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Cristiani e responsabilità ecologica

La creazione di Dio è stata affidata a noi uomini perchè la lavorassimo e la custodissimo. Ma noi ci assumiamo con sufficiente responsabilità un simile compito?

I cristiani sono venuti sempre più riconoscendo come i problemi ambientali coinvolgono innanzitutto anche aspetti ideologici, culturali, religiosi.

Difendendo gli animali, le piante e le condizioni naturali della vita noi compiamo anche il nostro dovere di fronte a Dio creatore. ...

Le minacce che incombono sulla natura e l’ambiente costituiscono una preoccupazione molto seria per molte persone.

Di conseguenza anche la discussione su tali problemi coinvolge i principi più profondi. La preoccupazione per altre possibili minacce o per gli interventi insufficienti hanno sollevato muri di incomprensione, causando divisioni e conflitti.

La soluzione dei problemi ambientali costituisce un compito comune che richiede da parte di tutti un mutamento nell’agire e un nuovo modo di pensare.

Joseph cardinale Hoffner presidente della Conferenza episcopale tedesca - Hannover e Colonia, 14 maggio 1985.

Assumersi la responsabilità della creazione
Dott. Eduard Lohse presidente del Consiglio della chiesa evangelica tedesca -1985

1-Crisi dell’ambiente e sue cause.

Crescenti preoccupazioni per I’ ambiente

L’estrema fiducia nel progresso e la moda di vivere senza preoccupazioni e con molte pretese, atteggiamenti molto diffusi negli anni ’60, sono regrediti parecchio da un paio di decenni a questa parte. Nessuno di noi oggi, in coscienza, può esimersi dal costatare che viviamo sotto la minaccia della distruzione dell’ambiente e che questa può portare ad una apocalisse a livello regionale o addirittura mondiale. Secondo molti il pericolo è oggi più che mai grave. Certamente, sia lo stato che la società hanno già raggiunto, coi loro sforzi, alcuni primi significativi risultati nel fronteggiare i maggiori pericoli.

E, indubbiamente, si fanno nel settore economico degli enormi sforzi per ridurre drasticamente gli elementi inquinanti. Già hanno lanciato l’allarme molti scienziati e pubblicisti, iniziative di cittadini e gruppi di proposta, associazioni e partiti politici, innumerevoli altre organizzazioni e istituzioni, non ultimi cittadini disposti al volontariato.

Ciò nonostante, l ’avanzata dei danni ecologici continua.
Problemi fondamentali della crisi ambientale, per la quale sono altrettanto responsabili i privati cittadini quanto i poteri politico ed economico, restano tuttora irrisolti: inquinamento da rumori, inquinamento dell’aria e delle acque, inquinamento da scorie di diversi settori industriali, il deposito di queste nel terreno, elementi velenosi anche nei prodotti alimentari naturali, il pericolo per la varietà delle specie nel mondo vegetale e animale, sofferenze inutili inferte ad animali nella ricerca scientifica e nell’allevamento industriale, dispersione economicamente insensata di materie prime e di riserve energetiche. Segno eloquente del pericolo derivante da uno sviluppo tanto errato e la morte degli alberi.

Neppure i paesi del terzo mondo sono esenti dalla crisi ambientale: l’avanzata del deserto in Africa, il rapido calo del patrimonio boschivo nel Nepal e in India con la conseguente erosione del terreno, e l’uso massiccio di prodotti antiparassitari in agricoltura: tutti questi pericoli negli ultimi dieci anni sono visibilmente emersi con le loro conseguenze sia quantitative sia qualitative. Sono molteplici i collegamenti tra i danni ambientali in Europa e quelli nel terzo mondo: i loro effetti incrociati aggravano notevolmente la situazione generale.

Gli effetti negativi e i danni che oggi si possono riscontrare maggiormente sono:

  1. uso indiscriminato di prodotti naturali che è poi difficile, se non impossibile, rigenerare;
  2. alterazione degli elementi naturali fondamentali della vita, con danno per la salute, e stravolgimento dell’equilibrio ecologico con interventi (solo apparentemente) limitati;
  3. la società industriale favorisce il sorgere di zone, a dimensione regionale, nazionale e mondiale, molto precarie e quindi anche politicamente instabili, caratterizzate da una diversa qualità della vita: paesi industrializzati e paesi produttori di materie prime, zone a forte concentrazione industriale e zone destinate all’agricoltura o protette.

Pericoli ambientali, come le catastrofi naturali, per la verità ce ne sono sempre stati; tuttavia tra la fase attuale e le precedenti esistono delle sostanziali differenze:

  1. si sono accresciute in maniera preoccupante la vastità e l’intensità degli attacchi all’equilibrio esistente tra le forze della natura;
  2. le conseguenze che ne derivano si aggravano rapidissimamente;
  3. la quantità e la concentrazione dei prodotti inquinanti aumentano continuamente;
  4. lo spazio di intervento per un’azione ecologica diviene sempre più ristretto;

Di conseguenza è in pericolo la stessa esistenza di ogni creatura. Non si può ormai più sottovalutare il pericolo che, alla fine, anche l'uomo divenga vittima dell’insano sviluppo. Poiché è stato lui stesso ad avviare la spirale dei disastri ecologici con un atteggiamento verso la natura prima indifferente, poi indiscriminato, spinto da interessi immediati, e con un comportamento tecnico insensato, ora l'uomo deve riconoscersi come causa e vittima allo stesso tempo. Il prezzo che i più devono pagare per il conseguimento del progresso è divenuto troppo elevato.

2 - Alla ricerca delle cause e delle responsabilità

Certamente non è facile farsi un quadro preciso di tutti i disastri e distruzioni operati nella natura. Da una parte questi sono evidenti nella realtà quotidiana; d’altra parte vengono nascosti o sottovalutati danni enormi; ed infine certi problemi ambientali possono venire anche volutamente sopravvalutati. Pertanto, risulta estremamente difficile indicare le cause e i responsabili. Inoltre la discussione su questo campo è resa difficile in partenza da incompetente, polemiche eccessive, pregiudiziali ideologiche, trascuratezze e intolleranze.

Alla base del problema si possono individuare soprattutto
- cause ideologiche,
- strutturali,
- ideali,
- socio - psicologiche
- e morali.
Un simile elenco non segue un ordine di importanza. Ciascuno comunque è in grado di valutare quanto egli sia personalmente responsabile nelle cause.

  • Cause ideologiche
  • Cause del fallimento dell’uomo nella crisi dell’ambiente dovrebbero essere soprattutto i modi inadeguati di vedere il mondo, come:

    -un modo di intendere la natura che pone erroneamente l'uomo al centro e considera la natura solo come oggetto; dà un valore spropositato alle capacità dell’uomo nella conservazione della vita naturale, trascurando il valore proprio della natura;

    - un modo di intendere la tecnica che lo porta a intervenire sulla natura con idee meccanicistiche, non considerando le conseguenze collaterali che quegli interventi possano avere; ugualmente una generale avversione alla tecnica che rifiuta anche le tecniche naturali e si oppone alle soluzioni tecniche anche se necessarie;

    - una fiducia nel progresso che porta a credere nella possibilità di risolvere qualsiasi problema, non prende in debita considerazione il conflitto fondamentale tra il progresso tecnologico e l'attenzione per la conservazione della natura, e affronta senza i necessari riguardi i danni ecologici provocati dal sistema economico e dal progresso industriale;

    - un’insicurezza etica, per cui il rispetto per ogni vita, l'umiltà, la ritrosia e la coscienza dei problemi impediscono di dare la giusta gradualità alla loro soluzione.

    • Cause strutturali

    I danni all’ambiente derivano pure da difficoltà strutturali. Non sono solo i singoli, ma anche i responsabili della politica, dell’economia, le istituzioni e le organizzazioni che spesso si trovano ad avere limitate possibilità di intervento.Va ricordato soprattutto:

    -la complessità dei problemi che in genere può essere colta in tutti i suoi collegamenti solo da specialisti che operano in forma interdisciplinare collegati internazionalmente;

    -la pressione dei responsabili, i quali in una democrazia rappresentativa spingono per risultati rapidi, frutto di pragmatismo politico;

    -l'autonomia delle istanze politiche e amministrative che porta a interventi disuniti sui diversi beni naturali, mentre gli interessi del loro sfruttamento vengono ad essere sempre più unitari;

    -le spesso insufficienti possibilità finanziarie per approntare investimenti straordinari indispensabili in tecnologie di difesa;

    -il conflitto con altre esigenze sociali urgenti, come ad esempio la battaglia contro la disoccupazione, che chiedono alti investimenti e ingenti forze.

