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Scienza e religione : un nuovo paradigma.

LA PARTICELLA DI DIO
Perché è più importante delle altre?
Da una conferenza al Casino dell’Aurora Pallavicini - 26 marzo 2014 -dei prof. Vito Mancuso, teologo e Ugo Amaldi, fisico.

Prof. Amaldi

Certamente tutti quanti sapete che nel mondo subatomico, in realtà non si applicano i concetti usuali che noi consideriamo: dato un sistema di queste particelle, non è possibile determinare cosa accadrà, possiamo solo determinare la probabilità con cui accadono i diversi tipi di eventi, e queste probabilità non le possiamo conoscere, non per mancanza di informazioni, ma per il fatto che tali eventi sono intrinsecamente indeterminati. Ora questo è un dato di fatto. Mai nessuno è riuscito ancora a costruire una teoria coerente su tutto quello che vi ho raccontato che non sia basata sull’indeterminismo quantistico. Quindi fino a oggi, in futuro non è detto...la scienza riserva sorprese!

Se si accetta l’indeterminismo di base, la prima conseguenza è che questo indeterminismo si applica anche ai neuroni del nostro cervello, e quindi non è affatto detto che il futuro del nostro pensiero, che è determinato dal funzionamento dei nostri neuroni, sia determinato dallo stato attuale.

In altre parole si può dire, io almeno lo dico così, che l’indeterminismo quantistico - e anche l’impredicibilità caotica che riguarda sistemi complessi -lascia lo spazio alla libertà. Uno può pensare che sia lì, in nuce , la possibilità del nostro libero arbitrio, però nessuno ha dimostrato che sia possibile. Io lo penso, ma molti scienziati non lo credono: sono infatti dei deterministi per quello che riguarda il pensiero dell’uomo.

Non si può non considerare l’indeterminismo quantistico, insieme a questo problema dell’impredicibilità caotica, però si può pensare che questo sia un quadro nel quale ci possa essere il libero arbitrio nel vero senso della parola, ma su questo non tutti sono d’accordo.

Prof. Mancuso

«Qual è il senso esistenziale, filosofico, della scoperta del bosone, del campo di Higgs?».
Io lo dico alla mia maniera e dico: in principio era la Relazione.

Il senso filosofico, e anche poi etico ed esistenziale che da ciò deriva, della scoperta del campo di Higgs, è che gli oggetti, gli enti, a partire dalle particelle ma poi via via in tutte le altre dimensioni: le particelle, gli atomi, le molecole, gli organismi, i sistemi, tutto questo esiste grazie alla interconnessione, grazie alla relazione.

Il che significa che la dimensione con cui noi solitamente pensiamo il mondo, che è quella che ci deriva da Aristotele, e che fino a ieri, e forse nella mente di molti fino a oggi ancora domina, è la “sostanza”. La prima grande categoria con cui pensare l’essere per Aristotele è la sostanza. Quindi prima ci sono le cose che hanno sostanza, che stanno, che consistono, le quali poi si mettono in relazione.

Prima ci sono io, perché uno ragiona riguardo se stesso, e porta queste grandi categorie filosofiche su se stesso, dicendo: «Prima ci sono io, che consisto con il mio ego, con la mia identità». Pensate, anche a livello teologico, quanto si è insistito sull’ identità. Benedetto XVI continuava a insistere su questo, sull’identità. Prima c’è l’identità, prima c’è l’ego, prima c’è la sostanza e poi c’è la relazione, e poi c’è il dialogo. E anche sul dialogo, tra l’altro, bisogna stare attenti perché non tutto il dialogo va bene. Non è così.

Io consisto grazie all’interconnessione, grazie alla relazione. Io sono come quello sciatore – dico io, ma ciascuno di noi – siamo quegli sciatori, uno sta davanti, qualcuno di noi sarà un “muone”, qualcuno sarà un “elettrone”, tutti siamo su questo campo di neve, e abbiamo la nostra identità grazie all’impatto, alla relazione di noi con questo campo. E ci è stato detto che se non ci fosse questo campo che avvolge ogni cosa, se non ci fosse questa interconnessione, questa relazione primordiale, tutto svanirebbe.

Tra l’altro, mi veniva in mente, quando il professor Amaldi ragionava, ci diceva dei due interruttori divini, cioè dei due interruttori di Dio, e uno di questi è il campo di Higgs, mi veniva in mente un versetto di Giobbe, XXXIV, 14-15, o giù di lì, dove precisamente si dice: «Se tu togliessi il tuo respiro, tutto il mondo verrebbe meno, tutti gli esseri morirebbero all’istante». C’è questa grande intuizione, io ne scrivo anche nel mio libro Il principio passione . Già allora, leggendo gli scritti del professor Amaldi, e anche di altri fisici sul significato filosofico del bosone di Higgs, la mia mente era andata a questa espressione del libro di Giobbe. Questo per dire: «In principio era la Relazione».

