visto fino a questo momento, pone sfide davvero significative alla comprensione della fede cristiana. La cultura digitale ha la pretesa di rendere l’essere umano più aperto alla conoscenza e alle relazioni. Fin qui abbiamo identificato alcuni dei tanti nodi critici che questa cultura pone alla vita di fede e alla Chiesa.

Forse dunque è giunto il momento di considerare l’intelligenza della fede al tempo della Rete, cioè la riflessione sulla pensabilità della fede alla luce della logica della Rete. Si tratta della riflessione che nasce dalla domanda su come la logica della Rete, con le sue potenti metafore che lavorano sull’immaginario, oltre che sull’intelligenza, possa modellare la comprensione della ricerca di Dio, il modo di comprendere la Chiesa e la comunione ecclesiale, la teologia della Grazia e così via. La riflessione è quanto mai importante perché risulta facile constatare come sempre di più internet contribuisca a costruire l’identità religiosa delle persone. E se questo è vero in generale, lo sarà sempre di più per i cosiddetti «nativi digitali». Fides quaerens intellectum e questo anche nel nostro tempo in cui la logica della Rete segna la nostra intelligenza della realtà, il nostro modo di pensare, conoscere, comunicare, vivere.

L’immagine che forse rende meglio il ruolo e la pretesa del cristianesimo nei confronti della cultura digitale è quella dell’«intagliatore di sicomori» mutuata dal profeta Amos (7, 14) e interpretata da san Basilio. L’allora card. Ratzinger in un suo discorso a un convegno dal titolo Parabole mediatiche usò questa fortunata immagine per dire che il cristianesimo è come un taglio su un fico. Il sicomoro è un albero che produce molti frutti che restano senza gusto, insipidi, se non li si incide facendone uscire il succo. I frutti, i fichi, dunque, rappresentano per Basilio la cultura del suo tempo. Il Logos cristiano è un taglio che permette la maturazione della cultura. E il taglio richiede saggezza perché va fatto bene e al momento giusto. La cultura digitale è abbondante di frutti da intagliare e il cristiano è chiamato a compiere quest’opera di mediazione tra il Logos e la cultura digitale. E il compito non è esente da difficoltà, ma appare oggi più che mai esigente. In particolare è necessario cominciare a pensare la Rete teologicamente, ma anche la teologia nella logica della Rete”.

Antonio Spadaro

La Chiesa: corpo mistico o hub di connessioni?
di A. Spadaro- in  Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete, Milano, Vita e Pensiero, 2012-http://www.cyberteologia.it

... scrive Dwight J. Friesen che ...

Google ci aiuta a comprendere meglio iconnective leaders, perché il noto motore di ricerca non è in se stesso l’informazione che cerchiamo, ma ciò che ci collega a quello che cerchiamo.

 -Nessuno visita il sito di Google per se stesso, per visitare il sito, ma per raggiungere ciò che cerca. Dunque, conclude Friesen, «questa visione connettiva (networked) di leadership è vitale per comprendere chi sia il leader connettivo e quale autorità relazionale sia in ballo in una visione relazionale connettiva (networked) del mondo».

 L’autorità di Google non è intrinseca, ma è qualcosa che il motore si guadagna consegnando ai suoi utenti le connessioni che riesce a stabilire. Questa è l’“autorità connettiva” di Google: la sua capacità di mettere in relazione.

L’idea di Chiesa che emerge da questa visione è quella di una Networked Church, che ripensa e ricomprende le strutture delle chiese locali. Esse diventano Christ-Commons, il cui scopo primario è quello di creare e sviluppare un ambiente connettivo dove è facile che la gente si raggruppi (to cluster) nel nome di Cristo. Per comprendere questa idea, occorre chiarire due concetti-chiave: quello di common e quello di cluster.

Il common è uno spazio connettivo pubblico quale, ad esempio, una piazza, un giardino pubblico di proprietà non privata. Questo termine è usato per indicare altre cose di carattere “comune”. In particolare, in rete l’espressione è ben nota perché indica una tipologia di licenze che permettono a quanti detengono diritti di copyright di trasmetterne alcuni al pubblico e di conservarne altri. Per esempio: di poter distribuire un testo originale senza però avere il diritto di modificarlo, oppure di poterlo distribuire purché non in maniera da trarne profitto economico. È una licenza destinata alla condivisione senza tutte le restrizioni tipiche del classico copyright, dunque.

-Tutto questo entra nell’idea del Christ Common, che è «una struttura visibile, qualcosa come un’istituzione, una denominazione, un edificio, una celebrazione, un piccolo gruppo che è formalmente creato con la speranza che la struttura costituisca un ambiente o uno spazio dove le persone possano fare un’esperienza di vita in connessione con Dio e con gli altri.

 La Chiesa, in questa visione, sarebbe dunque una struttura di supporto, un hub, una piazza, dove la gente può “raggrupparsi”, dar vita a gruppi, o meglio “grappoli” (cluster) di connessioni. Il termine cluster ha un’eco precisa nel mondo della telematica, perché identifica un insieme di computer connessi tramite una rete. Lo scopo di un cluster è di distribuire un’elaborazione molto complessa tra i vari computer che lo compongono.

Questo ovviamente aumenta la potenza di calcolo del sistema. Dunque la Chiesa come Christ Common non è un luogo di riferimento, non è un faro che in sé emette luce, ma una struttura di supporto. Il suo obiettivo non è far crescere i suoi membri, ma far crescere il regno di Dio.