    • Cause ideali

    Paradossalmente a una soluzione, o almeno all’attuazione, dei problemi ambientali non vi si oppone solo la mancanza di responsabilità, ma spesso proprio la volontà cosciente di una maggior responsabilità e di risultati immediati. Le mani dei responsabili sembrano legate. Vanno ricordati specialmente:

    -i conflitti negli obiettivi, come ad esempio tra la disoccupazione e la difesa dell’ambiente, con indicazioni unilaterali delle priorità;i differenti interessi e doveri, come ad esempio il fine delle industrie, da una parte, di realizzare introiti e mantenere ad ogni costo la competitività sul mercato e, d’altra parte, l'irrinunciabile necessità di difendere l'ambiente;

    - la prosecuzione coerente di una strategia politica in favore dell’ambiente che non di rado appare a prima vista come un fallimento per i tempi lunghi che richiede, e che può causare nuovi problemi ambientali.

    • Cause socio - psicologiche e morali

    Non sono solo l'incompetenza e le eccessive rivendicazioni che influiscono sulla soluzione positiva dei problemi ambientali. Dobbiamo tenere presente pure che gli uomini si sottraggono volontariamente (anche se non sempre cosciente- mente) alle loro responsabilità, respingendo le soluzioni necessarie.

    Ricordiamo:

    -una repulsione collettiva dalla coscienza dei problemi ambientali, come si può vedere nella loro banalizzazione, nel rifiuto di prenderli in considerazione o di comprenderli;

    -un modo di pensare tale che considera le abitudini acquisite e i livelli di vita raggiunti come un «possesso stabile» e pertanto ricerca solo il piacere;

    -un’indolenza e una pigrizia, per cui si esclude assolutamente la possibilità di imparare cose nuove o di condurre una vita alternativa e, nella soluzione dei problemi, si segue la via della minor fatica, del «meno caro» e del «domani»;

    -l’abuso del potere e i conflitti politici che costituiscono un impedimento alla soluzione dei problemi ambientali, oppure i conflitti militari che, provocando scontri armati, portano alle più tremende devastazioni ambientali;

    -delitti criminali contro l'ambiente che devono essere perseguiti e puniti in maniera adeguata.

    3-Intervento unitario delle chiese

    Simili idee ed esperienze dovrebbero esser sufficienti per spingerci tutti quanti a rivedere radicalmente il rapporto tra uomo e natura e ad interrogarci su quello che deve essere un atteggiamento di responsabilità verso il nostro ambiente. Semplici correzioni di metodo non bastano più. Dobbiamo renderci conto che, in fondo, nella crisi dell’ambiente è insita la nostra stessa crisi e la nostra incapacità ad assumerci le dovute responsabilità.

    Gli sforzi tecnici non sono bastati per affrontare adeguatamente i problemi insorti. Abbiamo un potenziale tecnologico gigantesco; ma purtroppo le nostre capacità sul campo morale, culturale e spirituale sono infinitamente minori. Abbiamo «migliorato» i prodotti, i metodi di produzione, i profitti, le varietà dei cereali e degli animali da allevamento; ma noi, ci siamo migliorati? Abbiamo a nostra disposizione grandi possibilità, e ciò nonostante, se non cambiamo atteggiamento nei confronti della natura, andiamo incontro a gravi pericoli.

    In questa crisi risalta in modo evidente il nostro errore a non comportarci con la natura come ministri di Dio. Perciò è compito della chiesa annunciare con chiarezza le nostre responsabilità di fronte a Dio e ricordare il senso che hanno nella Bibbia l'uomo e la creazione. Certo, neppure le chiese hanno soluzioni pronte, nè pretendono di avere una qualche competenza specifica per i singoli problemi. Possono tuttavia far emergere gli elementi fondamentali sia antropologici che religiosi del nostro rapporto con la natura e rendere chiara la responsabilità dell’uomo.

    Possono richiamare la necessità di un cambiamento radicale e i principi teorici necessari per realizzarlo, contribuendo in tal modo a migliorare una situazione tanto critica. Inoltre possono mettere in evidenza come la soluzione dei problemi ambientali sia un impegno di tutti, alla quale devono dare il loro apporto unitariamente tutte le forze sociali. Le forti contrapposizioni che esistono sui complessi problemi ambientali rendono necessario il servizio della riconciliazione e della mediazione.

    4-Le soluzioni finora tentate e gli orientamenti sbagliati

    Panoramica: aumento dei disastri maggiore degli interventi protettivi

    La storia della protezione della natura e dell’ambiente rivela significativi risultati raggiunti; è una storia delle capacità dell’intelligenza umana. Ma, allo stesso tempo, è una storia di errori, di occasioni sprecate, di fallimenti. Essa è stata segnata da idee, elaborazioni, proposte di valori e di fini; ma è stata contrassegnata soprattutto dalla necessità di intervenire di fronte alla forte crescita dei disastri.

    Lo sfruttamento massiccio della natura veniva compiuto anche nell’antichità e nel medioevo. Tuttavia, con il rapido progresso industriale e con la sempre più veloce crescita della popolazione mondiale, questo ha assunto una dimensione che ha determinato conseguenze visibili e percepibili da chiunque e tale che richiedeva necessariamente interventi a difesa.

    Dopo la seconda guerra mondiale si è verificata una impressionante accelerazione nell’inquinamento del nostro patrimonio ambientale. Gli indici della crescita demografica, dei bisogni energetici e della diffusione della produzione industriale, a partire dagli anni ’50, sono cresciuti parallelamente, a livello mondiale, con l’inquinamento delle acque e dell’aria (fosforo, metalli pesanti, anidride solforosa, ecc.), benchè dal ’70 si sia giunti in qualche regione, attraverso sforzi di difesa dell’ambiente, a significativi miglioramenti.

    E’ aumentato nella stessa misura anche l'impoverimento della biosfera; specie di animali e di piante, in parte decimati dalla caccia, in parte condannati a morire per la distruzione dei loro ambienti naturali, sono morti e continuano a morire in una misura mai registrata nella storia. Non si possono affrontare questi problemi con il vecchio «romanticismo della natura». La soluzione del problema ambientale è divenuto uno dei temi centrali nella nostra vita, per la nostra sopravvivenza.

    5-Tendenze principali nella storia della difesa dell’ambiente

    Sono tre le principali tendenze della difesa della natura e dell’ambiente che hanno caratterizzato le fasi della storia di tale difesa: la difesa tradizionale della natura (circa dal 1880); l'impegno ecologico più generale (dalla metà degli anni ’60 circa); e recentemente la difesa dell’ambiente in forma più pragmatica e più specifica (circa dal 1970). Queste tendenze principali tuttavia non si sono annullate nel succedersi l’una all’altra, ma resistono fino ad oggi una accanto all’altra, pur con accentuazioni diverse.

    1-La difesa tradizionale della natura

    La difesa tradizionale della natura, nata come movimento politico attivo verso la fine del XIX secolo, ha posto dei principi fondamentali per l’attuale movimento ecologico. La difesa della natura viene vista prima di tutto come difesa di oggetti («difesa di monumenti»), come difesa di riserve naturali specifiche, monumenti naturali e paesaggi. La natura è considerata un bene culturale. In questo hanno influito particolarmente idee come quella di patria, eredità culturale, patrimonio naturale, vacanze e anche la possibilità di utilizzare i beni naturali come ad esempio per la distensione dell’uomo.

    La difesa tradizionale della natura si concentra innanzitutto nella protezione delle aree e delle specie, ma ben presto si apre a concezioni più ampie di miglioramento del territorio e di cura del paesaggio. Simili prospettive ad ampio respiro tuttavia non riescono a diffondersi sufficientemente nel movimento, anzi con il tempo vengono appiattite e ridotte. Si giunge alla fondazione di numerose associazioni di difesa ambientale, associazioni alpinistiche e patriottiche, pro loco, società dedite alla difesa. Grazie all’opera di queste associazioni i responsabili dello stato giungono a riconoscere i loro doveri e a creare le istituzioni necessarie.

    Oltre ai molti meriti oggi possiamo vedere anche i limiti di un simile metodo: la difesa tradizionale della natura ha sostenuto solo singole richieste di protezione e ha allo stesso tempo tollerato il progressivo depauperamento del paesaggio accanto alle zone protette. Soprattutto non ha riconosciuto la gravità della minaccia incombente. Considerava pericolosi per la natura quasi solo certi atteggiamenti deprecabili dell’uomo singolo, lasciando in secondo ordine il sistema economico e politico che si stava instaurando.