E questa è la vera traduzione, secondo me, del primo versetto del quarto Vangelo: in principio era il Lògos. Già in un libro che ho scritto nel 2007 dal titolo L’anima e il suo destino , già lì, dico che la modalità a mio avviso migliore per tradurre “in principio era il Lògos” non è “in principio era la Parola”, perché che cosa significa dire “la Parola?” ... E neanche dire “il Verbo”. Anche se il Verbo è già meglio, perché implica dinamicità rispetto al sostantivo. Già Verbo dà questo senso di relazionalità delle cose, ma la modalità migliore è pensare che “in principio era la Relazione”. Ma siccome il termine “principio,” altra cosa importante che vorrei dire, siccome il termine “principio”, da subito contiene una dimensione che non riguarda solo l’inizio, ma riguarda anche la medietà del tempo e anche la fine, c’è una bella differenza tra inizio e principio.

L’inizio è ciò che costituisce l’origine di un fenomeno, il principio invece ciò che è all’inizio, è all’origine, ma è ciò che accompagna da sempre un fenomeno. E se viene meno il principio costitutivo dello Stato italiano? Qual è l’inizio dello Stato italiano? La risposta è una data: 1861, lo Stato in Italia. Qual è il principio dello Stato italiano? La risposta corretta, come tutti voi sapete, è la legge, la Costituzione, ciò che costituisce il nostro stare insieme.

Allora dire “in principio era la Relazione” significa capire che noi veniamo dalla relazione, che noi oggi più siamo connessi, interconnessi, più fertilizziamo, innaffiamo, abbeveriamo, nutriamo il nostro essere, e che anche in futuro noi camminiamo verso una dimensione relazionale. Significa cambiare il paradigma, ecco, questo è quello che io ho assunto dal punto di vista filosofico, dal discorso sul campo di Higgs.

Vengo adesso a un altro punto ancora, perché, proprio mentre passeggiavo, qualche minuto prima dell’inizio di questa nostra conversazione, mi è venuto in mente il brano famosissimo della Critica della Ragion Pura di Kant con le tre domande che costituiscono l’orizzonte mediante cui la nostra mente si muove: “che cosa posso sapere?”, “che cosa devo fare?”, “ che cosa mi è lecito sperare?”. La prima domanda - “che cosa posso sapere?” - genera la scienza. Non a caso scio ( = so ) e scienza hanno la medesima radice. E qui abbiamo avuto un’esemplare presentazione dei risultati più nuovi, più freschi, più attuali, della grande impresa scientifica legata proprio al sapere: scienza come sapere. E la nostra mente si deve muovere con curiosità per quanto concerne il nostro sapere.

Ma poi le domande kantiane proseguono: “che cosa devo fare?” e “che cosa mi è lecito sperare?”, ora, il punto qual è? Il punto è esattamente, la relazione che esiste, il rapporto che esiste, tra ciò che so, ciò che devo fare, e ciò che mi è lecito sperare.
Ciò che so - la domanda “che cosa posso sapere?” - genera la scienza. La domanda “che cosa devo fare?”, come tutti intuitivamente capiamo, genera l’etica. La domanda “che cosa mi è lecito sperare?” genera la spiritualità, la religione. Che ne sarà di me? Che ne è stato dei miei cari? Che cosa mi è lecito sperare da questa vita?

Le grandi domande kantiane. Ora, la grande questione è: che rapporto c’è tra le tre dimensioni? Il mio sapere, ciò che io vengo a sapere dalla scienza, dalla biologia, dalla chimica, ciò che vengo a sapere dalla storia, ciò che vengo a sapere dal sapere, che relazione ha con il mio dover fare, con la mia dimensione etica? Che dimensione ha con il mio sperare? C’è relazione?
Ecco, qui entrano in campo i diversi modelli di fede e scienza, di rapporto tra fede e sapere, il rapporto tra fede e cultura, che si possono sostanzialmente riassumere così.

Primo: ciò che io devo fare e ciò che io posso sperare è determinato totalmente da ciò che io so.
E questo è un primo modello. Si pensa, cioè, che ciò che l’uomo può giungere a conoscere dal punto di vista, diciamo pure così, scientifico/razionale, è totalmente esaustivo della dimensione etica e della dimensione sapienziale. La dimensione etica è la dimensione legata sostanzialmente, appunto, alla seconda domanda kantiana. La dimensione chiamiamola sapienziale, chiamiamola spirituale, è legata alla terza domanda kantiana.

Mi capita spesso di incontrare, soprattutto nell’ambito filosofico e nell’ambito scientifico, persone che teorizzano questo primo modello. C’è anche un secondo modello, che pure io non condivido, e cioè il modello di chi ritiene che ciò che io posso sapere, derivi e in un certo senso debba inchinarsi, debba fare un passo indietro, debba essere inferiore, rispetto alla dimensione etica e rispetto alla dimensione religiosa. Sono i due modelli contrapposti.

