Corso di Religione

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Neuroetica
L'uomo è libero e responsabile ?
         


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vedi anche : Convegno Torino 2017
vedi anche neurobioetica

Quale è la biologia dei comportamenti morali dell'essere umano? Note da una tesi di dottorato : Natura, Morale, Diritto . Dalla metaetica analitica al neurodiritto .

-António Rosa Damásio

“Noi siamo, e quindi pensiamo; e pensiamo solo nella misura in cui siamo, dal momento che il pensare è causato dalle strutture e dalle attività dell’essere”
( DAMASIO , 1995).

Dualismo
Da dove viene la morale? Su che cosa poggiano i nostri valori? Come riusciamo a sapere cosa è bene e cosa è male?

" Per secoli filosofi e teologi hanno indagato la natura umana alla ricerca di una risposta. Molte sono state le intuizioni brillanti e le argomentazioni sottili. Solo oggi, però, quelle intuizioni e argomentazioni possono trovare un “saldo” legame con la storia evolutiva che ha permesso a noi e al nostro cervello di diventare quelli che siamo.
Patricia Churchland ( in Neurologia della Mente) ci invita a fare i conti con i processi e i meccanismi biologici che hanno contribuito a plasmare forme e modi del nostro dover essere morale.
Le scoperte più recenti nell’ambito della biologia evoluzionistica, della genetica e delle neuroscienze cognitive diventano così gli strumenti essenziali per orientarsi nell’intricata selva delle questioni morali. Non si tratta, però, di cedere alla tentazione di un facile scientismo ma di riconoscere che solo se scopriamo cosa ci renda capaci di prenderci cura di noi e degli altri possiamo capire come l’animale sociale Homo sapiens sia diventato un animale morale."

[source : neuroscienze.net/
I concetti fondamentali utilizzati ancora oggi quando si parla di moralità ci provengono in gran parte da un’impostazione di tipo dualistico, tendente a distinguere una realtà sovrasensibile (intesa in senso religioso oppure metafisico) da una sensibile inerente gli oggetti e i processi caratteristici del mondo fisico; oppure, in termini più moderni, da una separazione netta tra mente e corpo, oppure fra natura e cultura.

Le ultime ricerche nel campo della biologia evolutiva e dalle neuroscienze stanno orientando la filosofia e la teologia a ripensare in modo radicalmente nuovo le categorie concettuali ereditate dalle rispettive tradizioni

Le nuove conoscenze del corpo umano come prodotto di una dinamica evolutiva che include l’origine e la storia di tutte le forme di vita presenti sul nostro pianeta (sia quelle estinte che quelle attualmente esistenti) orientano il pensiero verso una profonda revisione dei presupposti antropologici che stanno alla base di alcune concezioni filosofiche elaborate in un mondo di conoscenza che non c'è più.

Il dualismo mente e corpo ha influito su tutta la storia del pensiero occidentale fino ai giorni nostri. La separazione cartesiana tra res cogitans (pensiero puro privo di estensione) e res extensa (materia fisica completamente sprovvista di coscienza ed intelligenza) si è trasformata in una irriducibile opposizione tra mente e corpo. La distinzione formulata da Kant fra “concetti puri della ragione” (a priori) e “conoscenze empiriche” (a posteriori) ha rinforzato il dogma cartesiano.

Questi ( ed altri ) orientamenti speculativi hanno fondato una filosofia della mente indipendente dalle strutture e dalle funzioni del cervello ; la vita mentale viene pensata come separata dai suoi presupposti fisico-biologici .

A partire da Platone fino a Moore ed oltre nella tradizione culturale e filosofica occidentale si sono costituiti schemi di pensiero in cui i valori vengono posti come entità concettuali astratte e separate dalla sfera concreta della sensibilità e dell’esperienza in cui si svolge l ' esistenza quotidiana .

Molte teorie contemporanee continuano ad analizzare il funzionamento della mente in modo astratto, stabilendo che è possibile comprenderla indipendentemente dai processi fisiologici, neurali, emozionali, sociali, ecologici, etc. che stanno alla base della sua attività.

Questo sviluppo fa pensare ad una esigenza non dichiarata di attribuire ai valori caratteristiche di stabilità, oggettività ed universalità in modo da fornire basi solide su cui fondare le complesse interazioni della vita sociale.

---La biologia evolutiva ci informa che il cervello umano, come quello dei primati superiori, è il risultato di un lungo processo evolutivo e adattativo. Per quanto ne sappiamo oggi non ci sono strutture che non siano riscontrabili anche negli altri primati (e in molti mammiferi superiori).

Una gran parte dei centri cerebrali più recenti nell'uomo sono collegati e comunicano tra loro attraverso la mediazione dei centri più antichi e anche se lo sviluppo della corteccia cerebrale ci differenzia sensibilmente dalle altre specie è necessario tenere conto del fatto che alla base di tutto rimane sempre il cervello più antico, il quale si è sviluppato per primo e ci accomuna a tutte le altre specie animali .

Anche se le nostre capacità mentali superiori ci appaiono particolarmente importanti, in realtà esse non possono essere considerate come qualcosa di indipendente dalle funzioni più elementari e primitive da cui dipende la nostra stessa sopravvivenza; le parti di più recente formazione sono strettamente collegate con quelle più arcaiche e non possono funzionare a prescindere da esse.

Le elevate competenze cognitive che contraddistinguono la nostra specie sono rese possibili, sul piano anatomico e morfologico-funzionale, dallo straordinario sviluppo di particolari strutture cerebrali presenti anche nelle altre specie animali (soprattutto i primati e i mammiferi superiori) ; la sfera di quelli che tradizionalmente definiamo come “valori” può essere compresa allora proprio a partire dall’analisi delle strutture cerebrali.

