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Rete ed evangelizzazione

Teconologia e fede cristiana
Intervista che rilasciata da A.Spadaro a Robert Attarian al Seminario di Beirut sulla Comunicazione per i vescovi del Medio Oriente 

cyberteologia.it

Spadaro – La tecnologia è l’espressione della libertà dell’uomo: non è solo espressione della sua volontà di potenza sulla realtà, ma è anche la capacità dell’uomo – appunto – di relazionarsi in maniera libera nei confronti del mondo e di costruire il proprio futuro. Evidentemente questo ha a che fare con la vita spirituale dell’uomo perché semmai si può agire male o agire per il male: paradossalmente è proprio questa la prova del fatto che la tecnologia ha una capacità spirituale, diventando cioè il luogo di espressione della libertà e dello spirito dell’uomo.

Attarian – Una sua affermazione ha suscitato un po’ di scalpore: la rete – lei ha detto – non è un mezzo di evangelizzazione…

Spadaro – Sì, la rete non è uno strumento, non è come un martello che si può utilizzare come un qualcosa di oggettivo, come appunto un oggetto; è, al contrario, un contesto, un contesto esperienziale, un ambiente di vita. Questo lo vediamo sempre di più: i giovani, soprattutto i cosiddetti “nativi digitali”, vivono la rete come un luogo dove esprimere la loro capacità di relazione, un luogo attraverso il quale conoscono il mondo, conoscono la realtà. Quindi la rete non è uno strumento, non può essere un mezzo neanche di evangelizzazione: semmai è un luogo di evangelizzazione. Per la Chiesa si tratta di incontrare gli uomini lì dove sono ed oggi gli uomini sono anche in rete e quindi la Chiesa è chiamata ad essere in rete.

Attarian – Nel suo intervento ha parlato di tre punti critici…

Spadaro  – Il primo punto critico consiste nella dimensione antropologica della ricerca di Dio: mi sono chiesto che cos’è la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca? Come la rete, dato che la rete ha un impatto sul nostro modo di pensare e di conoscere, contribuisce a porsi la domanda di Dio, la domanda su Dio? Quindi se ci abilita o meno a cercare di Dio. Questo è il primo argomento.

Il secondo riguarda le relazioni di comunione: oggi la rete è composta di networks, di communities e quindi di comunità, di connessione tra le persone. Qual è la relazione tra questa connessione e la comunione che la Chiesa è chiamata a vivere?

Il terzo punto riguarda invece la questione dell’autorità: sappiamo infatti che in rete ci sono collegamenti che non sono strutturati in maniera gerarchica e tutte le relazioni sembrano svolgersi all’interno di relazionalità orizzontali, quindi non gerarchiche. In che modo allora l’autorità della Chiesa può essere intesa oggi, quando la sensibilità comune è avulsa da una gerarchia molto precisa? Nel mio intervento dicevo che  la carta da giocare in questo tempo è quella della testimonianza, perché è vero che la rete si fonda su collegamenti orizzontali, ma è anche vero che i contenuti passano attraverso le relazioni e questo lo vediamo con i social network, con Facebook: qualcosa viene comunicato, un contenuto è comunicato solo se scambiato attraverso relazioni di amicizia. E questo la Chiesa lo definisce da sempre testimonianza.

Parole con lingua: il silenzio come piattaforma di comunicazione
di A.Spadaro marzo 2012 cyberteologia.it

Questo è il testo della mia presentazione della Lettera del cardinal Giuseppe Betori alla diocesi di Firenze tenutasi nell’Abbazia di San Miniato al Monte il 3 marzo 2012.

Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua  
Sono andato sull’isola coperta di neve.
Non ha parole il deserto.
Le pagine bianche dilagano ovunque!
Scopro orme di capriolo sulla neve.
Lingua senza parole.

Questi versi sono del poeta svedese Tomas, Premio Nobel per la letteratura del 2011. La sua prima antologia tradotta in lingua italiana ha per titolo Poesia dal silenzio. Leggendo la lettera pastorale del cardinal Betori alla sua diocesi mi è tornata in mente spesso. E’ per questo che ho voluto avviare questa mia riflessione leggendola. Sembra infatti una poesia sul silenzio, ma non lo è affatto. E’ al contrario un elogio della parola.

Così si tocca un primo elemento che vorrei mettere in evidenza di questa lettera del cardinal Betori alla sua diocesi. Questa lettera pastorale non è un semplice elogio del silenzio perché la pastorale è una forma privilegiata di comunicazione, una comunicazione che fa appello al silenzio perché vuole raggiungere e toccare un’area profonda del cuore di ogni uomo e non la «massa» dei fedeli, per così dire. E’ una lettera che fa appello al silenzio proprio perché è pastorale.