Quello di chi fa dipendere totalmente il fare, l’etica e la dimensione dell’esperienza, dal sapere, dal sapere razionale, e quello, all’opposto, che ritiene che anche il sapere razionale, a sua volta, debba in un certo senso obbedire e fare un passo indietro rispetto alle grandi dimensioni etiche e rispetto alle grandi dimensioni sapienziali.

Abbiamo quindi, da un lato, il dogmatismo scientifico, dall’altro, il dogmatismo - come chiamarlo? - religioso, fondamentalista, di chi giunge addirittura a rifiutare i dati dell’esperienza scientifica, per esempio i dati dell’evoluzione, i dati delle conoscenze che la scienza sperimentale che si chiama biologia ci presenta, che giunge a rifiutare queste cose nel nome dei racconti biblici, nel nome dei racconti coranici e così via.

E questi due fondamentalismi, mi posso sbagliare, spero di sbagliarmi, ma mi sembrano ai nostri giorni in aumento. Mi sembra che il nostro mondo, il nostro tempo, oggi assista, rispetto semplicemente a 10/15 anni fa, a una crescita dei fondamentalismi. Forse perché questa scienza fa paura, forse perché mina certezze, non lo so per quale motivo, insomma, le persone, la gente, hanno bisogno di identità, e quindi si attaccano anche alla lettera dei testi sacri ed alle proprie radici, e quindi i fondamentalismi sono in crescita.

Ora, il mio modello qual è ? Il mio modello è quello che avete sentito prima, quando dicevo: “in principio era la Relazione”. Io cerco armonia tra ciò che la scienza mi insegna e ciò che la mia dimensione etica, e la mia volontà di sperare, producono dentro di me. Cerco armonia. Il mondo è unico, io non posso nutrire un’etica, non posso nutrire una speranza che sia in conflitto, che sia in contraddizione, con ciò che il pensiero scientifico mi consegna. Occorre che possano essere ragionevoli, che possano essere sostenibili di fronte al pensiero scientifico.

Per questo, per quanto mi concerne, è molto confortante questa idea della relazione originaria. Perché se c’è una cosa che le grandi tradizioni spirituali insegnano, se c’è una dimensione su cui le grandi tradizioni spirituali giocano se stesse, è esattamente quella dell’armonia tra tutti gli uomini. La regola d’oro: “Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te”. Oggi mi si faceva una domanda, ho parlato davanti a 500 studenti, sono emerse molte domande, sul senso della vita, su cosa stiamo a fare qui, sulla libertà, sulle religioni... e, in particolare, la domanda sulle religioni, nasceva dalla considerazione che le religioni producono anche malessere all’interno, producono intolleranza, producono, a volte, il contrario della libertà. E io ho detto: «È vero, le religioni sono anche questo, però non sono solo questo».

Se si pensa a Gandhi, se si pensa al Dalai Lama, se si pensa a Papa Francesco ai nostri giorni, o a Madre Teresa, o ai grandi esponenti della Teologia della Liberazione, Elder Cameron, Oscar Romero, non si può pensare, non si può concludere che le religioni siano semplicemente solo fanatismo. Qual è il meglio dell’esperienza religiosa? Il meglio dell’esperienza religiosa è condurre gli uomini alla relazionalità, all’armonia: “non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te”, la regola d’oro che si trova in tutte le grandi tradizioni spirituali. Ebbene, il sapere che questa dimensione di relazionalità originaria è in un certo senso appoggiabile, sostenibile alla luce dell’Essere così come viene concepito, sperimentato in questi laboratori - quanto sono lunghi, 27 chilometri? Large Hadron Collider si dice così no? - ... Alla luce di ciò, sapere che tutto questo trova una possibilità di essere sostenuto, per me è fonte di consolazione.

Sono però consapevole di una cosa,che il passaggio tra la dimensione scientifica – ciò che posso sapere - e la dimensione etica e spirituale, non è un passaggio armonioso. Non è un passaggio – come chiamarlo? – consequenziale. Sono consapevole che i medesimi dati, i medesimi dati oggettivi, queste cose che Amaldi ci ha raccontato così bene, possono generare, in esseri umani diversi, prospettive diverse. I dati sono i medesimi, e saranno sempre i medesimi, ma – guarda caso! – ci sarà qualcuno come me, che di fronte a questi dati dice: «Ecco, la relazione originaria», e quindi l’etica come dimensione originaria, e quindi anche in un certo senso la religione.