Se pensiamo la morale come una conquista della evoluzione della specie umana non c’è alcuna esigenza di guardare ai valori come entità concettuali a se stanti ma si possono pensare come meccanismi adattativi che hanno contribuito al suo successo evolutivo.

Non siamo (e probabilmente non saremo mai) degli esseri completamente razionali o completamente irrazionali, perché le diverse aree che compongono il nostro cervello interagiscono costantemente tra loro, portando verso una necessaria integrazione delle funzioni “inferiori” e di quelle “superiori”

(laddove questo non avviene, si verificano spesso dei comportamenti di tipo patologico).

"I cervelli sono organizzati per ricercare il benessere e per cercare sollievo dal malessere. Così, in maniera assai chiara, il circuito che è alla base dell’autoconservazione e che induce a sottrarci al dolore è la fonte dei valori più importanti − i valori dell’essere vivi e dello stare bene.

Con la comparsa dei mammiferi superiori, dei primati e infine della specie umana, si produssero gradualmente delle modificazioni di notevole rilievo nell’ambito dei comportamenti sociali. Infatti, la strategia del prendersi cura dei propri piccoli, in queste specie animali, si dimostrò molto più vantaggiosa ai fini della sopravvivenza della prole (e quindi della specie) rispetto ai casi di mammiferi che tendevano ad ignorare i loro piccoli; di conseguenza, cominciarono ad essere selezionate e trasmesse quelle mutazioni -agenti sul sistema endocrino, su quello neurologico e sul piano emozionale- che favorivano (all’inizio soprattutto nelle femmine) lo svilupparsi dei comportamenti di tipo materno : lo stimolo ad allattare, proteggere e difendere i propri piccoli, il cui benessere venne ad assumere per la madre la stessa importanza del suo stesso benessere.

Si realizzò, in tal modo, una sorta di “estensione” graduale verso altri individui della stessa specie (la prole) dei valori fondamentali del prendersi cura di se stessi e dello stare bene; la sopravvivenza e lo stato di salute dei figli divennero ben presto degli obiettivi prioritari per i genitori (in modo particolare per la madre) : il benessere di altri (in questo caso, gli appartenenti alla propria famiglia) si configurò così come uno dei comportamenti sistematicamente privilegiati e messi in pratica all’interno della classe dei mammiferi (sia pure con qualche rara eccezione).

Da un punto di vista evolutivo, questo può essere considerato come il nucleo fondativo del passaggio dal meccanismo della “cura di sé” a quello della “cura degli altri” " (CHURCHLAND, 2012).


“Si deve dire, per prima cosa, che non è facile distinguere tra eredità biologica ed eredità culturale. Talvolta, bisogna riconoscerlo, è difficile giudicare la fonte di una differenza. È sempre possibile che le sue cause siano di origine biologica (le chiameremo genetiche) o che siano dovute ad apprendimento (le chiameremo culturali), o che ambedue le sorgenti diano un contributo.

Ma, come già detto, esistono differenze tra le popolazioni umane che sono senza dubbio genetiche, vale a dire ereditate biologicamente. E saranno queste a dover essere utilizzate per distinguere e studiare le razze, per la semplice ragione che sono molto stabili nel tempo, mentre per la maggior parte le differenze che fanno parte del tirocinio sociale sono ben più facilmente soggette a cambiamenti, e possono a volte sparire in un tempo assai breve” (CAVALLI SFORZA, 1996).

La natura tende a conservare per periodi di tempi molto lunghi quelle caratteristiche che si sono dimostrate evolutivamente vantaggiose per la specie e i cambiamenti sono soltanto molto lenti e graduali, la cultura rappresenta invece un fattore di notevole flessibilità ed innovazione e i tempi di cambiamento e trasformazione sono estremamente più veloci rispetto a quelli naturali

In questa prospettiva, nella storia dell’umanità, la biologia e la cultura appaiono inestricabilmente collegate l’una con l’altra e diventa quantomeno problematico voler separare i prodotti dell’attività mentale dalle loro radici genetiche e biologiche.

Biologia e cultura sono strettamente collegate tra loro : il genoma e l’ambiente esterno hanno interagito (e continuano ad interagire tuttora) strettamente lungo tutto il corso della storia evolutiva, influenzandosi reciprocamente secondo modalità che i risultati incrociati provenienti da discipline come le neuroscienze, l’antropologia e la psicologia evolutiva hanno cominciato a mettere in luce soltanto recentemente.

I valori
Con l’avvento dei mammiferi, hanno cominciato poi a diffondersi in misura sempre maggiore dei modelli di comportamento che prevedono non soltanto il prendersi cura di se stessi, ma anche il prendersi cura di altri individui (della propria prole innanzitutto) e proteggerli, talvolta sino al sacrificio di se stessi .

Questi “cervelli mammiferi” producevano reazioni di piacere allo stare insieme e di sofferenza verso il rimanere separati (tali sensazioni sono regolate dalla produzione di specifici ormoni, tra cui l’ossitocina e la vasopressina, che dipende prevalentemente dall’azione del sistema limbico).

Una volta avvenuta questa prima importante mutazione in favore della prole, si sono realizzate altre modificazioni, probabilmente più lievi, che hanno progressivamente esteso i comportamenti di cura verso la prole anche a coloro il cui benessere è strettamente collegato al proprio e a quello dei propri piccoli.