Tranströmer scrive poesie dal silenzio e non del silenzio.

 Il silenzio è piattaforma di comunicazione, luogo in cui la parola si forgia, si plasma.

 Ce lo dice il libro della Sapienza (18,14): Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, / e la notte era a metà del suo rapido corso, / la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, / guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, / portando, come spada affilata, il tuo decreto.

La parola per essere spada affilata deve provenire da un «profondo silenzio». Tranströmer, proprio nel silenzioso deserto di un’isola coperta di neve, scopre una «lingua senza parole». Questa scoperta – attenzione! – non è luogo in cui sostare: sarebbe una tentazione per il pastore. E’ invece il luogo dell’ascesi quando si è stanchi «di chi non offre che parole senza lingua».

La parola, scrive il cardinal Betori, è chiamata non solamente ad avere una capacità «persuasiva», ma anche una fondatezza «veritativa»: deve dire «cose».

Nell’accezione comune silenzio e parola sembrano opporsi in una contraddizione insanabile: si pensa che quando non si parla ci sia silenzio e che invece, appena si parla, il silenzio sparisca. Spesso, quando si parla dei media, in maniera particolare, si dice come per automatismo, che essi fanno «rumore», generano un frastuono dal quale occorre ripararsi, ritirandosi. Non è così:
 silenzio e parola fanno parte di un unico cammino. Il silenzio è parte integrante della comunicazione, parte della capacità dell’uomo di parlare, e non il suo opposto.

Gli elogi del silenzio in sé e per sé, al di fuori di un tessuto comunicativo, rischiano di essere un elogio del mutismo, dell’isolamento, dell’autosufficienza, come scrive mons. Betori, o persino la perdita di «riferimento alla realtà» e della nostra capacità di «collocarci» in essa. 

La parola ci colloca nella realtà: questa è la sua vocazione. Il silenzio che non è alleato della parola ci aliena. 

Invertendo il titolo della celebre commedia di Shakespeare potremmo dire che il rischio è, dunque, quello di fare «molto silenzio per nulla».

Il silenzio è un rischio e può essere una tentazione sotto apparenza di bene, ma anche vero e proprio «inferno». Scriveva l’allora cardinal Ratzinger in una meditazione sul Sabato Santo che se esistesse «una solitudine in cui nessuna parola d’altro potesse più penetrare a cambiare lo stato di fatto; se si verificasse un abbandono talmente profondo, da non permettere più ad alcun ‘tu’ di giungervi avremmo allora l’autentica e totale solitudine, quello stato spaventoso e sinistro che il teologo chiama ‘inferno’».

L’inferno è «una solitudine […] che costituisce quindi l’autentica esposizione allo sbaraglio dell’esistenza».

Ed ecco dunque il primo elemento che a mio avviso caratterizza con chiarezza la lettera del cardinal Betori: essa costituisce un invito a «parole con lingua», a parole capaci di parlare, a bucare l’incomunicabilità e non a un silenzio a-fonico, in-sonoro. Lo sa bene la grande poesia:
silenzio e parola non si oppongono.
Mi permetto di dire che se la poesia ha un senso nel progetto di Dio sull’uomo, se ha un significato nella storia della salvezza, credo sia innanzitutto questo: restituire «grazia» – in senso profondo e ampio e teologico – alla capacità umana di parlare e di abitare linguisticamente il mondo.

E vengo subito a un secondo punto importante di questa lettera. E’ proprio linguisticamente che gli uomini, tutti gli uomini, «non fuggono i grandi interrogativi che inquietano il cuore e la mente, come pure le attese più audaci che li muovono». Allora io trovo qui il motivo pastorale della lettera: spingere gli uomini a non fuggire i grandi interrogativi e le grandi attese.

Come ha notato Benedetto XVI nel suo recente messaggio per la 46° Giornata Mondiale delle Comunicazioni, «gran parte della dinamica attuale della comunicazione è orientata da domande alla ricerca di risposte. I motori di ricerca e le reti sociali sono il punto di partenza della comunicazione per molte persone che cercano consigli, suggerimenti, informazioni, risposte.
Ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte».

Ma occorre muovere un passo ulteriore constatando che spesso l’uomo contemporaneo è bombardato non da domande, ma da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte. La stessa domanda religiosa, infatti, si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle tante risposte che si ricevono. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso, ma essere aperti e riconoscerlo sulla base delle molteplici risposte che riceviamo.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. Il silenzio dunque permette di fare un discernimento tra le tante risposte che noi riceviamo per riconoscere le domande veramente importanti.