Perché la religione che cos’è? È la relazione originaria tra me e il Cosmo. Religio significa legame, legame tra che cosa? Tra me e il Cosmo. Credere in un Dio creatore significa, alla fine, non tanto credere in un Essere che se ne sta chissà dove “con il triangolo in testa”, ma significa credere che tra la mia dimensione più profonda, la mia interiorità, la mia intimità, e questo mondo, c’è comunione. Che io appartengo a questo mondo, perché questo mondo non è, rispetto a me, un esilio, un estraneo, la natura non è nemica. Il significato ultimo di “appartengo” è questo!

Però, ripeto, sono convinto che i medesimi dati genereranno in qualcuno questa dimensione, questa convinzione di una connessione originaria tra sapere, fare, etica, ma l’etica kantiana, quell’etica dura, quell’etica che ti porta all’imperativo categorico, non l’utilitarismo alla buona, l’etica che ti insegna ad agire verso gli altri trattandoli sempre come fine, mai solo come mezzo. Ricordate il famoso imperativo categorico kantiano? Tra questo, tra il sapere, il fare, l’etica e lo sperare della religione, c’è armonia. Per qualcun altro, invece, questo non avverrà.

Io nei miei libri, spesso, leggendo e studiando i testi di divulgazione scientifica, mostro esattamente questo passaggio controverso, che porta i medesimi dati, per esempio i dati fisici di cui abbiamo parlato, alla convinzione di qualcuno ad affermare che ci sia un Creatore, che ci sia allora effettivamente un senso, una relazionalità, un Principio immanente, trascendente, un Principio ordinatore etc., e qualcun altro negare tutto questo. Come è possibile? Come mai? Pensate a Craig Venter e Francis Collins e ai dati del Genoma! Craig Venter, a capo di Celera Genomics, l’azienda privata che era una delle due protagoniste della decifrazione del genoma umano, è ateo; l’altro, Francis Collins, Presidente del consorzio pubblico di aziende che facevano lo stesso lavoro, e che poi si unirono, è credente. E scrive un libro dal titolo Il linguaggio di Dio. Nel 2000, alla Casa Bianca, Bill Clinton in mezzo, uno alla destra, l’altro alla sinistra, presentano al mondo queste cose. Uno dice: «Studio il Genoma, c’è un linguaggio di Dio e la mia fede viene, come dire, sostenuta». L’altro dice: «Studio il Genoma, non c’è alcun linguaggio di Dio, c’è semplicemente un linguaggio che si va facendo, che ha un po’ senso, all’interno di un mare di assurdità».

Ancora. Avete fisici come Steven Weinberg che dice : «Più scopriamo e indaghiamo l’universo e più noi giungiamo a capire che l’universo è “pointless”, cioè “senza alcuno scopo», e altri fisici che dicono: «Più studio l’universo, più mi rendo conto che l’universo ci stava aspettando», e parlano di principio antropico. Tra l’altro, ho letto anch’io dieci giorni fa una notizia – anzi, molto meno di dieci giorni fa, tre giorni fa forse... – di un fisico americano il cui nome, vediamo se me lo ricordo, è Michio Kaku, un professore di fisica di origine giapponese (come il nome fa chiaramente intravedere) ma statunitense, il quale dice di essere convinto, studiando il Cosmo e così via, di essere giunto alla mente di Dio, di aver scoperto di sapere, di poter dimostrare l’esistenza di Dio, intendendo per Dio un Principio ordinatore.

 

Sono convinto che le medesime leggi, studiate, assunte e volute da un altro fisico, giungano a prospettive diverse! Come mai? Come mai i medesimi dati oggettivi producono etiche diverse? Perché Fermi era antifascista e Majorana probabilmente era fascista o, per lo meno, aveva simpatie per il regime nazista, come emerge dalle lettere alla propria madre? Come mai? E questo da un punto di vista etico, etico- politico dell’agire... Come mai i medesimi dati scientifici producono fisici, chimici, biologi che sperano nel senso ultimo della vita e che, con la morte della vita, la vita, diciamo così, “dello spirito”, in qualche modo non finisca, mentre ci sono altri invece che negano tutto questo? Come mai?

Questa mattina dicevo ai ragazzi: cosa vuol dire pensare? Non è che allora la vera differenza sta tra i pensatori, nel senso dei pensatori di professione? No. Pensare significa non sapere già, in un certo senso, quale sia la verità delle diverse situazioni, essere aperti all’esperienza, all’esperienza che ti fa incontrare nuove scoperte scientifiche e ti dice: «Questo che cosa significa? Per me, per la mia vita concreta, che cosa significa? Che significato ha, per me come essere umano, che non sono uno scienziato e non lo diventerò mai - non voglio neanche diventarlo, non ne ho la possibilità!- però questo in che senso mi interpella?». Questo vuol dire pensare!