"A seconda delle pressioni selettive a cui sono state soggette le diverse specie, la cura può estendersi ai partner, ai parenti, agli amici. I mammiferi sociali, quelli che vivono in gruppo, tendono a mostrare attaccamento e un comportamento di cura rivolto, oltre che alla propria prole, anche ad altri. Preferiscono stare insieme e soffrono se vengono emarginati. Esattamente quali degli altri rientrino nell’ambito delle attenzioni, dipende come sempre dalla specie e da come si è evoluto il cervello in quella specie per consentire all’animale di vivere e di trasmettere i propri geni”
...
" ma... in biologia non c’è quasi nulla di universale. Alcune persone, per esempio, si mostrano più generose nei confronti di estranei che verso i propri familiari” (CHURCHLAND, 2014)."


Da questa graduale trasformazione ha preso origine un’ampia serie di valori sociali, che sono rimasti successivamente alla base dei comportamenti morali.


Il fatto che qualcosa abbia valore e sia motivante dipende in ultima istanza da quell’antichissima organizzazione neuronale che serve alla sopravvivenza e al benessere.

Vi è quindi una serie di valori di base, che condividiamo in gran parte con gli altri mammiferi, valori che dipendono dal nosro patrimonio genetico e dagli strati più antichi del nostro cervello (il tronco dell’encefalo e il sistema limbico).

Questi valori sono stati selezionati perché si sono rivelati vantaggiosi all’adattamento e alla sopravvivenza della specie.

Su scala temporale, essi sono evidentemente dei valori di lunga durata, poiché dipendono dalle nostre strutture biologiche le quali, come si è detto poc’anzi, sono quelle che si modificano più lentamente e tendono a conservarsi per periodi di tempo molto lunghi.


Natura e cultura

Se definiamo la cultura come un insieme di competenze cognitive e di attività intellettuali astratte, che si esplicano prevalentemente mediante l’elaborazione e diffusione di un linguaggio simbolico articolato, nonché attraverso la conservazione e trasmissione di una memoria storica e di una tradizione condivisa, ci riferiamo all' insieme di comportamenti che contraddistinguono precipuamente la specie umana.

Secondo questa prospettiva la cultura può essere definita come un vasto complesso di abilità e conoscenze che si sono sviluppate nel corso del tempo a partire dalle nostre caratteristiche genetiche e morfologiche, le quali sono state trasmesse alle generazioni successive in quanto, da un punto di vista evolutivo, hanno permesso alla specie di adattarsi all’ambiente in modo sempre più efficace e vantaggioso.

Se la specie umana si è dimostrata, fino ad oggi, l’unica ad aver sviluppato queste particolari modalità di adattamento all’ambiente che definiamo col termine di cultura bisogna tuttavia osservare che quest’ultima non costituisce affatto un’entità monolitica, indifferenziata ed immutabile, quanto semmai un insieme di linguaggi e di pratiche estremamente mutevoli e variabili sia nel tempo che nello spazio.

All’interno di questo quadro di riferimento complessivo è possibile pensare alla morale e al diritto nel senso di pratiche culturali assai perfezionate, che si sono dimostrate vantaggiose ai fini di mantenere la coesione e mediare il conflitto all’interno dei gruppi sociali.

I problemi sociali fondamentali che le comunità umane devono affrontare nel tempo e nello spazio sono tendenzialmente molto simili tra loro (aggregazione e solidarietà interna, distribuzione delle risorse, difesa dai nemici esterni, controllo del territorio, procreazione e via dicendo), ciò che invece può variare notevolmente sono le modalità secondo le quali ciascun gruppo umano risponde di fatto a quei problemi .

Pur condividendo tutti il medesimo corredo genetico e neurale di fondo per quanto riguarda l’attitudine alla socialità e all’acquisizione di competenze cognitive (fatti salvi ovviamente i casi di malattie patologiche), le differenze nelle pratiche culturali e morali rimangono inevitabili, in quanto esse dipendono dall’interazione di innumerevoli fattori diversi, quali le condizioni ambientali, i sistemi di produzione, le reti di scambio commerciale, la capacità di leggere e scrivere, il progresso scientifico e tecnologico, le strutture familiari e tribali e via dicendo.

Ciò che rende tendenzialmente simili tra loro le pratiche morali e sociali dipende in larga misura dal fatto che condividiamo determinate strutture cerebrali, meccanismi neurologici e bisogni vitali, mentre le diverse forme che la socialità e la moralità possono assumere in luoghi ed epoche diverse dipendono dall’intreccio di una enorme pluralità di cause, che spesso non è facile identificare né controllare completamente.

La coscienza morale

All’interno del pensiero occidentale si parla di morale soltanto a proposito degli esseri umani, poiché essi sono gli unici ad essere dotati di razionalità, di un linguaggio articolato e, quindi, di regole morali esplicite e formulate linguisticamente : senza la presenza dei suddetti requisiti, infatti, non può esistere una vera e propria morale .

Di conseguenza, se un’azione non deriva da un processo di riflessione razionale e da una deliberazione autonoma e cosciente, allora essa non può essere considerata moralmente buona o cattiva.

Piena coscienza e deliberato consenso.
(?)

"Tuttavia, come è stato osservato a tale riguardo da parte di molti autori diversi, se dovessimo applicare rigidamente questa visione della morale al comportamento umano, allora potremmo concludere tranquillamente che la maggior parte delle azioni e delle decisioni umane non sono di tipo morale, poiché esse non dipendono affatto da una riflessione di tipo razionale o da ragionamenti deduttivi condotti a partire da alcuni principi fondamentali ma sono dovute, piuttosto, ad una serie di fattori quali istinti, intuizioni, emozioni e sentimenti, abitudini irriflesse, pregiudizi e credenze che hanno ben poco di razionale e ponderato se non il fatto che, molto spesso, noi ci sforziamo di elaborare delle giustificazioni (o razionalizzazioni) a posteriori delle azioni che abbiamo messo in atto, una volta che esse sono state già compiute ."(GRAYBIEL, 2008; HAIDT, 2001; HAIDT, JOSEPH, 2004; WOODWARD, ALLMAN, 2007).