E in questo senso l’uomo si conferma come radicalmente assetato di senso: «non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito». E’ nel silenzio che ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, riconoscendo le domande radicali, come scrive il cardinal Betori: i «grandi interrogativi», le «grandi attese».

Ci aiuta a capirlo Ignazio di Loyola. Alla fine del suo racconto autobiografico, rispondendo ad una domanda del p. Câmara che trascriveva la sua narrazione, disse che le parti centrali dei suoi Esercizi Spirituali «le haveva cavate da quella varietà di spirito et pensieri, che haveva quando era in Loyola, quando stava anchora malo della gamba». La «varietà di spirito et pensieri» compendia tutto ciò che si agita in noi.
Il silenzio è luogo di esperienza profonda, al di là del meccanismo della information overload che ci bombarda non con la verità ma con la varietà.

L' ambiente comunicativo prevede anche il bilanciamento virtuoso non solamente di parola e silenzio ma anche di immagini e suoni, che sono parte integrante della comunicazione umana. Un discorso che tocca silenzio e parola non può trascurare la presenza dell’immagine e dei suoni, e il silenzio è chiamato a comporsi con la capacità dell’uomo di recepirli. E non dimentichiamo – voi certo non lo potete, essendo fiorentini – che la lettera pastorale Nel silenzio la parola nasce a Firenze, capitale dell’arte, luogo nel quale l’immagine stessa è chiamata alla sua vocazione più alta.

Per questo il cardinal Betori può scrivere: «davanti all’opera d’arte non servono parole di spiegazione, basta il silenzio del rapimento e dello stupore a farcene percepire il messaggio», un silenzio consapevole del linguaggio proprio dell’arte, chiaramente. Il silenzio si relaziona non solamente alla parola o al suono, ma anche all’occhio, e dunque all’immagine e all’arte figurativa. E qui voglio ricordare un libro di mons. Betori che fa da pendant quasi necessario (almeno per i fiorentini) a questa lettera pastorale, e ciò è Parole e segni per dire la fede nel tempo, e in particolare del saggio «Parola sacra e cultura degli uomini: il paradigma di Firenze».

Quindi un terzo elemento chiave della prospettiva aperta da questa lettera pastorale consiste nel fatto che parola e silenzio, immagini e suoni compongono un «ambiente». Non sono strumenti linguistici, cacciavite e martello per far funzionare qualcosa. Sono insieme un ambiente da abitare per vivere e per fare esperienza.

Questo è un altro dei punti «critici» di questa lettera pastorale, a mio avviso. Scrive il cardinal Betori: «Nella pervasiva comunicazione che avvolge l’odierna società, antichi e nuovi mezzi di comunicazione vanno costruendo una figura di uomo che si vorrebbe arricchito nella molteplicità delle relazioni, ma che in realtà vive nel pericolo di essere “distratto”, “parallelo”, “virtuale”, potenzialmente “infedele” in mille rapporti clandestini al riparo dal contatto oggettivo con la persona, con i fatti, con le cose». Per dirla in due parole: oggi si tende non più a fare esperienza ma «esperimenti». L’esperimento è sempre leggero, poco impegnativo, soprattutto è reversibile. In questa considerazione del Cardinale c’è una densità da esplicitare.

Il silenzio fa sì che le esperienze che facciamo con gli occhi e con le orecchie non siano semplici «esperimenti» ma davvero «esperienze». Nella società contemporanea sembra che si senta poco il bisogno di fare esperienza. Ad essa sembra sostituirsi l’illusione di una condizione fantastica, senza tempo e senza età, in cui tutto è possibile e nella quale in ogni momento è possibile scegliere ciò che ci pare e poi tornare indietro. Ogni cosa è a tempo determinato: dal lavoro agli affetti. Tutto si può (e anzi si deve) cambiare: una condizione in cui tutto ci appare controllabile e sostituibile. La cancellazione dell’esperienza è data, dunque, dalla sua precarietà, dalla sua reversibilità. Una volta fatta, oggi si crede che si possa tornare indietro sempre e comunque: si riduce a semplice «esperimento». Questo è uno dei nodi problematici più significativi della contemporaneità. Nulla sembra lasciare tracce in noi. La simulazione batte il reale per la sua più ampia potenzialità e il suo basso livello di rischio. Il flusso di esperienze (al plurale) e di informazioni sradica in noi la capacità di riappropriarci della vita.