    Poichè con l'aiuto della protezione naturale si voleva conservare possibilmente intatto il patrimonio esistente, anche gli obiettivi che si proponevano erano, in base allo stato delle conoscenze. alquanto limitati: si accontentavano di creare delle riserve. Praticamente non pensavano a predisporre interventi legislativi in campo ecologico e limitavano le possibilità di organizzazione tecnica.

    2-Impegno ecologico più generale

    Dalla metà degli anni ’60 circa, accanto al concetto tradizionale di difesa della natura, si fa strada una concezione ecologica più politica. Un tale orientamento non proviene tanto dai partiti nè dai responsabili delle istituzioni politiche o statali, quanto piuttosto dagli interessati e dai gruppi che si impegnano per questo, sviluppando una concezione generale di difesa dell’ambiente. Questo impegno è di tipo totalizzante giacchè, invece di perseguire unicamente aspetti biologici e ecologico- paesaggistici, si preoccupa dell’intero sistema sociale ed economico e assume il principio che «tutto è collegato».

    Caratteristica di questi movimenti sono i valori concettuali che vengono messi in risalto: giustizia, intangibilità e pace. Vengono propagandati beni come vita, salute, varietà delle specie; come virtù si impongono le cose piccole, povere, naturali e ci si impegna per la prevenzione, l'assistenza, la previdenza, la protezione. Queste idee sono sostenute da esponenti della scienza (agrari, ecologi, biologi, futurologi, teologi, e moralisti sociali), da giornalisti, da cittadini attivi nei partiti, da associazioni e da comitati, come pure da aderenti a una «subcultura alternativa». Vi si dedicano soprattutto i gruppi impegnati: associazioni di lunga tradizione come pure iniziative civili dei nostri giorni.

    Questi ecologi impegnati con le loro profezie pessimistiche hanno avuto spesso ragione. Con esse hanno raggiunto una vasta pubblicità e influenzato, anche se con un certo ritardo, i legislatori. E’ divenuto chiaro come, anche dietro ad alcuni pregiudizi e a certe accentuazioni ideologiche di determinati gruppi, esisteva una parte di verità di assoluto valore e quindi una visione realistica dei disastri compiuti.

    Certamente sono evidenti anche i limiti di un simile impegno:

    1. Spesso convinzioni scientifico –naturali, che in realtà sono conoscenze empiriche, vengono elevate direttamente al posto di valori e di massime etiche; dalla descrizione di semplici fatti vengono avanzate richieste etiche e politiche; non si vuol riconoscere la reale conflittualità esistente tra certi obiettivi politici e le esigenze della politica concreta.
    2. Talora si tirano delle conseguenze fin troppo radicali, come ad esempio la richiesta di principio: eliminare la società industriale.
    3. Inoltre non si considerano certe conseguenze illogiche; si ritiene la difesa del «tipo più spartano di vita» come un valore assoluto verso il quale l'intera politica ecologica deve orientarsi.
    4. I problemi ecologici non di rado vengono stravolti da premesse ideologiche. Le argomentazioni sono ispirate di volta in volta da antiistuzionalismo, avversione per la tecnologia, fiducia incondizionata nel «gruppo»; nei discorsi si introducono considerazioni unilaterali sugli attuali rapporti di dominio. Alcuni poi considerano la proprietà privata dei mezzi di produzione come la principale responsabile dei disastri ambientali, ritenendo più «naturali» l’economia centralizzata e la società senza classi.
    5. Spesso c’è il pericolo di avanzare richieste globali, ampie e teoriche, che però non hanno alcuna possibilità di essere realizzate.
    6. Non di rado si dà una valutazione drammatica dello sviluppo con visioni pessimistico - apocalittiche, ispirate dalla rassegnazione e dalla disperazione.

    3-La difesa pragmatica dell’ambiente, come istanza autonoma

    Col crescere della problematica, a partire dal 1970 circa inizia una protezione ambientale più pragmatica che mira a porre dei rimedi concreti attraverso leggi, provvedimenti e pianificazioni. L’obiettivo di questo tipo di difesa della natura e ambientale non è più orientato primariamente alle bellezze e ai monumenti naturali, ma piuttosto all’adozione di «norme protezionistiche». I rappresentanti di tali iniziative sono coscienti della necessità di arrivare a un compromesso tra ecologia ed economia e cercano soprattutto di diminuire i danni o l’inquinamento (stabilire dei limiti massimi di inquinamento, imposto alle industrie, delimitazione delle zone inquinate, promozione di progetti particolari per la sperimentazione di tecnologie alternative, ecc.), cercando di giungere al compromesso tra l'economia e l’ecologia. A simili interventi dei responsabili dei comuni e dello stato il più delle volte si giunge dietro la pressione di associazioni ecologiche, dell’opinione pubblica, della base di partiti politici, di persone singole della scienza o della pubblica amministrazione. E’ incredibile costatare con quale forza la popolazione spinge lo stato e i comuni ad intervenire in questo campo.

    Evidentemente anche in questo tipo di politica ambientale appaiono limiti e punti deboli:

    1. Benchè molti provvedimenti adottati fossero necessari e utili, tuttavia la loro realizzazione è risultata scarsa. Si limitano per lo più a diminuire i danni, a ridurre l'inquinamento, a conservare i modelli di vita e a creare condizioni ambientali accettabili per la popolazione nell’ambito di una «politica della salute». Le situazioni durature in genere non vengono intaccate a motivo delle pressioni per risultati immediati e perchè le competenze restano molto limitate.
    2. Gli interventi sono dettati da una valutazione troppo angusta dei vantaggi e degli svantaggi: non emerge invece la mentalità del senso e del valore in sè della natura.
    3. Le leggi e i provvedimenti protezionistici normalmente danno la priorità ad istanze pratiche, cercano di non prendere mai provvedimenti a svantaggio dell’economia. Non di rado simili interventi si dimostrano atti solo a far slittare i problemi.
    4. Le leggi e i provvedimenti di politica ambientale, accanto a interventi antinquinamento (le leggi sui detersivi, per la pulizia dell’aria, a difesa delle piante, sul rumore degli aerei, ecc.), permettono la sopravvivenza di leggi che determinano altro inquinamento (la rete stradale, le centrali atomiche, il degrado dei fiumi, ecc.).
    5. Esiste una distanza abissale tra i propositi, sempre suggestivi e progressisti, dei preamboli e delle premesse fondamentali delle leggi e la realtà concreta della loro realizzazione. I doveri ecologici vengono spesso ignorati nella pratica quotidiana delle decisioni concrete dello stato, delle regioni, dei comuni e degli addetti all’attuazione dei grandi progetti.
    6. Sono un fatto negativo pure le molte possibilità di eccezioni (la «clausola agricola» nella legge nazionale di difesa ambientale, l'uso estensivo della clausola sulla severità nella legge sulle acque, introduzione di una clausola attenuante nella legge nazionale sugli scarichi).
    7. Le leggi risultano essere quasi sempre superate dal rapido sviluppo delle cose e dal ritardo con cui norme e provvedimenti applicativi vengono intrapresi.

    4-II contributo delle chiese al dibattito sull’ambiente

    Le chiese hanno dato il loro contributo già ai primi tentativi di difesa ambientale e alle successive norme concrete sull’ambiente, ma esso proveniva da persone singole e da gruppi specifici. Tuttavia fin dalla metà degli anni ’60 nella chiesa evangelica e dall’inizio degli anni ’70 nella chiesa cattolica il contributo ecclesiale al dibattito generale sulla difesa dell’ambiente è cresciuto notevolmente. Varie persone hanno fatto sentire sempre più chiaramente la loro voce nelle iniziative e nelle associazioni ecclesiastiche, nelle facoltà teologiche, negli istituti e nelle accademie, nei gruppi e nelle comunità cristiane e infine anche nella gerarchia ecclesiastica.

    I punti più importanti in questo dibattito sono stati: la dichiarazione del Consiglio della EKD sulla discussione energetica (1977), le riflessioni della EKD sull’agricoltura (1984), le dichiarazioni delle chiese membri della EKD e le conclusioni a livello regionale sulla questione energetica (1977), le prese di posizione del sinodo romano dei vescovi nel documento su «La giustizia» (1971), le riflessioni del card. Julius Dopfner in qualità di presidente della Conferenza episcopale tedesca «Sul futuro dell’umanità e le condizioni per la vita in futuro» (1974), la dichiarazione della Conferenza episcopale tedesca «Futuro della creazione e futuro dell’umanità» e le dichiarazioni dei singoli vescovi, come pure prese di posizione della chiesa a livello regionale su fatti di attualità.

