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Le religioni nella rete
IGF Italia Trento - Giovedì 10 Novembre 2011
Intervento di A.Spadaro

Per comprendere i rapporti tra internet e religione credo sia necessario partire da una considerazione per noi tutti chiara. Basta ricordarla:

la Rete non è uno strumento ma un ambiente
che dà forma a un modo di pensare e a un modo di stringere le relazioni.

La vera sfida che le religioni maturano è quella di imparare a vivere la Rete come uno degli ambienti di vita. ~ Non “vivere bene la Rete”, ma “vivere bene ai tempi della Rete” ~ La Rete ha a che fare con la fede in quanto ha a che fare con la vita del credente.

In particolare la Rete è una rivoluzione che potremmo definire «ANTICA», cioè con salde radici nel passato perché dà forma nuova a desideri e valori antichiquanto l’essere umano. Quando si guarda a internet occorre non solo vedere le prospettive di futuro che offre, ma anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere, e cioè: relazione e conoscenza. Questo ci fa capire perché

la Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate ad INCONTRARSI: da sempre la Chiesa ha nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere.

Ecco perché. Questa è dunque la prima cosa che sento di dirvi sul tema. Ma se la Rete cambia il modo di pensare e di vivere i rapporti allora intuiamo già cheinternet comincia a porre delle sfide alla comprensione stessa del cristianesimo. Mi limiterò qui a individuare questi punti critici per avviare una loro discussione…

1. Primo punto critico: la rete plasma l’homo religious

Digitando in un motore di ricerca la parola God oppure anche religion,spirituality, otteniamo liste di centinaia di milioni di pagine. Internet sembra essere il luogo delle risposte. L’uomo alla ricerca di Dio oggi avvia una ricerca. Come cambia la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca? Quali sono le conseguenze di questa ricerca?

Tra le tante mi soffermo su una: il possibile cambiamento radicale nella percezione della domanda religiosa.

Una volta l’uomo era saldamente attratto dal religioso come da una fonte di senso fondamentale. L’uomo era una bussola, e la bussola implica un riferimento unico e preciso: il Nord. Poi l’uomo ha sostituito nella propria esistenza la bussola con il radar che implica un’apertura indiscriminata anche al più blando segnale e questo, a volte, non senza la percezione di «girare a vuoto». L’uomo però era inteso comunque come uno alla ricerca di un messaggio del quale sentiva il bisogno profondo. Oggi queste immagini, sebbene sempre vive e vere, «reggono» meno.

L’uomo da bussola prima e radar poi, si sta trasformando in un decoder, cioè in un sistema di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono. Posta la domanda, siamo bombardati dalle risposte; viviamo una answering overload.

PRIMA CONSEGUENZA

La domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle risposte che si ricevono. Questo è uno degli effetti della ricerca di Dio ai tempi dei motori di ricerca: la risposta è il luogo di emersione della domanda.

SECONDA CONSEGUENZA

La Rete plasma il modo di intendere i contenuti della fede che diventano “orbital content” contenuti che orbitano attorno a chi li cerca o li trova. Cerco di spiegarmi. Tutti noi conosciamo, ad esempio, Instapaper, credo (o anche Read it Later). E’ la più nota delle cosiddette «bookmarklet apps» con la quale è possibile salvare tutto ciò che ci interessa in un unico luogo (computer, tablet, o altro) e in un formato standard e in modo da accedervi in qualunque momento, anche senza copertura di Rete.

Quante volte navigando ci siamo imbattuti in testi o video interessanti senza avere il tempo di poterne fruire? Per salvarli dall’oblio bisognava salvarne l’indirizzo web. Adesso invece appena si trova un contenuto interessante lo si fa «orbitare»attorno a se stessi, del tutto astratto dal suo contesto proprio, salvandolo grazie a queste applicazioni.

La logica di Instapaper consiste nel fatto che i dati frutto delle mie ricerche vengono «pescati» della Rete, selezionati per interesse, privati dalle loro radici e fatti convergere su una piattaforma che li conserva in modo che sia possibile rinviare la lettura a un momento successivo. Così si sviluppa il senso che

la conoscenza è chiamata ad orbitare attorno al soggetto in maniera a lui del tutto funzionale e orientata. Oggi la fede sembra partecipare di questa logica che è un modo per gestire la complessità.

Quali ne saranno le conseguenze?

2. Secondo punto critico: il significato della «presenza reale»

È possibile immaginare i sacramenti e liturgie nell’ambiente digitale? Chi è l’uomo orante nell’ambiente digitale?