Oppure, di fronte a una situazione etica, di fronte alle scoperte della bioingegneria: «Questo cosa mi dice? In che modo mi interpella?». Eccetera eccetera... è inutile moltiplicare gli esempi perché abbiamo capito, questo vuol dire pensare! E siccome è stato evocato Bobbio, io chiudo questa risposta con le famose parole che so a memoria, perché mi colpirono molto. Esattamente dieci anni fa... Norberto Bobbio morì a Torino il 9 gennaio del 2004, e l’indomani, su La Stampa di Torino, apparve la famosa lettera Le ultime volontà, dove dava disposizioni anche per il funerale, dove parlava del suo rapporto con la religione; in quella lettera c’è questo passo che per me è molto importante. Lui, uno dei padri del pensiero laico, dice: «Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero che le varie religioni interpretano in vario modo». La cosa decisiva di questo passo, che è la medesima conclusione a cui giunse Kant, è che è la ragione a consegnarti al mistero. É la ragione, debitamente esercitata, che ti consegna al mistero. Le ventiquattro particelle fondamentali, e la venticinquesima... Queste ventiquattro particelle che si connettono e generano atomi, e gli atomi che generano molecole, e alla fine si genera la vita... E poi la vita, la vita pensante, la vita che è capace di creare, come dire, scenari come quello in cui siamo inseriti, e di elaborare, di tornare a riflettere, di sapere tutto questo... É questo il mistero, penso, di cui parla Bobbio. È una cosa grande!

Si, effettivamente la risposta al come mai alcune persone giungano ad avere questo “senso di passaggio” dalla dimensione scientifica alla dimensione etica, mentre altre no, è probabilmente legato al fatto che in qualcuno si genera questo senso di mistero. Se il mistero però viene percepito unicamente come enigma, come qualcosa che devo risolvere e di fronte a cui prima o poi io verrò a capo... se il mistero è percepito unicamente come enigma, probabilmente non si crea nell’essere umano quella disponibilità, quell’ humus direi, per giungere alla dimensione spirituale. Diverso invece è se “mistero” viene percepito esattamente come esprime il termine greco mystérion da cui deriva, che rimanda al verbo myo che significa “chiudere”, “chiudere di occhi e di bocca”, ovvero generare questo senso di stupore, di meraviglia, di fronte al fatto che ci siamo, di fronte al fatto che il mondo c’è, e così via.

Se non c’è la generazione di questo senso di mistero e c’è solamente l’enigma, certo non si produce la dimensione chiamiamola etico-sapienziale, religiosa. Se invece questo c’è, probabilmente la generazione è possibile. La religione, quella buona, viene da lì. Quella cattiva – e ce n’è ancora tanta di religione cattiva! - dal fanatismo e da altre cose.

I rapporti tra fede e scienza hanno vissuto stagioni diverse e c’è da sperare che nel futuro prevalgano le stagioni, diciamo così, positive. Mi spiego con un esempio. Ciò che Giordano Bruno affermava nel XVI secolo, e che lo condusse alla fine che tutti sappiamo, veniva affermato un secolo prima da Niccolò Cusano, come è a tutti noto. E non solo Niccolò Cusano non ebbe alcun processo o rogo o così via, ma ebbe la porpora cardinalizia. Quindi che cosa significa? Significa che è la dimensione, chiamiamola così, del potere, della dimensione politica del potere, legata alla questione religiosa, che va a qualificare il rapporto tra fede e scienza. Nella misura in cui la religione vuole avere, o voleva avere, un controllo sulle coscienze, come nell’epoca della Controriforma, nella misura in cui la religione voleva contrassegnare, non tanto la dimensione etica, la dimensione sapienziale e della speranza, ma anzitutto la dimensione dottrinale del sapere, è chiaro che non poteva non entrare in contrasto, in conflitto, con le scoperte scientifiche che venivano a minacciare e a falsificare le storie della Bibbia.

Se invece la religione capisce qual è il suo compito, qual è il suo posto, che è quello assegnato da Kant - che non è quello del sapere, non è neanche quello dell’etica, ma è quello della speranza! - se capisce questo, allora ci sono le condizioni in base alle quali il rapporto tra fede e scienza non può che essere sereno e armonioso.

Come esempio di rapporto sereno e armonioso tra fede e scienza, a me viene sempre in mente la famosa frase pronunciata da Albert Einstein in una Conferenza a New York nel 1941, secondo cui “la religione senza la scienza è cieca” ( religion without science is blind ) e “la scienza senza la religione è zoppa” ( scienze without religion is lame) . E questo esattamente dice la pienezza dell’essere umano. La pienezza dell’essere umano deve “sapere”, ma poi anche deve “sapere come utilizzare” le risorse. Io so, e so se apro gli occhi e vedo. E questa apertura degli occhi, questa luce della conoscenza, me la dà la scienza. Però una volta che so queste cose, in funzione di cosa le utilizzo? Per fare che cosa? Per servire il regime nazista, come qualche scienziato ha fatto? Per servire - chiamiamolo così - il “regime americano”, a sviluppare la bomba atomica? Oppure per rifiutare l’uno e l’altro?

