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Neuroetica

Nessuno è colpevole(???)
di Giordano Muraro -Vita Pastorlae-maggio2014

Matteo De Caro ne Il sole 24 ore del 23-2-2014 presenta il volume di Gilberto Corbellini ed Elisabetta Sirgiovanni: Tutta colpa del cervello. Un'introduzione alla neuroetica, che - a dire di De Caro - dimostrano che nessuno è responsabile di quello che fa, perché l'agire dell'uomo è predeterminato dal suo cervello, dalla genetica e dall'ambiente.

Se non c'è piena avvertenza e deliberato consenso, non c'è libertà e quindi non c'è neppure responsabilità. E se non c'è responsabilità, non c'è neppure colpa e punibilità. Allora non ci sarebbe differenza tra il mondo degli animali e quello degli uomini, perché l'agire di entrambi sarebbe predeterminato, come il robot che fa quello che gli detta il programma che gli hanno messo dentro.

Il De Caro si allinea con quanto dicono questi autori: «Per Corbellini e Sirgiovanni siamo ormai legittimati ad affermare che nessuno di noi è mai moralmente responsabile, almeno nel senso classico del termine: ovvero nessuno è in grado di compiere azioni autodeterminandosi consapevolmente.

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E ciò perché in senso molto credibile "siamo tutti burattini"; gli effetti combinati di geni e ambiente determinano tutte le nostre azioni». L'uomo ha sempre cercato di scaricare la responsabilità delle sue azioni criticabili.

Rifiuta che si discutano le sue affermazioni col classico: «Il problema è un altro»; rifiuta di addossarsi qualunque responsabilità con l'altrettanto classico: «È stato lui»; e se viene smascherato, ricorre all'altro classico: «Sono vittima di un complotto». La responsabilità c'è, ma è in un luogo "altro" dove noi non abitiamo. Ma non si era ancora giunti al radicale "nessuno è colpevole".

Il De Caro ci arriva, negando semplicemente che esista la responsabilità.

È il nuovo uovo di Colombo che assolve l'uomo e lo colloca in un limbo permanente! Eppure la tesi non convince e un'ulteriore riflessione dimostra che è falsa. Possiamo avvalorarla con una dimostrazione indiretta e una diretta.

Dimostrazione indiretta e per assurdo

Proviamo a vedere quello che capiterebbe, se la tesi del De Caro fosse vera. Le conseguenze sarebbero disastrose. Non avrebbero più significato le categorie di bene e male, giusto e ingiusto, innocente e colpevole, come non avrebbero più senso concetti come pena, espiazione, redenzione, conversione e neppure l'idea di educazione. Diventerebbero inutili tutte le istituzioni che hanno come scopo di riparare le ingiustizie e di educare la persona: dai maestri, alle scuole; dai giudici, ai tribunali, alle carceri, agli avvocati, agli educatori di vario tipo, ai legislatori, ai politici, ai direttori spirituali.

Se tutti siamo predeterminati, diventa inutile qualunque tentativo di modificare il nostro modo di pensare e di agire.
Prevarrebbero i più furbi, i più aggressivi, i più violenti, e soccomberebbero i timidi, i deboli, i miti. Da un punto di vista occupazionale sarebbe un disastro senza precedenti, perché tutte le persone impegnate nel mondo della giustizia e dell'educazione rimarrebbero senza lavoro. Non basta. Anche Gesù si sarebbe ingannato quando diceva: «Sono venuto per i peccatori, per convertirli», perché non ci sono peccatori e non è possibile la conversione per chi è predeterminato ad agire in quel modo. Tutto il cristianesimo crollerebbe sotto il peso delle scoperte della neuroetica.

neureticasocSi potrebbe pensare a una qualche forma di recupero attraverso la teoria del "consequenzialismo", cioè l'intervento mirato a impedire le azioni che, pur non essendo colpevoli, sono però dannose per le persone e la società. Ma anche quest'ultimo presidio crollerebbe sotto i colpi della scienza che dimostra che la predeterminazione universale farebbe scomparire anche il concetto di danno, perché tutto, anche quello che oggi denominiamo "danno" è semplice frutto della predeterminazione iscritta nella natura del cervello di ognuno.

Tutto sarebbe semplice accadimento, come avviene nel mondo animale, dove tutto avviene senza possibilità di cambiamento. È evidente che una simile prospettiva indurrebbe anche le persone più ciniche e fataliste a riesaminare una simile tesi.

Dimostrazione positiva e diretta

Perché questa tesi non regge? Per un motivo il nostl semplicissimo: l'uomoè libero anche quando patisce condizionamenti. In una parola: i condizionamenti non tolgono la libertà, anche se possono renderla difficile.