"Da questo punto di vista, quindi, una spiegazione razionalistica della morale risulta essere ben poco convincente, poiché essa non ci consente di rendere adeguatamente conto dei comportamenti effettivamente osservati : la morale può essere compresa molto più semplicemente, invece, come il risultato di un processo evolutivo sviluppatosi nel corso del tempo a partire da determinate caratteristiche biologiche di fondo e che non richiede necessariamente una riflessione di tipo razionale; nel momento in cui la specie umana ha raggiunto la capacità di formulare pensieri astratti e di stabilire delle regole scritte, tali competenze hanno sicuramente espanso e potenziato incomparabilmente anche la sfera e le modalità dei comportamenti morali, ma non fino al punto da poter trascendere e rimuovere completamente le loro radici biologiche.

Vi è quindi un ambito della moralità prerazionale, evolutivamente più antica e che condividiamo con le altre specie animali, sulla cui base la specie umana - in tempi evolutivamente recenti- ha costruito una morale di tipo razionale : secondo questa prospettiva, dunque, non sarebbe corretto sostenere che gli animali non sono dotati di una loro propria moralità, ma possiamo soltanto affermare che dispongono di un’ampia gamma di comportamenti morali che precedono e anticipano la sfera ristretta della morale razionale ." (AVITAL, JABLONKA, 2000; VON ROHR, BURKART, VAN SCHAIK, 2011; WALLER, 1997; WILLHOITE, 1976; WOLF, 1999).


Gli attuali studi nel campo delle neuroscienze stanno mettendo sempre più in evidenza il fatto che le origini della morale non vanno cercate in sistemi astratti e staccati dalla realtà concreta, ma nelle radici biologiche ed evolutive della nostra specie.

L’idea di fondo, secondo questa prospettiva, è quella di superare l’artificioso dualismo mente-corpo che persiste ancora all’interno della nostra tradizione filosofica, investendo in misura significativa anche l’ambito della morale.


“Noi siamo, e quindi pensiamo; e pensiamo solo nella misura in cui siamo, dal momento che il pensare è causato dalle strutture e dalle attività dell’essere” .

L'intreccio inestricabile di ragione, emozioni e sentimenti, funzioni somatiche e regolazione biologica , ha delle implicazioni assai significative anche sul piano dell’etica e dei comportamenti morali in genere.

Secondo questa linea d’indagine, dunque, i comportamenti etici, la giustizia e le leggi, così come anche l’organizzazione politica, vanno considerati come produzioni culturali finalizzate ad assicurare sopravvivenza e benessere agli individui che appartengono ad un determinato gruppo.

Emozioni e sentimenti, da questo punto di vista, sono comparsi come base dei comportamenti sociali e morali molto tempo prima che gli esseri umani sviluppassero le capacità necessarie ad elaborare in modo consapevole delle norme stabili e codificate di condotta sociale e rimangono comunque la matrice originaria di quelle norme.

Sulla base di una serie di comportamenti morali pre-razionali ( emozionali) presenti anche all’interno di molte altre specie animali, la specie umana è stata successivamente in grado di costruire consapevolmente dei sistemi morali astratti e trasmissibili culturalmente.

"Le norme etiche creano, nell’individuo normale, responsabilità esclusivamente umane. La loro codificazione è umana; come umane sono le narrazioni costruite intorno alla situazione.

Riconoscere che parte della nostra costituzione biologica e psicologica ha origini animali non è dunque incompatibile con l’idea che la nostra profonda comprensione della condizione umana ci conferisca una dignità esclusiva.

Il fatto che le nostre più nobili creazioni culturali abbiano dei precursori non implica del resto che animali o esseri umani dispongono di un unico comportamento sociale, fissato in origine. Esistono vari tipi di comportamento sociale, buoni e cattivi, derivanti dalle stravaganze della variazione evolutiva, dal sesso, e dallo sviluppo individuale”


Gli esseri umani sono dotati di un ampio repertorio di emozioni (condivise, almeno in parte, anche da molti altri animali), le quali dipendono dal funzionamento di particolari sistemi e circuiti cerebrali e costituiscono la base di alcuni comportamenti morali essenziali evolutivamente selezionati.

A partire da essi si strutturano successivamente le regole dell’etica e poi la codificazione delle leggi; tali processi riguardano inizialmente i singoli gruppi di appartenenza e soltanto in modo graduale possono essere estesi verso cerchie sociali più ampie.


“La storia della nostra civiltà è, in una certa misura, la storia dei tentativi di estendere i nostri migliori ‘sentimenti morali’ a una cerchia di esseri umani sempre più ampia, superando le limitazioni del piccolo gruppo e abbracciando alla fine l’intera umanità.

Basta leggere i titoli dei giornali per rendersi conto di quanto siamo lontani da questo traguardo” (DAMASIO, 2003).


Se è vero che il comportamento morale appare collegato al funzionamento di alcuni sistemi cerebrali, questo non vuol dire che si possa parlare di un “gene per il comportamento cooperativo, e meno che mai per il comportamento morale in generale”.

In realtà, il nostro patrimonio genetico fornisce le informazioni necessarie affinché si possano formare dei cervelli e, più in generale, degli organismi come i nostri : l’esposizione continuata a particolari stimoli e circostanze ambientali rende poi più o meno probabile che si sviluppino determinati meccanismi emozionali, strategie cognitive e comportamenti sociali.