Questa visione offre un’idea della comunità cristiana che fa proprie le caratteristiche di una comunità virtuale leggera, senza vincoli storici e geografici, fluida. Certo, questa orizzontalità aiuta molto a comprendere la missione della Chiesa, che è inviata a evangelizzare. In effetti tutta l’impostazione della emerging ecclesiology è fortemente missionaria. In questo senso valorizza la capacità connettiva e di testimonianza. D’altra parte sembra smarrirsi la comprensione della Chiesa come “corpo mistico”, che si diluisce in una sorta di piattaforma di connessioni

Nuovi modelli di Chiesa per il Nuovo Mondo della comunicazione.
di Jim Rice , New Models of the Church in a New Media World, 08-10-2011 . Jim Rice è editore della rivista  Sojourners e research fellow per il  New Media Project all' Union Theological Seminary. Traduzione e adattamento della redazione.

-Il teologo Card. Avery Dulles ha scritto nel 1974 un libro intitolato : Modelli di Chiesa. Il cardinale presentava 5 modelli diversi di Chiesa che richiamavano ciascuno un particolare aspetto della Chiesa contemporanea .

" La Chiesa" scriveva il cardinale "è un mistero" , qualcosa che cioè attiene al divino e dunque è una realtà che non può essere descritta oggettivamente come un fenomeno qualsiasi : " si può parlarne solo analogicamente " , utilizzando cioè dei modelli analogici.

Dulles ha sviluppato 5 modelli analogici di Chiesa sulla base delle diverse scuole teologiche e tradizioni cattoliche e protestanti per mettere in luce 5 diversi aspetti della Chiesa :

- Chiesa come istituzione,
- Chiesa come comunione mistica,
- Chiesa come sacramento ( o mistero),
- Chiesa come annuncio
- Chiesa come servizio.

Nessuno dei 5 modelli è in grado di cogliere tutta la realtà della Chiesa ma ciascuno di essi getta una sguardo profondo sulla sua natura. Questi 5 modelli- spiegava il cardinale- pur trattando di verità immutabili del cristianesimo non sono modelli immutabili. Come dire : i modelli analogici cambiamo, le verità rimangono. Dulles sosteneva infatti che " murarsi dentro ad una posizione teologica fissa è un disastro sia umano che spirituale. Le immagini e le forme della vita cristiana continueranno sempre a mutare nella storia come è successo fin dai primi secoli. In una sana comunità di fede la produzione di nuovi miti e simboli è continua.  ".

Nella nostra epoca l'esplosione di nuovi mezzi di comunicazione - ed in particolare la capacità dei mezzi digitali di far collassare lo spaziotempo e di creare connessioni globali in tempo reale - offre un "modello 21° secolo " che può essere molto più utile dei vecchi paradigmi per comprendere la Chiesa. Oggi noi possiamo avere una immagine più chiara di cosa possa intendersi per " corpo universale di Cristo" come mai abbiamo potuto averla. Le interazioni globali istantanee che i nuovi mezzi rendono possibile ci forniscono analogie concrete della trascendenza di Dio - e immanenza - che possono condurci a nuove profonde visioni e comprensioni della vera natura di Dio e del Regno di Dio in terra.

Le connessioni di un tipico utilizzatore di Facebook, per esempio, - le reali, seppur fugaci interazioni con una moltitudine di persone sparse nel mondo - forniscono una analogia, cioè una istantanea , fugace , piccola immagine di cosa significa essere in comunione con la chiesa cattolica ( = universale) , oltre le barriere dello spazio-tempo.
Il tweet di uno studente palestinese che dice : " ..maledizione , posso sentire i droni IDF ( aerei telecomandati) sopra la mia testa e questo mi rende difficile studiare per il compito in classe di domani.." può generare molta più empatia vera per chi soffre nel mondo che non un mucchio di " evidenze " e analisi. E non c'è bisogno di essere al Cairo per sentire la tensione che c'è lì quando gli amici virtuali mandano un SMS che dice " proprio in questo momento sono in Piazza Tahrir, le forze di sicurezza stanno entrando nella piazza..."

La sempre più interconnessa natura del nostro mondo non cambia l'immutabile natura di Dio ma ci fornisce modelli che possono arricchire la nostra comprensione di Dio stesso. Un concetto teologico astratto come " Dio è onnipresente" è più facile da visualizzare oggi che possiamo essere ovunque nello stesso momento, anche se solo virtualmente. L'idea che noi cristiani siamo tutti parte dell'universale Corpo di Cristo è più facile da cogliere in questa era in cui tutti siamo interconnessi , un'era che unisce persono che stanno in strada a New York con persone che stanno in cima ad una montagna in India.

Quasi trent'anni fa Dulles si rendeva conto che il mondo stava mutando profondamente e che la Chiesa , con la sua profonda e ricca eredità, poteva essere tentata di " aggrapparsi alle vie dei suoi antenati " e resistere alla chiamata del confronto con il mondo contemporaneo. " Entrerà la Chiesa con decisione in dialogo con il nuovo mondo che sta nascendo davanti ai nostri occhi? " si chiedeva Dulles , " oppure diventerà sempre più un rudere del passato? ".

Nella nostra epoca globalmente interconnessa tutte le nostre analogie stanno cambiando, e questa può essere una opportunità per visioni più profonde che ci portino più vicini a Dio e più vicini gli uni agli altri.

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