Mi spiego. Da sempre l'uomo è stato considerato un essere libero. Ma - e questo non è stato sufficientemente detto - la sua è una libertà situata, cioè una libertà che vive in un essere soggetto al tempo e allo spazio, fatto di fisicità, di psichicità, di spiritualità, e di tutti i vantaggi e gli svantaggi che nascono da queste sue diverse componenti. Sa di essere aiutato, ma anche condizionato dalla sua corporeità, dalle sue passioni, dai suoi stati d'animo, dalla cultura, dalle tradizioni, dall'educazione ricevuta, dalla sua biografìa personale. Da sempre sa che l'ira acceca, i vizi possono premere sul suo modo di giudicare e di scegliere, l'educazione e i traumi subiti possono condizionare tutta la sua vita, come pure gli stati fisici, gli handicap.

-Non si è mai pensato che l'uomo possa ragionare e decidere liberamente come respira, come vede, sente, assimila i cibi. Anche Gesù diceva che l'uomo è come il campo dove nascono grano buono e zizzania, e la fatica del vivere accompagna l'uomo per tutto l'arco della sua esistenza; come pure i predicatori hanno sempre ricordato ai fedeli che "in paradiso non si va in carrozza". Al contrario, si è sempre parlato minati, di "educazione", ascesi, inutile conversione, di azioni volte a sviluppare le capacità e i talenti di cui ognuno è ì modo dotato, lottando contro le sare. tendenze che muovono l'uomo a distruggersi e a distruggere. Per cui l'affermazione che nell'uomo esistono condizionamenti non è una novità. È sfondare una porta aperta.

Però - e qui è la novità - i condizionamenti non annullano la libertà, anche se rendono difficile il suo esercizio. Perché? Perché l'uomo è più di tutto quello che è, e di tutto quello che fa. È "più" anche dei suoi condizionamenti. Non solo vive, ma sa di vivere; non solo agisce, ma sa di agire. Anche il leone è cosciente di esistere e di agire, e organizza con gli altri leoni la sua azione di caccia per sopravvivere.

 

Ma non è in grado di giudicare e valutare la sua aggressività;non è in grado di confrontarla con altri modi di agire, con altri modi di nutrirsi e di vivere, e non è in grado di desiderare un altro modo di procurarsi il cibo, e di lavorare su di sé per cambiare il modo che lo inclina ad essere un feroce predatore. L'uomo invece emerge sul suo modo di agire, lo giudica, lo confronta con altri modi di agire, ed è in grado di desiderare e di scegliere di essere e di agire in modo diverso da quello che è.

Non si limita a constatare che spesso deve riconoscere la verità del detto di Ovidio: «Video meliora proboque, deteriora sequor», ma può decidere di passare all'azione. Esamina i processi del suo agire, prende coscienza delle sue capacità e dei suoi limiti e dei condizionamenti che gli impediscono di essere e di agire come vorrebbe e si attiva per superarli. In vario modo: o con le forze personali che ha a disposizione, o - in forza della sua socialità che l'apre al discepolato o alle varie forme di terapia - con l'aiuto di chi può fargli capire come deve agire e può sostenerlo nel cambiamento; oppure - in forza della sua creaturalità che lo apre alla religiosità, alla preghiera, alla grazia - ricorrendo a forze extra umane, a Dio.

Addirittura distingue tra chi è in grado di fare tutto questo processo e chi - eccezionalmente - non è in grado, nel qual caso si attiva con la società e prende in carico queste persone, diventando coscienza e aiuto di chi non ha coscienza e non è in grado di aiutarsi. Sa pure che tutto il suo processo di scelta e di cambiamento può fallire, ma anche in questo caso è in grado di giudicare come può recuperare il suo fallimento.

 

Conclusione

L'errore di chi utilizza la neuroscienza come fondamento per negare la libertà dell'uomo e quindi la sua responsabilità sta tutta nel fatto che identifica i condizionamenti con i determinismi e gli automatismi

Chi è predeterminato non può agire in modo diverso da quello stabilito; ma chi è condizionato può agire sui suoi condizionamenti, anche se con difficoltà e fatica, e ricorrendo - in nome della sua socialità - agli altri, o - in nome della sua creaturalità - a Dio. Può addirittura trasformare i suoi condizionamenti in un fatto positivo, come avviene per esempio nell'ammalato che riesce a dare un significato alla malattia, unendo la sua sofferenza a quella di Cristo per la salvezza del mondo.

La letteratura è piena di racconti di persone che trasformano sé stessi e la loro vita, e le agiografie dei santi dimostrano come una persona possa modificarsi al punto di diventare profondamente diversa da quello che era. È il caso di san Paolo che da persecutore diventa predicatore del Vangelo, di san Francesco di Sales che diventa il santo della dolcezza; di san § Francesco d'Assisi che passa da una § vita scioperata a una vita di penitenza | e di gioia per Cristo. E infiniti altri.

Allora si deve concludere che le neuroscienze sono inutili? No, perchè permettono all'uomo di conoscersi meglio, e di conoscere anche quei condizionamenti più difficili da cogliere, e di capirne i meccanismi, per essere poi in grado di neutralizzarli o di metabolizzarli dando loro un significato e trasformarli in energie di vita.

La malattia può diventare l'occasione per riscoprire la vita e il senso della vita; come addirittura la morte può essere l'occasione per scoprire il senso e la direzione vera della vita.

Vedi anche neuroscienze.

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