Gli esempi possono essere molteplici e non so neanche se quello che ho fatto sia appropriato, ma ci capiamo. Verso dove cammino con la conoscenza che ho? Se non ho questa dimensione sapienziale sarò zoppicante. É il grande limite, secondo me, della scienza e della tecno-scienza, perché c’è la scienza, poi c’è la tecno-scienza... La domanda che anche a me viene da fare al prof. Amaldi è: quanto la ricerca scientifica può fare a meno della dimensione tecnologica? Senza i grandissimi investimenti che sono necessari per costruire questi mostri tecnologici, queste cattedrali tecnologiche, senza il CERN di Ginevra, noi naturalmente non avremmo scienza. E chi paga? E perché pagano i governi? C’è totale libertà scientifica, cercate quello che volete o ci sono interessi già a priori dietro tutto questo? Perché alcune cose si studiano e altre cose non si studiano? Insomma, c’è tutta questa dimensione, ma in ogni caso – e concludo – la dimensione, come dire, sapienziale, è decisiva perché il sapere scientifico possa procedere diritto e non zoppicante.

Questo io dico, poi naturalmente, se ci sarà questa armonia tra fede e scienza, se ci sarà, allora l’umanità ne trarrà beneficio. Se vinceranno i fondamentalismi, che secondo me stanno crescendo nel nostro mondo, allora avremo una mente oscurata, chiusa, avremo una scienza zoppicante, zoppicante dal punto di vista della “sapienzialità”, dell’utilizzo delle nozioni, con tutto quello che ne può venire. Per questo è benemerita l’azione di chiunque crei armonia tra i diversi ambiti.

 

L’etica nasce solo in presenza della libertà. Ha senso usare questa parola: etica; si dà perché c’è un principio di indeterminazione che ci contraddistingue che noi chiamiamo libertà. Non siamo del tutto determinati, se lo fossimo non avremmo la libertà, non avremmo la possibilità di scegliere se agire in un modo o nell’altro, non avremmo l’etica, non avremmo il diritto, non avremmo la civiltà. Se esiste l’etica o il diritto è perché c’è questa dimensione: per me è un dato di fatto.

Da dove viene questa libertà? Come mai siamo liberi?
Torniamo ancora una volta alla questione dell’antinomia, alla questione dell’impossibilità di fondare la libertà: ci sarà sempre chi dirà che la libertà non esiste perché ragionando di noi stessi, pensando il fenomeno umano unicamente dal punto di vista fisico, chimico e biologico, e non ritrovando nella fisica, nella chimica, nella biologia possibilità di elaborazione, dirà: «Questa è un’ illusione, tu sei completamente determinato». Ci sarà sempre chi penserà così, e ci sono degli argomenti a riguardo, tant’è che Kant definiva la libertà come una delle questioni su cui la mente non si sa decidere.

È la terza antinomia della critica della ragion pura: esiste la libertà o siamo del tutto necessitati? La libertà da dove viene? Per quanto mi riguarda, quello che posso dire, è che, senza mettere in gioco la libertà, la civiltà umana, l’arte, la creatività, la musica, la pittura, la filosofia, la poesia, il libero pensiero, la letteratura...insomma, tutto questo, non avrebbe senso. Tutto questo è anche trasgressione. In un certo senso nell’arte, ma forse anche nella scienza, c’è questa dimensione di trasgressione.

Secondo me, anche nella creazione di nuovi paradigmi, esiste questa dimensione di trasgressione, questa capacità di creatività ed elaborazione! Cos’era il 1964? È stata data conferma della scoperta del bosone il 4 luglio del 2012 a Ginevra, ma era stato Higgs, nel 1964, probabilmente su un foglio di carta, per un’esigenza di armonia della sua mente, a giungere a questo! Einstein come è giunto alla legge della relatività ristretta e generale? Anche lì, non facendo esperimenti, ma per una esigenza di unificazione tra la meccanica newtoniana e l’elettromagnetismo di Maxwell che richiedevamo un’unificazione, un bisogno di armonia, di unità, di simmetria cui lo portava la sua convinzione filosofica... il Dio di Spinoza, in cui diceva di credere, di aderire, diceva: «Dio non gioca a dadi!»... questo senso di unitarietà, simmetria, razionalità: devo unificare!

Perché oggi gli scienziati ricercano le super stringhe? Vogliono unificare da un lato la meccanica quantistica, dall’altro, la relatività. Questo cosa significa? Che esiste un’esigenza della mente libera di ritrovare armonie, esiste la libertà che si esprime anche attraverso queste cose...poi che libertà non si possa essere rintracciata in un momento preciso del fenomeno umano può essere! Noi possiamo essere fatti oggetto di esperimenti, della risonanza magnetica funzionale... mettono gli elettrodi – se così si chiamano – nel nostro cranio, guardano e scrutano i movimenti, i nostri flussi sanguigni, vedono che quando noi...che cosa succede?