Ciò che sembra di poter quasi banalmente osservare è che col crescere degli spazi virtuali, molti hanno cominciato ad avvertire il bisogno di creare luoghi di preghiera o addirittura chiese, cattedrali, chiostri e conventi per tempi di sosta e di meditazione. Ad esempio l’elenco delle chiese nella Second Life era molto lungo. Questo è un dato interessante.

Se partecipo a un evento liturgico in Rete, sto davvero partecipando a un evento liturgico?

Il documento La Chiesa e Internet (2002) del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, è stato quanto mai chiaro: «La realtà virtuale non può sostituire la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia, la realtà sacramentale degli altri sacramenti e il culto partecipato in seno a una comunità umana in carne e ossa. Su Internet non ci sono sacramenti. Anche le esperienze religiose che vi sono possibili per grazia di Dio sono insufficienti se separate dall’interazione del mondo reale con altri fedeli» (n. 9).

L’affermazione è molto interessante perché dice tante cose. Negando la possibilità di liturgie in Rete afferma anche: - la possibilità di esperienze religiose su Internet “per grazia di Dio”. Dunque sta dicendo che Internet è ambiente di vita in cui la grazia di Dio è all’opera. - pone la vera grande questione: che cos’è la “presenza”? Che significa essere “presenti” ai tempi della Rete? Quando e come io, come essere umano, posso dire di essere “presente”?

La Chiesa insiste sul fatto che sia antropologicamente errato considerare la realtà virtuale come capace di sostituire l’esperienza reale, tangibile e concreta della comunità cristiana visibile e storica, e così dunque anche per i sacramenti.

Il vero nucleo problematico della questione che stiamo affrontando sembra dato dal fatto che l’esistenza «virtuale» appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto: prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una res extensa, una realtà oggettiva ordinaria, anche perché esiste soltanto nell’accadere dell’interazione.

Si apre davanti a noi un mondo«intermediario, ibrido, la cui ontologia andrebbe indagata meglio. Certamente una parte della nostra capacità di vedere e ascoltare è ormai palesemente «dentro» la Rete, per cui la connettività è ormai in fase di definizione come un diritto la cui violazione incide profondamente sulle capacità relazionali e sociali delle persone.

La nostra identità viene sempre di più vista come un valore da pensare come disseminata in vari spazi e non semplicemente legata alla nostra presenza fisica, alla nostra realtà biologica.

3. Terzo punto critico: la condivisione e i suoi problemi: l’autorità e la trascendenza

Parto dal caso di Wikipedia che ha segnato un cambiamento netto: mentre i media tradizionali (inclusi libri, enciclopedie ecc.) permettevano sostanzialmente il «consumo» di ciò che veniva «prodotto», il cablaggio delle reti ci permette di poter immaginare risorse globali condivise, e di immaginarci nuovi tipi di partecipazione. Clay Shirky in proposito, sta riflettendo su questa sorta di Surplus cognitivo, come recita il titolo di un suo celebre volume.

A suo avviso, questo surplus si sta caratterizzando come una forza emergente e vitale, in grado di raccogliere un sapere delocalizzato e frammentato, e di aggregarlo in qualcosa di nuovo. Questa condivisione non risponde ad alcun «centro» e ad alcuna «autorità». È una sorta di processo biologico di accrescimento ed estensione. Ovviamente si tratta di una visione ottimistica. Occorrerebbe interrogarsi meglio sui problemi che la gestione di questo «plusvalore» crea.

Le domande sono tante: che cosa farà la società di tutto questo plusvalore? Come farà sorgere una nuova idea di qualità?

E’ chiaro che sempre di più sarà necessario immaginare l’attivazione di filtri sociali… Ciò che qui mi preme sottolineare è che il sapere collaborativo sembra oscurare il principio di autorità a favore di modi concordati di vedere le cose (in fondo è questa la logica del Page Rank di Google…). Ecco allora che in ambito teologico oggi si comincia a parlare di open source theology. Ma qual è il «codice sorgente» della teologia? È la Rivelazione, che dunque resterebbe «aperta» alle forme più disparate di lettura, applicazione e presentazione.

Se il «codice sorgente» della teologia, la Rivelazione, venisse modificato in se stesso, non saremmo più davanti a una teologia cristiana, ma a una più generale discussione su temi di significato teologico-religioso. Il cristianesimo tenderebbe ad assumere i caratteri di una «narrazione partecipativa» realizzata da individui o gruppi in cornici e contesti culturali disparati.