All’interno del cervello non ci sono uno o più “centri morali” e anche i sistemi cerebrali che appaiono più direttamente correlati ai comportamenti etici, non sono in realtà dedicati esclusivamente ad essi.

Non bisogna ridurre i valori umani a dei meri istinti biologici ereditati ma, piuttosto, che -in modo particolarmente rilevante nel contesto dell’evoluzione umana- quei valori si sono formati e si sono significativamente trasformati mediante dei processi di costruzione e ricostruzione, di codificazione; una trasmissione culturale che continua a tutt’oggi.

I comportamenti etici costituirebbero un risultato della continua interazione fra le molteplici funzioni e attività che si svolgono all’interno del cervello.

"Sono le strutture materiali straordinariamente complesse del sistema nervoso e del corpo a dare origine ai processi mentali dinamici e al senso. Non c’è bisogno di presupporre alcunché d’altro : non altri mondi o spiriti, e nemmeno forze straordinarie ancora misteriose come la gravità quantistica” (EDELMAN,TONONI, 2000).

Le ricerche condotte nell’ambito delle neuroscienze, infatti, appaiono confermare in misura sempre crescente la fondamentale correttezza delle intuizioni di Darwin a tale riguardo : la selezione naturale è un processo che va esteso anche alla mente umana.

"All’interno di una specie i valori forniscono dunque un fondamento per sviluppare e perfezionare la categorizzazione e l’azione basate sul cervello” (EDELMAN, 2000).

Siamo di fronte, tuttavia, ad un settore di ricerca in continua espansione e all’interno del quale i progressi sono piuttosto rapidi ed imprevedibili : all’interno di esso, infatti, convergono i dati ottenuti mediante tecniche e metodologie di indagine diverse ma tra loro affini.

Tra i più importanti metodi di ricerca utilizzati, possiamo brevemente ricordare : gli studi neuropsicologici sulle conseguenze delle lesioni cerebrali; la registrazione sistematica dei tempi di reazione necessari alle diverse aree del cervello per reagire a determinati stimoli; i risultati ottenuti mediante le attuali tecniche di neuroimaging (tomografia, risonanza magnetica funzionale, magnetoencelografia ed altre) ; l’identificazione di circuiti neurali coinvolti nei comportamenti di tipo empatico; osservazioni ed esperimenti condotti su animali e scimmie antropomorfe.

Il libero arbitrio
 
I sostenitori del libero arbitrio (ovvero la libertà della volontà umana) sostengono che gli esseri umani sono dotati di un’anima non fisica la quale non fa parte della catena causa-effetto che regola il mondo fisico, ed è quindi in grado di prendere liberamente delle decisioni indipendenti da qualunque causa fisica esterna ad essa.

Una volta presa liberamente la decisione, questa viene tradotta in azione mediante una volontà pura, anch’essa completamente libera da ogni condizionamento di tipo causale : di conseguenza, l’azione umana è completamente libera e non può essere considerata alla stessa stregua dei fenomeni materiali caratteristici del mondo fisico.

Poiché l’azione umana è fondamentalmente dettata da una volontà libera (tranne alcuni particolari casi di costrizione imposta dall’esterno), chiunque si trovi ad agire in condizioni normali può e deve essere considerato pienamente responsabile delle sue azioni (fatta eccezione per i bambini e i soggetti affetti da gravi patologie mentali).

Sul piano teologico ci sono da una parte i sostenitori della libertà della volontà umana (garantita dalla superiore azione creativa della divinità, che ha voluto l’uomo libero); dall’altra i fautori della dottrina della predestinazione, secondo la quale la divinità ha preordinato fin dall’inizio quello che dovrà accadere e chi si salverà in virtù della grazia oppure no.

La questione di fondo è sempre la stessa : stabilire la possibilità o meno della libertà umana all’interno di un un universo che sembra essere deterministicamente orientato (sia che la predeterminazione venga intesa in senso teistico oppure in senso meccanicistico).

Queste, in modo molto schematico, sono le coordinate all’interno delle quali si è sviluppato storicamente il dibattito sul libero arbitrio.

Nella maggior parte dei casi, quando prendono delle decisioni e le mettono in atto, gli esseri umani (compresi i filosofi ed i teologi accademici di diverso orientamento) non pensano affatto a come giustificare le loro azioni in termini di assoluta libertà o assoluto determinismo, ma fanno riferimento piuttosto ai motivi concreti che li spingono in una direzione piuttosto che nell’altra : percezioni, emozioni, valutazione delle possibili conseguenze, considerazione dei diversi significati che un’azione può assumere, risorse a disposizione e via dicendo (senza considerare, ad esempio, le decisioni impulsive causate da una paura incontrollabile e simili).

Libertà e responsabilità

“I cervelli sono macchine automatiche che seguono percorsi decisionali, ma analizzando i singoli cervelli in isolamento non si riesce a mettere a fuoco la capacità di essere responsabili : la responsabilità è una dimensione di vita che deriva da uno scambio sociale, e lo scambio sociale richiede più di un cervello.

Quando più cervelli interagiscono, cominciano ad emergere elementi nuovi altrimenti imprevedibili, stabilendo un nuovo insieme di regole. Due delle proprietà che vengono acquisite in questo nuovo insieme di regole, e che non erano presenti in precedenza, sono la responsabilità e la libertà. (…)

La responsabilità e la libertà si trovano, dunque, nello spazio tra i cervelli, nell’interazione tra le persone” (GAZZANIGA, 2013).


Concetti come quelli di responsabilità e libertà, quindi, acquistano il loro significato più appropriato soltanto all’interno di un gruppo sociale umano e delle interazioni che si realizzano all’interno di esso; in un mondo dove ci fosse una sola persona, ad esempio, avrebbe ancora senso parlare di libertà o di responsabilità personale ?