Succede che si attivano prima i centri dell’azione e poi quelli della cosiddetta decisione. Prima il sangue giunge a toccare quelle parti del cervello che determinano la nostra azione, il fatto che io faccia così con la mano, e poi quelle parti del cervello che elaborano la mia azione e dicono che ho fatto così, voglio fare così etc. Sembra effettivamente che se siamo analizzati da un punto di vista analitico, se siamo staccati dalla nostra azione e analizzati in se stessi, sembra che quella che chiamiamo “libertà di azione” in effetti non ci sia...che non siamo nient’altro che un fascio di istinti: prima agiamo in maniera istintuale e poi pensiamo di poter agire.

Ora, questo è vero, è un dato! Però noi possiamo tornare sulle nostre azioni: possiamo vederle, possiamo rifletterci, possiamo valutarle... sulla base delle nostre azioni possiamo dire: «Ho fatto così, ho fatto bene a fare così, continuerò a fare così», oppure: «Non farò più così: chi fa così sbaglia!». Possiamo elaborare etica, diritto, quello che chiamiamo civiltà: questo dimostra che la liberta c’è, se la guardiamo in azione c’è, non la troveremo mai nel fenomeno umano come non troveremo mai l’anima!

Faccio l’autopsia ma non trovo mai lo spirito, l’anima! Certo che non la troverai, così come non troverai mai la libertà! Il fenomeno umano senza la dimensione di libertà e di spiritualità a mio avviso non è del tutto comprensibile!

Amaldi

L’ispirazione di fondo è sempre quella di unificare concetti diversi, Einstein ma anche l’elettromagnetismo, lo dice la parola, è l’unificazione, che risale a due secoli fa, tra elettricità e magnetismo. Adesso, con i colleghi del CERN, abbiamo il problema – e ci ho lavorato tanto! – di unificare le forze gravitazionali con quelle del mondo subatomico. Quindi è fuor di dubbio che uno dei concetti ispiratori della scienza sia quello di cercare di ridurre i principi, ma quello che ho cercato di dire prima in risposta alla domanda, è che non è detto che se ci sono molti componenti, molti enti, non si possa avere unità, perché se i principi sottostanti sono semplici e con pochi parametri, si ottiene lo stesso unità.

Anche se nella manifestazione esterna appaiono decine di particelle - le super particelle raddoppierebbero le particelle che conosciamo: da 24 diventerebbero 48, il doppio! - non ci si deve soffermare sulla superficie di questa enorme varietà di campi, ma sui loro principi di base. L’unità è uno dei principi guida della ricerca: unificare i concetti cercando di semplificarli, ma non limitandosi a parlare di una sola particella perché questo non è possibile, è decisamente più sottile il tipo di unità che cerchiamo!

Nella mio opinione c’è qualche relazione tra l’indeterminismo fisico e la libertà che non sappiamo quantificare ma ci sono molti scienziati che pensano non ci sia nulla a che vedere. E l’argomentazione è anche abbastanza comprensibile perché se non si può determinare il futuro di un certo sistema fisico combinato, aggiustato in diverso modo, il fatto che poi il sistema si sviluppi in una direzione o in un'altra, è casuale e non diretto dalla volontà; a quel punto, quindi, non ci apre lo spazio per una libertà che diventa casuale, non deterministica ma casuale. Quindi, lo sottolineo di nuovo perché non voglio essere malinteso, non tutti gli scienziati pensano che il determinismo e l’ impredicibilità caotica portino al libero arbitrio.

Mancuso

Per la religione l’unità è decisiva: l’unità del singolo con il principio da cui l’Essere proviene, verso cui l’Essere va, e unità degli uomini tra di loro. Questo è il senso. Del resto già il termine stesso “religione” rimanda a un desiderio di relazione originaria, di legame: religio , la radice lg , il prefisso rafforzativo re , poi ligio, rimanda alla radice lg da cui viene lex, legis, da cui viene legio, legionis, da cui viene lògos , da cui viene loghismòs ... le prime due parole latine, le seconde greche... lg , relazione originaria, legame.

La religione è questo, è desiderio di unità, unità del singolo con il principio del Tutto, che viene chiamato Dio, in occidente Padre, ma anche in altri modi: “Dharma” nella Sapienza universale è il principio cosmico immanente che lega tutte le cose, oppure “Ochma” come diceva la grande sapienza ebraica, insomma unità come principio cosmico immanente e allo stesso tempo come principio trascendente, come viene comunemente definito Dio, e unità tra di loro. Infatti la dimensione comunitaria è decisiva in tutte le religioni.