    Inoltre cristiani impegnati hanno partecipato a manifestazioni e dimostrazioni e si sono opposti anche con gesti spettacolari a grandi costruzioni, fatto che nell’opinione pubblica della chiesa non sempre e stato da tutti condiviso. In tali casi e venuta non di rado a mancare la necessaria distinzione tra quelle che sono le convinzioni personali dei singoli e l'impegno che può assumersi la chiesa in quanto tale.

    Nei contributi della scienza teologica e nelle dichiarazioni della gerarchia vengono portate nel dialogo norme antropologiche fondamentali. Le dichiarazioni della chiesa cattolica mettono l'accento sul valore in sè della natura («priorità dell’essere sull’utile»), il posto dell’uomo nella natura («l'uomo esiste solo insieme con le altre creature») e indicano dei criteri per problemi specifici (mantenimento della varietà delle specie, condizioni precise nel permettere l'energia nucleare, ecc.).

    La possibilità di dare da parte delle chiese un contributo fondamentale al dibattito sull’ambiente, risulta evidente soprattutto quando il Consiglio della EKD afferma: «Il pericolo per l'umanità derivante dalla crisi della politica energetica è molto più vasto e profondo di quello che si potrebbe descrivere solo materialmente». Il Consiglio ammonisce che gli uomini sono ormai giunti a un limite che impone necessariamente un cambio fondamentale di mentalità nelle questioni politiche, sociali ed economiche.

    Un contributo non trascurabile al dibattito ecologico è venuto dalla teologia che mette in discussione il concetto tradizionale cristiano di intendere la natura, mette in risalto il valore della natura in sè, ed elabora criteri per un’etica cristiana e per un giusto rapporto con la natura, come ad esempio il concetto di «co-creaturalità» (Mitkreaturlichkeit), ciò che si «esiste insieme con le altre creature».

    Particolare importanza per il dialogo ecumenico acquista l'apertura sempre più ampia della teologia evangelica alla teologia della creazione e delle condizioni naturali precedenti il peccato. Tuttavia, se si eccettuano alcune personalità e la dichiarazione cattolica del 1980, finora sia le chiese che la teologia non hanno potuto inserirsi nel dibattito sull’ambiente con un intervento teologico ampiamente riconosciuto nè arrivare a una definizione precisa della loro posizione.

    Le dichiarazioni pubbliche delle chiese sono numerose, ma raramente sono stati coronati da successo i numerosi tentativi di giungere all’unità e perchè fossero accolti gli impulsi provenienti dalla base. Spesso si è caduti nel pericolo di limitarsi alle singole questioni della politica ecologica quotidiana, oppure ci si è accontentati di descrivere i problemi, rinunciando di annunciare le domande fondamentali del cristianesimo.

    5-II problema ecologico una sfida etica

    Poiché la profonda crisi dell’ambiente non è frutto del cieco destino, nè una catastrofe naturale come l'era glaciale, ma deriva dagli errori dell’uomo, diventa inevitabile domandarsi: a quali norme deve riferirsi l’uomo per prendersi seriamente le sue responsabilità circa la vita e la sopravvivenza dell’umanità e circa la conservazione della terra, suo ambiente naturale di vita? Questa bruciante domanda dell’uomo di oggi, specialmente se è responsabile nella politica e nell’economia, è indirizzata all’etica. Fin dall’antichità il cristianesimo e la chiesa considerano loro compito originario porre delle norme etiche che nella loro credibilità possono illuminare non solo i cristiani ma anche ogni uomo, raggiungendo un vasto consenso al di sopra dei confini ideologici.

    Le questioni basilari dell’etica per un comportamento responsabile

    Chi e responsabile ?

    La domanda sul soggetto della responsabilità, sul responsabile, è una domanda fondamentale per la conservazione della terra e della vita. In genere si ha a che fare con situazioni complesse, con cause tra loro collegate difficili da interpretare, o con una massa di cause che non vanno ricercate solamente nella situazione attualmente esistente. Il più delle volte si incontrano forti difficoltà a identificare chiaramente i veri responsabili. Responsabile è ognuno che provoca o concorre a provocare effetti devastanti. Egli ha l'obbligo di adoperarsi per la difesa e la cura affinchè le cose vengano correttamente conservate.

    Il problema delle responsabilità supera il semplice rapporto causa ed effetto. La responsabilità è sempre una responsabilità personale di un soggetto attivo; significa l'obbligo di operare rettamente, sapendo che si dovrà rendere conto. Benchè esista una connessione nelle varie responsabilità e quindi certamente anche un divenire responsabili collettivamente, tuttavia la responsabilità si riferisce sempre al singolo ed è a lui che se ne chiede il conto. Riguarda in modo speciale coloro che hanno pubblici incarichi e influsso sull’opinione pubblica. Riguarda pure i singoli cittadini per il loro ambito di vita privato, ma anche per i riflessi politici del loro operare. La responsabilità quindi è qualcosa che va al di là delle semplici «competenze» o della«obbligo», riguarda invece ognuno nella sua coscienza e nel suo modo di vivere.

    Di che siamo responsabili?

    Oggi l’umanità si trova ad avere una responsabilità enormemente maggiore che nelle precedenti generazioni. Lo si deduce anche solo dal bilancio dei disastri intervenuti e prevedibili nel nostro mondo. Il nuovo termine «ecologia» descrive in modo appropriato il vasto compito: come può la terra restare e divenire una «casa» (la parola greca oikos significa casa) dove tutti gli uomini oggi e domani possano vivere in maniera corrispondente alla loro dignità? Di più: questo dovere comprende anche la cura per il mondo animale e vegetale, e per la natura inorganica, i quali non vanno conservati unicamente per l'utilità immediata che possono avere per la vita e la salute dell’uomo, ma anche perchè rimangano nella loro varietà e bellezza.

    L’umanità oggi deve assumersi questa responsabilità globale. Essa comprende una responsabilità qualitativamente nuova, che supera tutte quelle finora avute. Poichè solo l'uomo, tra tutte le realtà del creato, è in grado di prendersi delle responsabilità per assicurare ad esso il futuro, ha anche il dovere di assumersi tali responsabilità. L’umanità deve ritenersi responsabile tanto del suo agire, che oggi incide sulla natura più a fondo e più a lungo del passato, quanto del suo non agire, che oggi significa una trascuratezza molto più gravida di conseguenze che nel passato. Determinati disastri o rischi di disastri in verità non potranno mai essere evitati del tutto: anche questi devono esser presi in considerazione e sotto la propria responsabilità. Tuttavia è proibita la disinvoltura di chi si prende a cuor leggero ogni responsabilità, cioè si dichiara pronto ad andar avanti senza troppe preoccupazioni con azioni che possono inquinare la terra per secoli.

    Davanti a chi siamo responsabili?

    A chi deve render conto l'uomo? Davanti a quale istanza dovrà giustificarsi? Se simili domande vengono evitate, allora l'uomo si considera una realtà autonoma, che non deve render conto a nessuno e può fare i propri interessi liberamente contro gli altri uomini, contro l'ambiente e il mondo. Non è raro che questioni ecologiche determinanti per il futuro (divieto di esperimenti atomici nell’atmosfera) vengono misurate unicamente sulla base del pericolo di inquinamento ambientale che provoca chi decide tali esperimenti, mentre venga trascurato il problema della responsabilità di fronte a un’istanza superiore. Se si considera l'uomo unicamente in base ai vantaggi immediati, si agisce in maniera irresponsabile e quindi disumana.

    Quando noi cristiani diciamo che l'uomo non è responsabile solo per la natura e l'ambiente, ma anche per la creazione e di fronte al Creatore, noi proclamiamo un dato di fede che fa distinzione tra il Creatore e le sue creature. L’uomo è lui stesso una parte della creazione, la sua possibilità di intervento è limitata, la creazione non gli è stata lasciata perchè la usi, la sfrutti e ne abusi a proprio capriccio. Piuttosto egli ha una responsabilità per gli altri esseri creati come lui (le co-creature), per gli animali, le piante e la natura inanimata, fondati su una stessa vita che egli guida davanti a Dio.

    Orientamento etico per le attività ecologiche

    Nell’assumersi la responsabilità della natura dell’ambiente l'uomo non può lasciarsi guidare unicamente dai suoi interessi personali e neppure solo da quanto egli può fare tecnicamente. Piuttosto deve interrogarsi su che cosa, come soggetto morale, può fare e deve fare.