I comportamenti morali non sono il prodotto di un cervello isolato e di tipo deterministico, ma di un organismo che nasce, cresce e si sviluppa all’interno di una rete di relazioni interna a un particolare gruppo sociale.

“I sistemi morali sono insiemi interconnessi di valori, virtù, norme, pratiche, identità, istituzioni, tecnologie e meccanismi psicologici evoluti che agiscono insieme, al fine di sopprimere o regolare l’egoismo e rendere possibile la vita sociale”
(DONALD BROWN, 1991).


Joseph Craig, in una ricerca che mette a confronto diverse culture umane (ed anche i precursori della moralità negli scimpanzé), individuano cinque moduli fodamentali, tendenzialmente universali, che servono a definire le dimensioni principali della moralità :
i) la sensibilità alla sofferenza altrui e la disponibilità ad aiutare gli altri; ii) la reciprocità e il senso di equità;
iii) il rispetto per la gerarchia e per l’autorità;
iv) i legami di coalizione e la fedeltà al proprio gruppo;
v) la ricerca della pulizia e della purezza, sia in senso materiale che simbolico e sociale

(HAIDT, CRAIG, 2004).

Questi moduli sono il risultato di un lungo processo evolutivo avviatosi essenzialmente nel contesto rappresentato dai gruppi di primitivi cacciatoriraccoglitori, i quali dovevano fronteggiare un insieme di circostanze abbastanza simili tra loro.

“Le virtù rappresentano ciò che una società, o una cultura specifica, valuta come comportamento moralmente corretto suscettibile di essere appreso. Culture differenti valutano in modo differente i diversi aspetti dei cinque moduli di Haidt.

La famiglia, l’ambiente sociale e la cultura in cui ci capita di crescere influenzano il pensiero e il comportamento individuale; pertanto, ciò che una cultura, un partito politico o anche una famiglia considerano virtuoso (moralmente lodevole) non risulta essere universale” (GAZZANIGA, 2013).


Ogni azione e comportamento umano è sempre il risultato di molti fattori che in parte ci condizionano e in parte ci consentono di effettuare delle scelte più o meno libere oppure istintive.

L’alternativa tradizionalmente posta tra un agire umano totalmente libero oppure totalmente determinato non esiste quindi nella realtà, ed è sostanzialmente solo una finzione filosofica.

Nessuno può mai agire in condizioni di libertà assoluta o di determinazione assoluta. Ciò che accade nella realtà dei nostri comportamenti quotidiani è che tutti agiamo in condizioni di libertà limitata o relativa alle concrete circostanze in cui ci troviamo : di conseguenza non ha senso continuare a chiedersi se l’azione umana sia libera o determinata, poiché essa è in parte libera e in parte determinata, al tempo stesso.

Non c’è neanche un modello di azione costante e coerente in base al quale poter caratterizzare il comportamento di un singolo individuo, poiché in momenti diversi e in circostanze differenti il modo di agire della stessa persona può assumere caratteristiche del tutto opposte.

L'empatia -I neuroni specchio
"Presso quasi tutte le culture a noi conosciute è possibile individuare un corpus più o meno formalmente codificato di norme che proibiscono esplicitamente di mettere in atto delle azioni violente e dannose dirette verso altre persone.

Questo particolare genere di norme appare supportato da una fondamentale sensibilità emotiva nei confronti delle sofferenze altrui e ha finito per occupare un ruolo centrale all’interno dei nostri sistemi normativi : in quanto proibiscono le azioni che danno origine ad emozioni negative, le norme che proibiscono il danneggiamento di altre persone hanno finito col diffondersi su scala molto ampia e con l’essere trasmesse con continuità da una generazione all’altra nel corso del tempo " (NICHOLS, 2004).


Un argomento di grande attualità nel campo delle attuali neuroscienze è quello che riguarda le basi neurologiche del sentimento dell’empatia il quale , costituiva già per Darwin (e, prima di lui, per gli Illuministi Scozzesi) uno degli elementi fondativi sia della moralità umana sia, in senso più ampio, di quella animale.

Verso la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, un gruppo di scienziati italiani coordinati da Giacomo Rizzolatti presso il Laboratorio di Fisiologia dell’Università di Parma ha identificato all’interno del cervello, un particolare tipo di neuroni oggi conosciuti come “neuroni specchio”.

Secondo quanto è stato affermato da Vilayanur Ramachandran, uno tra i più importanti neuroscienziati a livello mondiale : “I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia”

“Pur coinvolgendo aree e circuiti corticali diversi, le nostre percezioni degli atti e delle reazioni emotive altrui appaiono accomunate da un meccanismo specchio che consente al nostro cervello di riconoscere immediatamente quanto vediamo, sentiamo o immaginiamo fare da altri, poiché innesca le stesse strutture neurali (rispettivamente, motorie o viscero-motorie) responsabili delle nostre azioni o delle nostre emozioni”

la capacità del cervello di risuonare alla percezione dei volti e dei gesti altrui e di codificarli immediatamente in termini viscero-motori fornisce il substrato neurale per una compartecipazione empatica che, sia pure in modi e a livelli diversi, sostanzia e orienta le nostre condotte e le nostre relazioni interindividuali.

Anche in questo caso è lecito attendersi che i sistemi di neuroni specchio di volta in volta coinvolti presentino organizzazione e architettura diverse, più o meno sofisticate, a seconda delle reazioni e dei fenomeni emotivi cui sono collegate.