A questo punto ecco le domande e le sfide: Non sarà questa logica collaborativa in rotta di collisione con una mens cattolica e la sua visione dell’autorità e della tradizione? Sarà possibile ricomprendere l’autorità nel senso in cui la teologia cattolica la intende in un contesto che spinge al decentramento e alla de-gerarchizzazione della conoscenza? Agire collaborativo e principio di autorità sono in radicale intrinseca opposizione, come sembra essere dato per scontato? Davvero la cattedrale è incompatibile col bazar per citare Eric Raymond; o il monastero con l’accademia per citare Himanen?

Per rispondere a queste domande occorre capire dove sta esattamente il punto di criticità della cultura open. Ecco 2 punti critici.

IL DONO e la TRASCENDENZA

La cultura open è una gift culture. Occorre però comprendere il significato esatto di questa parola. Qui il «dono» tende ad assumere la forma del gratis. Più che spingere a dare e ricevere, muove a «prendere» e «lasciare che gli altri prendano». È il concetto stesso di «dono» che oggi sta mutando. Più che di «dono», oggi parliamo di «scambio» libero, il quale è reso possibile e significativo grazie a forme di reciprocità.

La Rivelazione cristiana vive di una logica del dono indeducibile a partire da uno scambio collaborativo di tipo orizzontale. Così la gratuità della grazia teologicamente intesa non è riducibile a una logica di connessioni, la quale può essere benissimo anonima, su base individuale, e impersonale. Il rischio dunque è di indurre a intendere la comunione come connessione e il dono come gratis. Quello che Shirky chiama il surplus nella Chiesa non è soltanto immanente, frutto dello sforzo dei credenti, ma è un surplus santificante. L’elemento dinamico della Chiesa è proprio lo Spirito.

Insomma, nella sfida che la mentalità open comincia a porre alla teologia e alla fede, va preservata l’apertura umana alla trascendenza, a un dono indeducibile, a una grazia che «buca» il sistema delle relazioni e che non è mai solamente il frutto di una connessione o di una condivisione, per quanto ampia e generosa. In una frase: la religione vuole ricordare all’uomo d’oggi che la vita e il suo significato non sono esauribili in una rete orizzontale.

L’AUTORITA’

Tuttavia confrontarsi in maniera critica, seria, con lo spirito hacker è necessario perché aiuta oggi a comprendere meglio che il fondamento trascendente della fede mette in moto un processo aperto, creativo, collaborativo, collegiale, valorizzando l’opinione pubblica.

Aiuta a immaginare forme di governance collaborativa e di «autorità distribuita» (Cfr. ad esempio, http://www.mozilla.org/about/governance.html)

In particolare è chiaro che la società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti, ma soprattutto attraverso le relazioni. Lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni. La Chiesa è chiamata, dunque, ad approfondire maggiormente l’esercizio dell’autorità in un contesto fondamentalmente reticolare e dunque orizzontale. Appare chiaro che la carta da giocare è la testimonianza autorevole. La «testimonianza» è da considerare dunque, all’interno della logica delle reti partecipative, un «contenuto generato dall’utente».

La Chiesa in Rete è chiamata dunque non solamente a una «emittenza» di contenuti, ma soprattutto a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie composto da credenti di ogni religione, non credenti e persone di ogni cultura. E’ su questo terreno che si impone l’autorità della testimonianza.

Non si può più scindere il messaggio dalle relazioni «virtuose» che esso è in grado di creare .

Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale
by antoniospadaro cyberteologia.it
antoniospadaro | novembre 3, 2014 alle 9:38 pm

Ecco il corpo centrale del mio intervento all'incontro dei Vescovi responsabili per la comunicazione sociale delle Conferenze episcopali in Europa (CCEE), che si tiene ad Atene dal 3 al 5 novembre e dal titolo Communication as encounter, between authenticity and pragmatism.

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto.

La rete oggi si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane. Non uno strumento. Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (Benedetto XVI). L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

Vorrei, dunque, qui esporre 6 sfide importanti che la comunicazione digitale pone alla nostra pastorale, considerando, come aveva scritto Benedetto XVI, che

«le reti sociali sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

1. Dalla pastorale della risposta alla pastorale della domanda

Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.

Al tempo dei motori di ricerca, le risposte sono a portata di mano, sono dovunque. Per questo è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! “The teacher doesn’t need to give any answers because answers are everywhere” (Sugata Mitra, professore di Educational Technology alla Newcastle University).

Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali.

E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare. L’annuncio cristiano oggi corre il  rischio di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante. Più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento spirituale che significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali.

E’ un lavoro complesso, che richiede una grande sensibilità spirituale.

"Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone" (Evangelii Gaudium, 155).

La Chiesa sa coinvolgersi con le domande e i dubbi degli uomini? Sa risvegliare i quesiti insopprimibili del cuore, sul senso dell’esistenza? Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze», dunque.