    Le immense possibilità che oggi ci sono di allargare all’inverosimile il raggio di azione dell’uomo e quindi anche di allargare la sua responsabilità, gli attribuiscono nuovi doveri e nuove responsabilità. Quali sono allora gli orientamenti etici fondamentali che si possono ricavare e indicare per un’etica ecologica?

    Rispetto per la vita

    Non solo la vita dell’uomo, ma anche quella dell’animale e delle piante, come pure la natura inanimata merita rispetto, attenzione e protezione. Il rispetto per la vita presuppone che la vita sia ritenuta un valore e quindi che sia un imperativo morale custodire tale valore. La vita è stata donata all’uomo ed è suo dovere rispettarla e conservarla.

    Fa parte delle sue responsabilità preoccuparsi per il suo ambiente. Ciò comporta rispetto, autocontrollo e autolimite. La massima «Rispetta la vita!» è l'espressione di una esigenza e di un dovere imprescindibili, di un timore per le conseguenze che l'uso del suo potere può comportare, tale che trattenga chiunque dall’usare il potere per l'autodistruzione. Il rispetto per il destino dell’uomo e il timore e tremore per quello che potrebbe accadere all’uomo e al suo ambiente e per ciò che sta di fronte ai nostri occhi come possibilità del futuro, ci fa capire che la vita e un qualcosa di «santo», che va rispettato e protetto da offese.

    Il rispetto per la vita porta pure a un rifiuto dell’uso unicamente interessato e a un atteggiamento di attenzione e protezione. Comprende ancora un rispetto per l’esistente, suscita una coscienza dei valori e una valutazione dei disastri. Il rispetto provoca anche la coscienza dei limiti, della finitezza e della caducità delle cose e soprattutto della fragilità della creazione e delle creature.

    Il rispetto per la vita non si riferisce solamente alla vita umana, animale e vegetale, ma più ampiamente anche alla natura «inanimata» con i suoi elementi vitali (l’acqua, la terra, l’aria) e al loro circuito naturale che è lo spazio della vita. Queste cose non vanno intese come oggetti d’uso senz’anima, ma come elementi necessari alla vita dell’uomo e delle altre creature. Noi uomini dobbiamo sentirci chiamati – come diceva Socrate – all’arte del pastore, il quale si preoccupa del bene delle pecore e non le può considerare con lo stesso punto di vista del macellaio.

    Valutazione dei pericoli futuri

    L’umanità avrebbe bisogno di possedere la virtù dell’intelligenza, nel senso della classica «prudenza», per valutare le conseguenze del suo agire e per scegliere, nei casi di conflitto tra due mali, quello minore. Poichè oggi noi siamo in grado di valutare le conseguenze meglio delle generazioni passate, abbiamo una responsabilità maggiore.

    La nostra intelligenza deve riuscire a vedere più lontano, soprattutto quando si tratta di azioni a lungo termine e irreversibili. D’altra parte poichè gli interventi che sono oggi possibili e auspicabili incidono più profondamente sul patrimonio ambientale, le conseguenze dirette e collaterali sono proprio per questo più difficili da prevedere rispetto al passato. Un certo brivido per le conseguenze che il suo potere può provocare dovrebbe insegnare all’uomo il timore, in modo da non restare in una cieca trascuratezza per le devastanti conseguenze del suo agire.

    Questo non significa rinunciare a qualsiasi rischio, ma piuttosto assumersi e condividere i rischi possibili. In caso di dubbio conviene seguire l’idea che un’impresa arrischiata possa diventare un disastro, piuttosto che l’idea opposta secondo cui il rischio va sempre bene.

    In pratica ciò significa: gli interventi sul patrimonio naturale vanno fatti il meno possibile e in forma limitata, anche quando non si prevedono danni immediati. Un tale comportamento è razionale anche perchè lascia alla natura quanto più spazio possibile alle sue stesse forze risanatrici. Le leggi insite nella natura si sono dimostrate più flessibili e innovatrici dell’orientamento esterno condotto con meccanismi inventati dalla tecnica dell’uomo.

    Valutazione dei pro e contro

    Gli interessi economici e tecnici a breve termine possono entrare in conflitto con gli interessi a lungo termine per la conservazione della natura e dell’ambiente e con la stessa esigenza di sopravvivenza dell’umanità. In tal caso l’interesse a lungo termine richiede un particolare sostegno etico e sociale, giacchè l'utilità immediata provoca danni a lungo termine. In questi casi di conflitto si richiede una responsabilità etica; infatti è possibile, anzi necessario, compiere una valutazione dei danni a breve e a lungo termine, dei vantaggi e degli svantaggi, come pure una riflessione sui valori principali, ponendo delle priorità. Inoltre occorre che si rifletta sui problemi della reversibilità e della rigenerabilità dei beni della natura, come pure sugli interessi della generazione attuale e di quelle future.

    Si possono formulare tre regole di priorità, che, indipendentemente dalla fede cristiana, hanno una loro validità generale:

    1. Dal punto di vista morale è da condannare la modifica dell’ambiente in modo tale che gli uomini di oggi o quelli di domani ne abbiano dei danni chiaramente prevedibili. Naturalmente solo se si deve scegliere tra due mali bisogna preferire il più piccolo rispetto al maggiore. E’ possibile metter in conto dei danni solo quando questi si rivelano l’unico mezzo per evitare danni maggiori per gli uomini di oggi o del futuro.
    2. L’ambiente può essere utilizzato per il soddisfacimento dei bisogni umani nella misura in cui gli svantaggi e i danni per l'uomo e la natura non risultano esser maggiori dell’utilità derivante dall’utilizzo dei beni naturali e fintanto che non viene intaccata la possibilità di sopravvivenza dell’umanità.
    3. L’ambiente va conservato e difeso con norme attive e se necessario drastiche, purchè non si venga in tal modo a infliggere gravi danni agli uomini di oggi o di domani.

    Nel caso concreto la valutazione dei pro e contro sarà senz’altro contrastata. Sono insorte difficoltà anche nella determinazione dei limiti di ciò che si può permettere e nella questione di quali riguardi vanno presi nei casi specifici contro l'inquinamento dell’ambiente. Tuttavia è assolutamente importante che si prendano in seria e giusta considerazione le esigenze di coloro che non possono prendere la parola.

    II messaggio cristiano sulla creazione, la redenzione e il destino del mondo

    Da diversi anni a vari livelli nella nostra società si chiede una ragione etica dell’agire nel nostro ambiente naturale. A un simile discorso partecipano molti cristiani impegnati i quali, a partire dal loro specifico punto di vista sul mondo e la storia, deducono particolari orientamenti e atteggiamenti. Si cerca di dimostrare come la fede cristiana, parlando di creazione, riveli una visione più profonda dell’ambiente e apra al nostro modo di pensare e di agire un nuovo orizzonte più globale. In tal modo veniamo aiutati ad opporci criticamente agli orientamenti pericolosi e favoriamo gli impulsi più positivi. Certamente si possono creare, anche al di fuori della fede cristiana, elementi di senso unitario, di giudizio decisamente critico e di impegno politico progressista. E’ chiaro tuttavia che il messaggio cristiano è importantissimo non solo per giungere a una motivazione più profonda dell’agire, ma anche per trovare la giusta via.

    Domande critiche alla dottrina tradizionale sulla creazione

    Da varie parti oggi si accusa il cristianesimo di questo: la crisi ecologica sarebbe una conseguenza storica della concezione biblica della creazione, in quanto avrebbe tolto Dio dal mondo, lasciando così questo all’aggressione indiscriminata dell’uomo senza più alcuna difesa. Un’accusa tanto semplicistica non è sostenibile nè storicamente nè nei fatti.

    L’attuale crisi ecologica è cominciata soprattutto con l’inizio della rivoluzione industriale: non è certamente conseguenza del cristianesimo, ma di una visione angustamente tecnico-scientifica e dell’assolutizzazione dell’uomo ad essa collegata. Ugualmente insostenibile è l’accusa opposta, altrettanto semplicistica, secondo cui il cristianesimo, essendo caratterizzato da sempre dalla fuga mundi, non sarebbe riuscito a trovare negli ultimi secoli un giusto rapporto con il progresso scientifico e tecnico. Per quanto sia vero che le chiese non sempre si sono opposte con sufficiente determinazione contro le due tendenze accennate, tuttavia non si può dire che le abbiano costantemente seguite.