Resta comunque il fatto che tali meccanismi rimandano a una matrice funzionale comune, e che essa è simile a quella che interviene nella percezione delle azioni. Quali che siano le aree corticali interessate (centri motori o viscero-motori) e il tipo di risonanza indotta, il meccanismo dei neuroni specchio incarna sul piano neurale quella modalità del comprendere che, prima di ogni mediazione concettuale e linguistica, dà forma alla nostra esperienza degli altri” (RIZZOLATTI, SINIGAGLIA, 2006).


"Per quanto riguarda l’ambito specificamente morale, ad esempio, molte ricerche sperimentali condotte con bambini e bambine anche molto piccole, hanno dimostrato che la disposizione a provare empatia è già presente fin dalla più tenera età" (BLOOM, 2014; HOFFMAN, 2008).

La “neuroscienza del male”

“La sfida è quella di spiegare come le persone siano in grado di causare estremo dolore le une alle altre senza ricorrere al semplicistico concetto di male.

Sostituiamo allora il termine “male” con “erosione empatica”. L’erosione empatica può svilupparsi a causa di emozioni corrosive, come il portare risentimento, il desiderio di vendetta, l’odio cieco o anche il desiderio di proteggere. In teoria queste sono emozioni transitorie, e l’erosione dell’empatia reversibile.

Ma l’erosione empatica può essere il risultato di caratteristiche psicologiche più stabili. (…) Si può finire in questo stato d’animo dopo anni di malattia o di disagi (spesso in seguito a un conflitto) o, come vedremo, per ragioni neurologiche più durature. (…) Abbiamo così compiuto una mossa specifica: cercare di spiegare come le persone possano essere crudeli l’una verso l’altra non invocando il male, ma a causa dell’erosione empatica. Per quanto ciò ci faccia sentire un poco più soddisfatti (è almeno l’inizio di una spiegazione), siamo ancora lontani da una risposta completa.

Questa spiegazione solleva infatti l’ulteriore domanda di che cosa sia l’empatia e come possa essere erosa” (BARON-COHEN, 2012).

Secondo Baron-Cohen, inoltre, l’erosione dell’empatia è un problema che non riguarda soltanto pochi individui isolati, ma rappresenta un’importante questione globale che minaccia l’equilibrio e la salute delle comunità umane (a partire dalle famiglie per arrivare fino alle nazioni) : senza empatia aumentano le probabilità che le relazioni umane si deteriorino e diveniamo sempre più capaci di comportarci in modo aggressivo gli uni verso gli altri, favorendo così il verificarsi di situazioni di conflitto più o meno gravi.

La deumanizzazione delle figure percepite consiste essenzialmente nel considerare un’altra persona (o gruppo di persone) al di sotto della soglia dell’umanità, escludendola così dalla categoria morale degli esseri umani.

Rispetto alla deumanizzazione, Reimann e Zimbardo citano alcune ricerche pioneristiche condotte con le tecniche di neuroimaging, secondo le quali quando i soggetti studiati percepiscono delle immagini di individui appartenenti a gruppi ritenuti inferiori, si registrano dei livelli di attivazione della corteccia prefrontale tendenzialmente bassi, mentre invece aumenta il livello di attivazione dell’amigdala e dell’insula (REIMANN, ZIMBARDO, 2011).

neurodiritto
"Un aspetto molto interessante della questione è quello riguardante le connessioni esistenti fra emozioni e norme sociali.

In questo caso, viene messo in evidenza come emozioni quali la vergogna, la paura o il desiderio di approvazione siano strettamente implicate nei processi di sviluppo, emanazione e comunicazione di moltissime norme di legge, come accade nel caso delle leggi sulla famiglia, sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale, così come anche in quello della legislazione sulla fecondazione artificiale e sulla procreazione assistita.

Le emozioni, inoltre, svolgono un ruolo molto rilevante anche nel guidare gli orientamenti e le richieste avanzate dai cittadini nei confronti dello stato, in merito a questioni di pubblico interesse come, ad esempio, la salute, la sicurezza pubblica e le politiche per il welfare.

Emozioni come la rabbia e la sofferenza appaiono direttamente collegate alla percezione di torti o ingiustizie perpetrate nei confronti di determinate categorie sociali e sono spesso alla base di molti movimenti per la rivendicazione dei diritti umani e sociali

. Si tratta soltanto di alcuni esempi indicativi, ma sufficienti a mettere in evidenza come lo studio del diritto non possa prescindere oggi da un’analisi sempre più circostanziata e approfondita delle numerose (e ancora in gran parte inesplorate) componenti emozionali interne ad esso" (BANDES, BLUMENTHAL, 2012).

In molti casi, i presupposti su cui si fondano alcune delle tradizionali categorie concettuali utilizzate più ampiamente sia dalla filosofia che dal diritto, appaiano tendenzialmente inadeguati al confronto con i risultati che emergono dalle attuali ricerche nel campo delle neuroscienze.

Non può non suscitare stupore la convinzione largamente diffusa che l’applicazione di modelli esplicativi di tipo biologico al comportamento umano possa portare verso la graduale instaurazione di un atteggiamento mentale fondamentalmente deterministico quando si tratta di spiegare fenomeni attinenti l’ambito della moralità e del diritto, quando in realtà è vero esattamente il contrario : ovvero che il paradigma biologico permette semmai di pensare alla realtà umana come un ambito all’interno del quale non è possibile applicare in alcun modo un modello di scientificità causalistico altrettanto rigido e inflessibile quanto quello che regola il mondo fisico inteso in senso meccanicistico e deterministico.

Il problema di fondo è costituito proprio dal fatto che i paradigmi di scientificità che informano la ricerca biologica sono diversi e irriducibili rispetto a quelli utilizzati dalla fisica e dalla meccanica.