Ecco allora le conseguenze: narcisismo sociale e tendenziale scomparsa dell’«altro», rifiuto del passato, della nostalgia e della memoria, riduzione della socialità non «virtuale», indebolimento del senso del limite. Ciò che il soggetto crede di padroneggiare viene in realtà neutralizzato, evapora, diventa qualcosa di inerte, di spento. Ciò ha delle conseguenze emotive e affettive preoccupanti.

 Oggi si ha timore del silenzio, esattamente come si ha timore della realtà «nuda e cruda». In un mondo che fa paura, ha buon gioco tutto ciò che è simulato, capace di stare sotto controllo, reversibile. Ma tutto ciò rende l’uomo affettivamente ed emotivamente fragile.

Come rimedio al silenzio si preferisce il dilagare degli psicofarmaci, di cui l’antidepressivo Prozac è ormai il simbolo consolidato: se con la realtà occorre fare i conti, allora è bene equipaggiarsi contro le emozioni «dannose» e i sentimenti peggiori, anche se in questo modo viene dimenticato il loro nesso con quelli migliori.

Quali sono le conseguenze di questa mutazione? La riduzione della realtà a una sua rappresentazione anestetizzata, manipolabile e reversibile, per cui l’esperienza diventa semplicemente una simulazione, un gioco interattivo, la fruizione di una immagine.

Quale l’alternativa a una pratica casuale dell’esistenza, fondata sulla reversibilità? Certamente occorre il recupero della passività buona, del «limitarsi» a guardare, o a leggere o ad ascoltare senza cedere alla tentazione continua dell’interattività. Questa passività consiste nel riuscire a farsi possedere, a farsi incontrare dalle cose. Se questa passività viene totalmente cancellata, non c’è neppure lo spazio perché qualcosa di «nuovo» possa nascere. Solo così l’esperienza resta in grado di sorprenderci.

Per fare esperienza occorre «raccoglimento», il quale ha un ruolo che con Marcel Proust, il grande scrittore della Recherche, potremmo definire fotografico: gli uomini spesso non vedono la loro vita e così il loro passato diviene ingombro di tante lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha «sviluppate».

Il silenzio è come un laboratorio fotografico, una camera oscura nella quale è possibile cogliere i fili intrigati e sparsi, che vengono riaccordati così che la vita schiuda il suo senso. Il silenzio forma un uomo in grado di «leggere» ciò che ha intorno e dentro di lui in modo nuovo, più profondo, interiore, fine, sottile.

Il silenzio aiuta ad avere un rapporto intenso e «sviluppato» (in senso fotografico) col mondo.

Il silenzioso rientro in se stessi non si esaurisce nella produzione del vuoto assoluto, sconfinato e imponente, ma porta misteriosamente con sé il mondo in cui l’uomo era uscito in precedenza. Citando Proust che parla della lettura silenziosa, possiamo dire che la sua grandezza è quella «di ritrovare, di riafferrare, di farci conoscere quella realtà lontani dalla quale viviamo, rispetto alla quale deviamo sempre di più a mano a mano che prende spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale con cui la sostituiamo – quella realtà che rischieremmo di morire senza aver conosciuta e che è, molto semplicemente, la nostra vita» (Alla ricerca del tempo perduto, vol. IV, Milano, Mondadori, 1993, 577).

Le parole che provengono da questo silenzio non sono, come direbbe Montale, storte sillabe e secche come un ramo. Torna alla mente una differenza fondamentale posta dal teologo Karl Rahner tra le parole che sono come «farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari» e parole viventi, che esistono da sempre e che, «quasi per miracolo, rinascono continuamente». Le parole che vengono dal silenzio sono «parole-conchiglia», parole «originarie» (Urworte), opposte a quelle «utilitarie» (Nutzworte).

Quando le nostre parole sono cavate dal silenzio e sono accolte nel silenzio esse possono raggiungere la loro vocazione: liberano in forma di parola tutte le realtà inespresse, il mutismo della loro tendenza verso Dio. Tutto tende verso Dio in modo silenzioso e la parola è capace di liberare le cose da questo silenzio. Il silenzio, in questa prospettiva, non viene prima della parola, ma dopo. Dice non il mutismo ma la trascendenza, l’ulteriorità.

Scrive il cardinal Betori: «Dante Alighieri che, giunto al vertice del suo viaggio, giunto alla contemplazione di quel fondamento assoluto del reale che è Dio stesso nel suo mistero, avverte il limite di ogni espressione, del nulla che è la parola di fronte a ciò che di quel mistero gli è dato di incontrare:

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer “poco»(Paradiso, XXXIII, 121-123).