    La chiesa ha costantemente riconosciuto, e anche proclamato nelle sue celebrazioni liturgiche, la fede in Dio creatore, Padre eterno di Gesù Cristo, che ha dato il mondo a noi uomini come suo feudo perchè lo conservassimo e amministrassimo. Allo stesso tempo le accuse sopra ricordate non sono completamente estranee alle chiese; infatti la crisi del modo attuale di interpretare la natura e di rapportarsi con essa ha trovato un appoggio in certe interpretazioni della dottrina cristiana circa la creazione.

    Noi cristiani ci siamo adattati spesso troppo acriticamente alla mentalità del tempo e alla sua scarsa valutazione dell’ambiente naturale, sminuendo in tal modo, praticamente, la dottrina della creazione. La teologia e la predicazione avevano riferito tale dottrina quasi esclusivamente al rapporto di Dio con l'uomo e solo più tardi è stata messa in dialogo con gli orientamenti delle moderne scienze naturali. Come e stato possibile ciò? La domanda viene posta non per accusare, ma per capire e per ricuperare quanto si è perso.

    Di fronte al superamento del pensiero antico e medievale con una nuova filosofia e con nuove scoperte nelle scienze naturali, le chiese all’inizio hanno reagito accontentandosi di dimostrare la compatibilità della dottrina biblica sulla creazione con la visione scientifica del mondo e richiamando la pericolosità degli interventi sulla natura attraverso la medicina e la psicologia. Con un tale atteggiamento esse hanno collaborato a far riconoscere, durante la rivoluzione industriale, come fosse necessario salvaguardare la dignità dell’uomo e la giustizia sociale. Al di là di tali meriti, tuttavia, gli sforzi furono troppo scarsi perchè giungessero a realizzare una difesa della natura e dei suoi valori.

    Da questa evoluzione si può capire come la teologia cristiana non abbia riconosciuto abbastanza in tempo i gravi pericoli che correva l’ambiente e come si sia trovata imbarazzata allorchè il problema dell’inquinamento ambientale è entrato con travolgente prepotenza nella coscienza generale. Ma contemporaneamente la teologia ha accolto la sfida di dare il proprio apporto ai problemi dell’attualità con la riscoperta e l'approfondimento della dottrina cristiana sulla creazione. Infatti valori finora trascurati della tradizione sono stati riportati alla luce nella teologia biblica e sistematica.

    II rapporto dell’uomo con la natura secondo la Bibbia

    Sotto il terrore della distruzione sempre più evidente del nostro ambiente e sulla spinta della moderna interpretazione della Bibbia, noi interroghiamo il Nuovo e l'Antico Testamento sul rapporto stabilito da Dio tra gli uomini e le altre creature. In questo, appare con evidenza non solo l'intenzione originaria del Creatore, ma anche lo scompiglio apportato a quel rapporto dal peccato dell’uomo, come pure la salvezza derivata dalla redenzione di Gesù Cristo.

    Il compito di dominio affidato all’uomo

    Noi uomini siamo chiamati dal Creatore, come suoi rappresentanti, ad incontrare il mondo nel rispetto delle creature, a modellarlo, usarlo e lavorare per la sua conservazione. In questa volontà si manifesta la dignità dell’uomo, ma allo stesso tempo anche il suo limite. Nella più recente delle due redazioni sulla creazione riportate dalla Bibbia (Gen 1), lo scrittore, ponendosi di fronte all’attuale sconvolgimento dei rapporti tra Dio e il mondo, si interroga sull’intenzione originaria di Dio con il suo creato. Il racconto della creazione sottolinea: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona». Questo giudizio conclusivo si riferisce a tutte le opere nel loro insieme, ma anche nell’orientamento di ciascuna rispetto alle altre e nel loro orientamento rispetto al Creatore. Le creature sono un dono per se stesse e per le altre creature: perciò questo dono va accolto con gratitudine e a lode del Creatore.

    All’interno dell’ordine della creazione l'uomo ha un ruolo speciale, differente da tutte le altre creature. «Soggiogate la terra e dominate su tutti gli animali!», questo è in breve il compito affidatogli da Dio. Le due parole chiave «sottomettere/ soggiogare» e «dominare» devono essere accepite con molta più cautela di quanto spesso si è fatto nel passato. Non devono esser accettate nel senso di «sottomissione» e di «sfruttamento».

    All’epoca in cui questi testi si sono formati si aveva una concezione della natura che considerava certi luoghi con la paura del misterioso e si viveva nel timore per le forze immani della natura. Allora non ci si poteva immaginare che l'uomo sarebbe divenuto tanto potente da poter distruggere la terra. Agli scrittori biblici interessava soprattutto liberare l'uomo dalle grandi potenze della natura. Oggi il problema è proprio opposto: la natura è fortemente minacciata dall’uomo.

    «Soggiogare» (Gn 1,28) significa «render sottomessa, docile» la terra (il terreno) con la sua vegetazione selvaggia. Questo avviene, come dimostra l'uso del termine nell’Antico Testamento, ad esempio nella conquista della terra di Canaan da parte di Israele (Nm 32,29; Gs 18,1). Il terreno viene posto in uno stato di dipendenza, paragonabile al rapporto che deve esistere tra un padrone e il suo servo, il quale gli deve obbedienza, ma allo stesso tempo non può venir sfruttato e abbandonato all’incuria senza alcuna protezione. Dio quindi, quando ha dato all’uomo il compito di dominare, lo ha incaricato di proteggere con suo lavoro il volto della terra, di modellarlo e trasformarlo, rendendolo abitabile e fruttifero.

    Il «dominare» dell’uomo sugli animali si differenzia chiaramente nel linguaggio biblico dal soggiogare la terra. Ricorda il modo di fare del pastore col suo gregge (Ez 34,4; Sal 49,15): Dio affida all’uomo la guida e la cura del mondo animale (Gen 1,26.28). L’uomo deve anche impedire gli attacchi di un genere di animali contro un altro, difendendo anche in tal modo gli animali dai loro nemici. Quanto poco gli animali siano stati lasciati all’arbitrio dell’uomo si può capire anche dal fatto che nel primo racconto della creazione l'uomo e gli animali si nutrono solo di elementi vegetali.

    Nella benedizione pronunciata per gli uomini e compreso anche il cibo degli animali (Gen 1,29s), e quindi anche questo viene affidato alla cura degli uomini. Il compito di dominio affidato all’uomo e il suo giusto esercizio derivano dalla sua somiglianza con Dio. Ogni uomo ha quel compito, appartenga o no al popolo di Dio, e indipendentemente dal sesso, la razza, la classe. L’uomo segue questa volontà solo se, e nella misura in cui. vive il particolare e stretto legame con Dio che si trova ad avere – è questo che si intende nella somiglianza divina – e se esercita il dominio allo stesso modo di Dio, come suo rappresentante.

    Il secondo racconto della creazione, che è il più antico (Gen 2), ribadisce a suo modo il doppio legame dell’uomo alla terra e agli animali. Viene messo l'accento particolarmente sulla «terrenità» dell’esistenza umana. L’uomo (ebr. adam) è strettamente legato alla terra (ebr. adama); da essa tratto e ad essa destinato, ottiene la vita dalle forze di essa (Gen 2,7 – 3,17ss). Il primo dovere dell’uomo è di lavorare la terra (Gen 2,6; 3,23); questo in ebraico è cosi espresso: adam deve «servire» adama. Adamo ha il compito. affidatogli da Dio, di dare uno nome agli animali, ordinandoli e sottomettendoli così al suo ambiente vitale. In tal modo il racconto della creazione riconosce pure gli animali come esseri dotati di anima (Gen 2,17-19).

    La corruzione della terra per il peccato dell’uomo

    Secondo la Bibbia l'uomo fin dall’inizio vien meno alla sua vocazione stabilita nella creazione di custodire e governare la terra, andando in tal modo contro non solo alla sua propria essenza ma anche, e soprattutto, a quella del creato. Il racconto del peccato dell’uomo (Gen 3) non lascia dubbio alcuno sul fatto che l'uomo sia cosciente della sua vocazione; ma che, ciò nonostante, in un egoismo autodistruttivo, egli vi vada contro, trascinando così nella sua disgrazia tutto il suo ambiente vitale. Il racconto vuole mostrare con particolare evidenza l’assurdità del contrasto che esiste tra l'opera buona di Dio nella creazione e l'esperienza della realtà sconvolta.