Di conseguenza, un’etica e un diritto che assumano come punto di riferimento (come ancora oggi accade) i paradigmi di scientificità forniti dalle scienze fisiche, non potranno che risultare profondamente discordanti rispetto alle nuove tendenze emergenti dalle attuali ricerche condotte in ambito neurobiologico.




Neuroetica, al confine fra neuroscienze e filosofia morale.
5 libri per orientarsi.
Fonte: Panorama

" Che cos’è il libero arbitrio? Quanto influiscono i processi chimico-fisici e gli automatismi neuronali nelle nostre decisioni? Insomma: siamo davvero liberi?

È un interrogativo antico, prepotente, abusato; è una domanda silenziosa, sottesa, a cui molti danno risposte impulsive, tanto categoriche quanto pericolanti: il libero arbitrio esiste? È uno di quegli interrogativi che, invece di generare risposte, tende a far sbocciare altre domande: Quanto siamo davvero liberi? Siamo solo il prodotto di un concerto di molecole e leggi fisiche? Ogni nostra azione è riconducibile all’infinitesima somma di variabili biologiche, stocastiche e matematiche? Oppure le nostre azioni e la nostra volontà incidono effettivamente sul corso della storia?

C’è chi ha affrontato la questione da una prospettiva teologica, interrogandosi sulla quantità di libertà concessa all’uomo da un supposto creatore. C’è chi ne ha esplorato i confini etici, cercando un modo per riformulare le basi del sistema giudiziario e penale. C’è chi ha cercato rifugio nella politica e nella poesia, come il Joe Strummer di The Future is Unwritten. Ma chi ha speso fiumi di inchiostro sull’argomento sono i fisici, i neurologi e i filosofi della scienza che hanno cercato nel cervello umano, una risposta antropologicamente utile alla questione del libero arbitrio.

Stiamo parlando della neuroetica , una branca di studio che percorre il confine tra neuroscienze e filosofia. Per chi volesse cominciare a orientarsi in questo campo esistono ottimi libri che affrontano la questione in modo fresco, divulgativo e piacevolmente accessibile. Ne abbiamo scelti 5 per voi.

Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio , AAVV (2010)

Se vi dicessero che il nostro cervello acquisisce la consapevolezza di un’azione solo dopo aver inviato al corpo l’ordine di eseguirla, questo basterebbe a convincervi dell’inesistenza di qualsivoglia libero arbitrio? Intorno a questo interrogativo si articola un interessante libro in cui studiosi di neuroetica, neuropsicologi e filosofi morali discutono dei possibili confini etici e scientifici del libero arbitrio.

Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale di Neil Levy (2009, Apogeo)

Incapace di intendere e di volere: abbiamo imparato ad accoppiare questa frase ai film polizieschi e ai casi di cronaca, spesso intravedendo tra quelle sei parole un tentativo del delinquente di deresponsabilizzarsi da un delitto efferato.

Eppure, nella realtà di tutti i giorni si susseguono casi di individui che arrivano a compiere delitti compulsivi e a dimostrare una sorta di estraneità etica ai fatti. Dispiegando con sapienza gli strumenti della neurobiologia e dell’etica, l’esperto di Neuroetica Neil Levy si interroga sui concetti di responsabilità e volontà, andando a studiare i casi in cui il libero arbitrio sembra essere stato sospeso da processi biologici e neurologici (apparentemente) incontrollabili.

La mente che scodinzola. Storie di animali e di cervelli - Giorgio Vallortigara (2011, Mondadori Università)

Chi l’ha detto che il cervello umano è quello più in grado di decodificare la realtà che ci circonda? Il fatto che il cervello umano sia stato capace di raggiungere traguardi scientifici e intellettivi senza pari non significa necessariamente che esso sia lo strumento più affidabile per interpretare la realtà.

Come ogni altro organo o qualità biologica, il nostro cervello e la nostra percezione sensoriale sono stati plasmati dall’evoluzione in modo da assicurarci una maggiore competitività riproduttiva, non per aiutarci a decoficare la realtà. Attraverso un calibrato percorso che va dai principi evolutivi allo studio dei cervelli animali, il neuro scienziato Giorgio Vallortigara riesce a minare l’egocentrismo umano, facendo crollare gran parte delle convinzioni che fanno sentire l’uomo evolutivamente superiore alle altre specie.

Neuroetica. La morale prima della morale di Laura Boella (2008, Raffaello Cortina)


Il fatto che un individuo abbia tendenze pedofile è sufficiente per poterlo considerare pericoloso? Esistono spiegazioni neurologiche che consentano di distinguere un Anders Breivik da un omicida qualunque? Ma soprattutto, che peso può avere lo studio dell’attività cerebrale (attraverso scansioni e tecniche di imaging) nell’analisi dei comportamenti umani?

Laura Boella, professore ordinario di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Milano, fa incetta di dati scientifici e li fa passare attraverso il prisma dell’analisi filosofica, il risultato è un libro ricco di ottimi spunti di riflessione.

La bussola del piacere di David J. Linden (2012)


Il piacere è il motore invisibile di gran parte delle azioni umane. Non solo, il piacere (o la gratificazione, se preferiamo) è il motore dell’apprendimento, è la scintilla che accende qualsiasi tipo di dipendenza, e soprattutto, è un obbiettivo che molte volte arriva a dirottare la volontà umana, influenzando drammaticamente le decisioni.

David J. Linden è un neurologo, in questo suo ultimo libro studia il piacere (e, in particolare, quell’assetto di neuroni conosciuto come circuito del piacere) in ogni suo minimo dettaglio chimico, umano e sociale, con l’obbiettivo di spiegare perché l’uomo (come gli altri animali) sia così dipendente da cibo, shopping, attività fisica, sesso, gioco e, non ultimo, il successo sociale.
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