Dante fa talmente «esperienza» – e non «esperimento» – del Paradiso che la parola diventa corta, fioca non per debolezza ma per tensione espressiva.

Se l’uomo non è familiare alla parola cavata dal silenzio così densa, peculiare, allora come fa ad avere le condizioni per ascoltare la «parola onnipotente» di cui il cardinal Betori parla nell’ultimo capitolo della sua lettera?

Ecco il quarto elemento chiave di questa lettera: il silenzio è esperienza della Parola.

Come fare esperienza (e non esperimento) del Vangelo? Come ascoltare la Parola che è il Figlio, la parola dell’Origine, radicalmente primigenia, quella che è all’origine di tutte le cose e al fondamento della loro rigenerazione? Come ascoltare il Vangelo?

Scrive ancora il cardinal Betori: «Nel racconto del profeta Elia troviamo enunciata la sostanza di una delle problematiche più vive per l’uomo d’oggi e di sempre: come cogliere il messaggio della parola, traendola dal caos del rumore? […] Non è difficile cogliere quanto importante sia trovare una soluzione a questo interrogativo, se non vogliamo che il Vangelo sia percepito come una voce tra le altre, parte del chiasso diffuso, non diversa da una delle tante voci che chiedono la nostra attenzione e pretendono il nostro consenso».

Digitando quindi in un motore di ricerca la parola God oppure anche religion, spirituality, otteniamo liste di centinaia di milioni di pagine. Nella Rete si avverte una crescita di bisogno religioso che la «tradizione» sembra faccia fatica a soddisfare.

L’uomo alla ricerca di Dio oggi avvia una navigazione. Quali sono le conseguenze?

Si può cadere nell’illusione che il sacro o il religioso siano a portata di mouse. La Rete, proprio grazie al fatto che è in grado di contenere tutto, può essere facilmente paragonata a una sorta di grande supermarket del religioso. 

Ci si illude dunque che il sacro resti «a disposizione» di un «consumatore» nel momento del bisogno. Il vangelo appare solo come una notizia fra molte altre. Il Vangelo, però, «non è un’informazione fra le altre — affermava nel 2002 l’allora card. Ratzinger —, una riga sulla tavola accanto ad altre», ma è «un messaggio di natura totalmente diversa dalle molte informazioni che ci sommergono giorno dopo giorno».

Continuava l’attuale Pontefice:

«Se il Vangelo appare soltanto come una notizia fra molte, può forse essere scartato in favore di altri messaggi più importanti.

Ma come fa la comunicazione, che noi chiamiamo Vangelo, a far capire che essa è appunto una forma totalmente altra di informazione – nel nostro uso linguistico, piuttosto una “performazione”, un processo vitale, per mezzo del quale soltanto lo strumento dell’esistenza può trovare il suo giusto tono?» .

La sfida che abbiamo davanti allora è seria, perché segna la demarcazione tra la fede come «merce» da vendere in maniera seduttiva e la fede come atto dell’intelligenza dell’uomo che, mosso da Dio, dà a Lui liberamente il proprio assenso. 

È dunque necessario oggi considerare che ci sono realtà capaci di sfuggire sempre e comunque alla logica del «motore di ricerca» e che la «googlizzazione» della fede è  impossibile.

Fare esperienza (e non esperimento) del Vangelo dunque significa essere in grado di sapere ascoltare. Quando Dio si comunica nella parola della rivelazione cristiana comunica se stesso e la sua parola è in cerca di tutto l’uomo. Occorre dunque esercitare prontezza e capacità di percezione perché le parole non scivolino sulla superficie e non soffochino nell’indifferenza e si perdano fra le chiacchiere. Solamente così il Vangelo non finisce per diventare «una voce tra le altre, parte del chiasso diffuso», come scrive il Cardinale.

Occorre dunque «nutrire questa parola del dovuto silenzio».

-La figura che compendia l’equilibrio tra silenzio e parola come «ambiente» ed «ecosistema», luogo di esperienza, è l’immagine della Santissima Annunziata. 

Ciò che colpisce nel quadro infatti è l’incrociarsi dell’atteggiamento riverente dell’Angelo e delle parole di Maria, queste invece proiettate sullo sfondo della parete.

Avviavo questa mia riflessione con l’immagine delle orme bianche di un capriolo sulla neve: «lingua senza parole». Concludo con l’immagine dell’Annunziata: «lingua con parole». Le parole sono scomposte nelle loro lettere alfabetiche. Qui l’angelo tace e Maria parla. In quelle parole verso il silenzio dell’angelo forse ci siamo tutti noi, ci sono tutte le nostre parole.

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