    Importante è il fatto che l'errore primo dell’uomo contro Dio si riflette anche sulla creazione. L’uomo vuole determinare la sua vita e stabilire da solo ciò che è utile o cattivo alla sua esistenza, indipendentemente da Dio sulla base delle proprie capacità. Le conseguenze dell’errato orientamento (Gen 3,7-24; Rm 1,18-32; 7,14-24) dimostrano come siano stati colpiti dalla maledizione per questo gesto tutti i rapporti esistenti nel creato: tra l'uomo e la donna, tra l'uomo e gli animali, tra l'uomo e la terra, tra l'uomo e il lavoro. Sono state liberate forze distruttive (Gen 4,8-16). L’ordine originario del creato viene sconvolto dall’uomo, ma Dio mantiene la sua benedizione, ristabilendo di nuovo l'ordine (Gen 12,13ss).

    Anche il racconto del diluvio è un simbolo di deviazione dalla volontà divina. Inizia con la costatazione che ogni carne (uomini e animali) con malvagità crescente aveva contaminato tutta la terra, riempiendola di violenza e di corruzione; in tal modo giunge su di essa la rovina (Gen 6,11ss). Subito dopo si parla in maniera precisa della signoria dell’uomo sugli animali: «Il timore e il terrore di voi sia su tutte le bestie selvatiche... Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo» (Gen 9,2s). Il rapporto tra l'uomo e l'animale è caratterizzato da lontananza e paura. Allo stesso tempo però viene nuovamente proclamata la fedeltà di Dio all’alleanza (Gen 8,21-9,7), e si include nell’alleanza divina anche gli animali allontanatisi dall’uomo (Gen 9,8ss).

    La condanna comminata ad ogni creatura è la fedeltà di Dio che dura nonostante ciò, stanno alla base anche del Nuovo Testamento. Questo appare chiaro soprattutto nella Lettera ai romani: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa – e nutre la speranza di esser lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8,19-22).

    L’uomo e le altre creature

    L’ordine di conservazione del creato, voluto da Dio dopo il diluvio, limita con un importante comandamento rituale la possibilità ancora rimasta all’uomo di usare, sfruttare e uccidere gli esseri animali: «Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue» (Gen 9,4). Per l'uomo veterotestamentario il tabù del sangue ha il valore di segno dell’estremo rispetto che deve esistere nel potere discrezionale datogli da Dio sugli animali. L’animale qui è considerato più che una cosa: per la vita che Dio gli ha dato, ha un valore particolare davanti a Dio e l'uomo deve rispettarlo.

    Si può cogliere il valore dell’esistenza degli animali soprattutto dal fatto che il rito di espiazione nell’Antico Testamento prevede che, in certi casi, si possa uccidere la vita dell’animale, in quanto può sostituire davanti a Dio quella umana (Lv 17,11). Da ciò si può capire anche che nella vita esiste una scala di valori, secondo la quale la vita umana è superiore a quella animale.

    Di conseguenza, occorre determinare eticamente il rapporto dell’uomo rispetto agli animali: «Il giusto ha cura del suo bestiame, ma i sentimenti degli empi sono spietati» (Pr 12,10). Per questo la legge veterotestamentaria sottopone a determinate sanzioni divine anche il comportamento con gli animali e le piante (Lv 19,19.23; Dt 22,6s). Per gli autori della Bibbia le sevizie contro gli animali sono un reato religioso. Tra il padrone e l'animale si stabilisce un rapporto di tipo comunitario. L’animale è più che un oggetto valutabile per la sua carne; il suo valore va al di là dell’utilità che può derivare dalle sue prestazioni. L’etica cristiana non può accontentarsi di considerare solo la vita umana, ma deve comprendere anche la vita degli animali e delle piante, addirittura anche la natura inanimata.

    Senso e vocazione delle creature inanimate

    Il mondo è «molto buono» agli occhi di Dio (Gen 1,31) non solo perchè offre nutrimento e abitazione all’uomo, ma anche perchè deve trasmettergli una fortissima impressione di bellezza, specchio della gloria di Dio e della misteriosa forza del suo Spirito. Secondo il primo racconto della creazione, il sole, la luna e le stelle servono a regolare il corso del tempo nella creazione di Dio.

    Non solo i cieli narrano la gloria di Dio (Sal 19), ma anche i fiumi e i campi, gli animali selvatici e domestici portano a pensare e a proclamare: «Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature!» (Sal 104,24). Con tutto ciò non si deve considerare la natura una fonte di rivelazione allo stesso livello della incarnazione di Cristo, ma occorre vedere il legame esistente tra Dio e la sua creazione, cosicchè l'uomo acquisti un atteggiamento di contemplazione di fronte alla natura e si apra al suo Creatore.

    La speranza di ogni vivente nel Nuovo Testamento

    Il messaggio cristiano del Nuovo Testamento fa proprie tutte le espressioni veterotestamentarie sull’unità dell’uomo con tutte le creature viventi e offre loro una finalità escatologica a partire dalla venuta di Cristo. Nei segni e miracoli di Gesù appare chiaramente a quale gloria la creazione è stata chiamata. La croce di Cristo, essendo dimostrazione del dolore in questo mondo, favorisce la disponibilità dei cristiani a prendere la croce
    su di se. La speranza della risurrezione dà speranza per questo mondo, comprese le creature non umane.

    Anche le lettere degli apostoli parlano di questa speranza universale. L’opera redentiva di Gesù Cristo non si estende solamente all’uomo, ma a tutto il creato. Nell’inno a Cristo della Lettera ai colossesi (Col 1,15-20; cf. Ef 1,3-14) si dice: Gesù Cristo «è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura...». Dio ha voluto condurre a Cristo le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli, il quale ha rappacificato tutte le cose con il sangue della sua croce. Per mezzo di Gesù Cristo è iniziata irrevocabilmente la salvezza della creazione e il suo ritorno a Dio. Un tale processo coinvolge i cristiani. Il fine delle vie divine non è solo il rinnovamento dell’umanità, ma anche il rinnovamento dell’intero creato.

    Credere in Dio creatore è credere anche in Dio che sostiene e guida la sua creazione. Troppo spesso ci si è dimenticati di questa seconda verità. Quando gli uomini si contrappongono ad esso distruggendo la terra, agiscono contro il Creatore e il senso del creato. L’amore di Dio per il suo popolo comporta anche una maggior responsabilità dell’umanità per la vita del creato. La vocazione derivante dalla somiglianza con Dio viene realizzata pienamente solo prendendosi cura del mondo.

    Importanti conseguenze teologiche

    Da queste considerazioni teologiche non è possibile trarre delle conseguenze immediate, applicabili concretamente, ad esempio per i diversi livelli di sviluppo, per i problemi di sicurezza dell’energia atomica e per i valori consentiti nell’inquinamento ambientale. Occorre andare più a fondo, con radicalità. Sulla base di queste considerazioni si deve giungere a una conversione, a un nuovo modo di pensare e di agire, e a un ampliamento del proprio orizzonte.

    Il contributo dei cristiani alla soluzione dei problemi ecologici consiste soprattutto nel suscitare quel nuovo modo di pensare, che conduce a un atteggiamento degli uomini più rispettoso del mondo, della storia e della natura. Occorre giungere a «guidare» la natura, senza distruggerla. Per questo occorre oggi tirar fuori nuovamente le vecchie forme del rispetto. Non siamo ancora giunti alla riscoperta del mondo come creazione di Dio abitata e adoperata da sue creature, tutte con pari dignità.

    Fede nella creazione: chiamata alla responsabilità

    La visione della creazione divina derivante dalla rivelazione ci apre innanzitutto lo sguardo sulla nostra origine, sul legame radicale dell’uomo come essere corporeo con il creato. La riscoperta della responsabilità dell’uomo per la natura e l'esperienza della coscienza profondamente .inquieta per gli errori compiuti nei confronti della natura ora non possono accontentarsi di belle frasi esortative. Ma piuttosto l'uomo deve adoperarsi per eliminare le gravi conseguenze che il suo agire può provocare, assumendosi pienamente tutta la sua responsabilità per il futuro.

    L’uomo ha il dovere di prender coscienza del suo fondamentale radicamento nella natura ed agire di conseguenza, invece di mettere in pericolo, agendo da padrone, il suo habitat naturale e quindi anche se stesso. L’uomo ha il dovere di rispettare il valore proprio di tutte le altre creature e non di valutare – per una fiducia nel progresso orientato allo sfruttamento totale – la natura unicamente per la sua capacità d’uso. Infatti le cose e gli animali hanno un senso e un valore anche nel loro semplice esistere, nella loro bellezza e ricchezza. In fondo l'uomo è chiamato a vivere per guidare e conservare il mondo immagine di Dio.