Come è importante nel Cristianesimo la dimensione ecclesiale, la Chiesa, allo stesso modo è importante nel Buddismo la dimensione del “Sangha”, nell’Islam della “Umma”, nell’Ebraismo del “popolo di Dio”, il popolo, la sinagoga del popolo ... Non c’è religione che non abbia questa dimensione comunitaria. Il grande compito a cui sono chiamate tutte le religioni oggi è sviluppare questa unità di tutti gli esseri umani tra di loro. Grande compito che religioni e spiritualità hanno davanti a loro è trovare un dialogo inter-religioso: unità tra tutte le religioni e unità tra tutto il genere umano. È questa la grande speranza, la grande sfida, direi, del secolo davanti a noi. Unità non solo dei cristiani tra loro ma di tutti coloro che ricercano. In questa prospettiva metterei ovviamente anche chi, onestamente, nel campo dell’agnosticismo, nell’ateismo, ricerca.

La cosa che diceva Bobbio: “la vera differenza non è tra chi crede e chi non crede ma tra chi pensa e chi non pensa”, non significa sincretismo, cioè fare di tutta l’erba un fascio, ma significa soprattutto ciò che unisce gli esseri umani più che ciò che divide, le differenze devono rimanere, le identità devono rimanere, ma devono essere messe a servizio di una dimensione più ampia. La religione deve essere questo, deve servire a questo: unione di idee, della tua solitudine con il senso complessivo del tutto.

Una delle definizioni di religione più belle e che ripeto più spesso, è quella di un grande uomo, e di scienza e di filosofia, che fu Alfred North Whitehead il quale diceva, riprendendo William James: «Religione è ciò che l’individuo fa della propria solitudine». Prima ho parlato di relazioni ma c’è un momento della nostra vita in cui non siamo riconducibili alle nostre relazioni, e questo è il momento della solitudine, di quella che nel medioevo chiamavano ecceitas , il momento in cui io sono me stesso e sono diverso dal genere umano, sono io: l’ecceitas , che viene da ecce, ecco. Ecceitas , “ecceità”, il mio essere qui, il mio essere completamente diverso rispetto a tutti, sono sì in relazione, in comunione con tutti ma c’è una parte di me che non è riconducibile al mio essere padre, marito, insegnante, professore, e ciascuno di voi moltiplichi per se stesso.

Io sono questo, quello etc., ma c’è una dimensione dove io non sono le mie relazioni, c’è una dimensione di interiorità dove sono solo. Non è negativo, non è isolamento, è la solitudine di chi prende in mano se stesso, di chi capisce che non esiste solo nelle sue relazioni, che vengono a costituire una dimensione di sostanzialità, quello che chiamiamo “ego”, non in senso negativo, in senso positivo. Noi diciamo: «Io penso», nel senso positivo del termine. A chi leghi, a chi consegni questa solitudine? Chi crede, la persona religiosa, crede perché sa che esiste un mistero, una dimensione, comunque un qualcosa a cui consegnare questa solitudine. Religione come dimensione cui consegnare questa solitudine. Se io ho una dimensione alla quale relazionare questa mia interiorità io sono un credente, se no rimango nella mia solitudine e sono un non credente. Non significa essere di serie A e serie B, significa che semplicemente la differenza è questa: chi crede a un mistero di relazionalità e senso cui consegnarsi e chi no.

Dovremmo sempre custodire la dimensione della libertà e, allo stesso tempo, far convergere questa dimensione della libertà individuale a una effettiva unità, a un’effettiva armonia, a un’effettiva unificazione, e, al contempo, tale unità non deve essere reductio ad unum , spegnimento delle differenze, della pluralità, ma deve far sì che ciascuno, in se stesso - ciascuna fede, ciascuna spiritualità, ciascuna prospettiva - possa effettivamente continuare a coesistere, a vivere, a respirare, a star bene in questo mondo. Siamo all’interno di una pluralità, di più non saprei che dire.

Scienza e Morale

Scienza e applicazioni tecniche sono attività importanti e diffuse dell'uomo.Esse hanno come oggetto di studio e di applicazione la persona umana ed è evidente a tutti che debbano essere esercitate innanzitutto senza danneggiare la persona , e poi per il bene della stessa.

Scienza e tecnologia non possono dunque essere esercitate in modo qualsiasi, pena il rischio di danneggiare la persona umana, il rischio di diventare disumane.Anche le scienze e le tecnologie relative debbono  essere  esercitate secondo i principi fondamentali della etica della persona umana: libertà,rispetto della vita, della salute,etc.

Lo scienziato allora fino a che punto è libero nella sua ricerca?

La ricerca scientifica deve essere pienamente libera,l'unico limite che deve avere è la persona umana, i suoi diritti inalienabili. Se per ricercare ad esempio lo scienziato prevede di danneggiare o addirittura uccidere una persona anche se il suo obiettivo è quello di salvarne tante altre ,allora è necessario che egli imbocchi una strada di ricerca diversa.

(vedi etica )

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