Mi ha colpito il fatto che Papa Francesco, rispondendo a una domanda posta da un giornalista sul volo che da Tel Aviv lo riportava a Roma abbia detto: “Non so se mi sono avvicinato un po’ alla sua inquietudine…”

2. Dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

Oggi sta cambiando anche la modalità di fruizione dei contenuti.

Stiamo assistendo al crollo delle programmazioni... Fino a qualche tempo fa MTV (Music Television) tra i giovani era considerata una emittente di «culto». Adesso sta subendo una crisi o, se vogliamo, una sua trasformazione da quel che era – cioè emittente di una notevole quantità di video musicali introdotti da VJ – in emittente di reality show e serie televisive indirizzate soprattutto al target adolescenziale e ai giovani adulti.

I giovani, infatti, ormai fruiscono la musica da internet e non ci sono più ragioni perché la fruiscano dalla Tv. La Tv è un rumore di fondo, il brusio del mondo. La si lascia parlare… Raramente oggi trova posto nelle camere dei ragazzi. Oggi, inoltre, il vedere implica la selezione, e la possibilità del commento e dell’interazione. E questa possibilità è data da un social network come YouTube.

La fede sembra partecipare di questa logica. Le programmazioni sono sostituite dalle ricerche personali e dai contenuti accessibili sempre in rete.

Il catechismo era una forma per presentare in maniera ordinata, coerente e scandita i contenuti della fede. In un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi.
Quali sfide tutto questo pone alla fede e alla sua comunicazione? Come far sì che la Chiesa non diventi un container da tenere accesso come un televisore che «parla» senza comunicare?

Una direzione di risposta a questa domanda la troviamo in un passaggio di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel suo intervento al Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione:

«la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo».

La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa.

3. Dalla pastorale della trasmissione alla pastorale della testimonianza

La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni.

Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.

La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.
Si capisce bene dunque quanto sia importante la testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Pensiamo alle librerie digitali o agli store musicali. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated contents che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network.

La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica.

In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011,

«quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Il documento di Aparecida al n. 145 affermava chiaramente:

“La missione non si limita a un programma e a un progetto; no, essa significa condividere l'esperienza dell'avvenimento dell'incontro con Cristo, testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, e dalla Chiesa fino ai confini della terra (cf. At 1,8)”

La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche. Sempre il documento di Aparecida al n. 489, pur essendo stato scritto prima della nascita dei social networks, già affermava:

«i siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l'esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento”.

4. Dalla pastorale della propaganda alla pastorale della prossimità

Evangelizzare, dunque, non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo.
E per Papa Francesco questa condivisione è larga. Scrive chiaramente:

«internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio».

Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa. Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione,

«la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014, Papa Francesco ha definito il potere dei «media» come «prossimità. Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore.

5. Dalla pastorale delle idee alla pastorale della narrazione

- Le foto «taggate», «geolocalizzate», collocate nel tempo esatto in cui sono state condivise sono l’album fotografico live della nostra vita.
- I nostri tweetso gli updates dello stato su Facebook e i postdei nostri blog conservano i nostri pensieri, ma anche i nostri stati emotivi.
- Le librerie on line e gli altri negozi tengono traccia dei nostri gusti, delle nostre scelte, dei nostri acquisti e a volte anche dei commenti.
- I video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita fatto dai nostri video e da quelli che ci piacciono.

Infatti lo streaming della nostra vita non è fatto solo di ciò che immettiamo in Rete ma anche di ciò che «gradiamo», da ciò che ci piace, e che segnaliamo agli altri anche grazie al pulsante like ai nostri followers e ai nostri friends. L’esperienza condivisa sui social networks è l’opposto di ciò che accadeva ai tempi di Robert Musil che scriveva: «la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente».

Oggi invece i social networks offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni. Le notizie dei giornali sono invece irrelate a me e dunque, in un certo senso, finiscono per essere percepite come meno «straordinarie» o comunque meno interessanti.

La rete è una opportunità perché narrare in ogni caso è restituire i soggetti della conoscenza alla densità simbolica ed esperienziale del mondo. E oggi è molto alimentato il bisogno di narrazione all’interno di legami e relazioni. La narrazione di rete può essere, sì, individualistica e autoreferenziale, ma può essere anche polifonica e aperta.

Interessante a questo proposito la possibilità di aggregare materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify che permette l’interconnessione con Twitter, Facebook, Flickr, Youtube,…  e le apre alla condivisione. Alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming.

6. Una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività

La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.
E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? E’ possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.

Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.
Oggi la profondità si coniuga con una immersione in una vera e propria «realtà virtuale»
Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze...

«la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».

Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

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La rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto.

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