    La testimonianza della Scrittura sulla creazione ci apre per il presente la visione sulla diversità e l'unità di tutto ciò che esiste. Ciò richiede che l'uomo – nella religiosa fiducia delle leggi, dei significati, e degli obiettivi di ciascuna cosa stabiliti dal Creatore – si sforzi, pur con grande fatica e mettendo in conto amare delusioni, di entrare sempre più nella linea che è propria del suo habitat, rimanendo sempre cosciente che le scoperte fatte sulla base dell’esperienza hanno continuamente bisogno di venir corrette.

    Da una simile coscienza l'uomo arriva a capire i limiti e la caducità della creazione, e quindi anche la sua responsabilità per il futuro di questa. In ciò egli partecipa alla guida divina del mondo e alla realizzazione del piano di Dio su di esso. Per le capacità e la intelligenza che Dio gli ha donato, l'uomo nel corso della storia può e deve sviluppare tutte le possibilità che sono presenti all’interno del creato. Questo avverrà solo se capisce come sia lui che il suo ambiente sono doni del Creatore, e ispira quindi la sua opera alla lode e al ringraziamento, all’adorazione, alla preghiera e all’intercessione davanti a Dio.

    Il messaggio di Cristo: apertura a un futuro oltre la storia

    L’annuncio della redenzione, che dà la speranza di una salvezza al di là del futuro puramente terrestre, non può non aver conseguenze anche per l'etica ecologica, la quale invita, tra l'altro, ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti del futuro di questo mondo. La fede in Gesù Cristo non dispensa l'uomo dall’interessarsi del mondo, non gli risolve i problemi tecnici di questo mondo, ma piuttosto lo pone in un atteggiamento di servizio al mondo, un servizio fatto in gratitudine e che non si arresta di fronte a nessuna sconfitta.

    Infatti, questo mondo che gli è stato dato non solo come dono ma anche come responsabilità, egli deve lavorarlo e conservarlo. Ciò che l'uomo fa in questo mondo, ha certamente un riflesso anche nell’altro oltre la storia, come dimostrano le «parabole sugli amministratori» nel Nuovo Testamento (cf. Mt 25,14ss; Mc 12,1ss).

    L’uomo in cammino: invito a una responsabilità realistica nel mondo

    Quanto la Bibbia afferma sulla presunzione dell’uomo di fare senza Dio e contro Dio, superata poi solo dal dono di se compiuto da Gesù Cristo, è un invito all’umiltà nella storia (2Cor 4,7ss). Il richiamo alla fragilità dell’esistenza umana ci permette anche di vedere il progresso umano in un’altra luce. I racconti biblici del peccato originale (Gen 3-11), collegati all’esperienza dei fallimenti e degli errori personali, ci aiutano a riconoscere l'ambiguità del progresso tecnico-scientifico.

    Per una vita responsabile nella vecchia creazione, come pure per l'appartenenza fin d’ora e in futuro alla nuova creazione, tutti gli uomini sono chiamati a far riferimento alla vera immagine di Dio, Gesù Cristo. La vita del cristiano viene ad avere in tal modo un orientamento fondamentale, caratterizzato da un continuo e progressivo rinnovamento: ha lasciato l’uomo vecchio e si è rivestito del nuovo. Un tale rapporto con Cristo si concretizza per l'uomo nell’intervenire e nel limitarsi obbediente quando ha a che fare con la natura e la cultura. In ciò non è altro che un inviato di Dio nella creazione e, anche nell’era tecnologica, ha il coraggio di continuare a ritenersi tale.

    Esigenze di un nuovo modo di pensare e di agire

    Dalle esperienze suddette e dalle riflessioni fondamentali sulla creazione e sulla redenzione è necessario trarre le conseguenze per un nuovo modo di pensare e di agire. Queste riflessioni ci guidano ad avanzare proposte, che certo non sono sostanzialmente nuove, ma che alla luce del messaggio biblico si intendono in modo nuovo. Esse non devono essere interpretate come «ricette» facili. Le proposte poggiano sul fatto che la necessità di modifiche basilari è universalmente riconosciuta, benchè le vie, i sacrifici necessari e la misura dei tagli, possano essere messi in discussione.

    E’ necessario trovare un consenso sociale, che possa fungere da base per le conseguenze relative al modo di vivere del singolo, all’ordine economico e ad una politica ecologicamente orientata. Le chiese hanno il compito importante di indicare l’urgenza e l'ampiezza della responsabilità, di rafforzare la coscienza, di indicare i criteri di giudizio, di invitare i diversi gruppi sociali ad un dialogo critico-costruttivo e di offrire il buon esempio nel proprio campo di influenza.

    Il suo richiamo alla responsabilità verso la creazione si concentra in quattro esigenze primarie per l’agire umano, che si manifestano anche al di fuori del suo ambito e acquistano un nuovo peso: esigenza di un nuovo stile di vita, possibilità di gestire l'economia in modo compatibile con l’ecologia, aspetti di una politica ecologicamente orientata ed anche prendere seriamente in modo nuovo gli insegnamenti della creazione nella vita della chiesa.

    Un nuovo stile di vita

    La responsabilità dell’ambiente è un affare anche del singolo e non solo compito della società, dell’economia o dello stato. Le abitudini di vita e di consumo, i modelli e le convinzioni di molti individui devono modificarsi, poichè altrimenti il «consenso nascosto» e la pressione ideologica della maggioranza anonima e silenziosa producono realtà politiche nei confronti dell’ambiente. Ciò che la grande massa fa, diviene molto spesso norma per il singolo e allo stesso tempo una scusa per sottrarsi alla responsabilità personale.

    E indispensabile cambiare radicalmente il modo di pensare. II singolo deve imparare che anche il suo comportamento ha un peso. Se egli si lascia andare con lassismo a numerose forme di inquinamento ambientale, anche apparentemente insignificanti, contribuisce ad un atteggiamento irriflessivo, al vandalismo ambientale e alla tolleranza delle distruzioni.

    In una lettera del «Gruppo delle chiese cristiane» alle comunità della RFT e di Berlino-ovest del 1980 si sottolineava come il continuo aumento di bisogni di beni materiali sia collegato ad un’assenza di scopi nella vita. «Un simile atteggiamento ostacola l’uomo... nel completo spiegamento della sua personalità. La negazione di limiti nella sfera materiale e la decisione di fare un uso indiscriminato di tutte le possibilità offerte dalla scienza, paralizza le capacità dell’uomo di donarsi personalmente... Senza un cambiamento di comportamento del singolo non si giunge ad un ampio processo di apprendimento nella nostra società».

    Da ciò risulta chiaro che un nuovo stile di vita, contrassegnato da um modo di vivere modesto, moderato e disposto alla rinunzia, è di aiuto al superamento della minaccia ambientale. Non si tratta di vivere senza esigenze, ma con molte esigenze per la varietà e la ricchezza presenti in tutto il nostro ambiente. Non si tratta quindi di frenare il ciclo economico con la «rinunzia al consumo», bensì di porre nuove priorità mediante un rapporto critico con i consumi.

    Un radicale cambiamento di mentalità deve comprendere:

    1. riconoscere i collegamenti esistenti nell’intero sistema ecologico e vivere ed agire responsabilmente nella consapevolezza di questi;
    2. rinunciare ad abitudini di comportamento e di consumo, che vanno a scapito dell’ambiente naturale, praticare nuovi modi di comportamento;
    3. modificare la trascuratezza abituale (ad es. evitare i rifiuti superflui, eliminare o almeno ridurre i rifiuti misti, facendo una cernita dei rifiuti: in vetro, carta, metallo ed altre immondizie particolari);
    4. la disponibilità a pagare il prezzo di prodotti ottenuti con procedimenti rispettosi della natura e perciò più cari;
    5. una propensione alla misura, alla moderazione, alla disciplina di vita, alla vicinanza alla natura, all’attenzione al prossimo (solidarietà con i popoli poveri del terzo mondo);
    6. l'acquisizione di nuove capacità e di una creatività concretamente orientata a favore dell’ambiente (ad es. la virtù del fare da se e dell’improvvisazione con mezzi più limitati, più semplici, ma più vicini all’ambiente);
    7. l'impegno responsabile del cittadino, che non esclude l'opposizione democratica al danneggiamento e all’inquinamento dell’ambiente localmente e nel contesto più ampio e che, attraverso l'impegno politico a favore dell’ambiente, influisce sulla volontà politica.

    Bisogna riconoscere che è cresciuta la disponibilità del consumatore privato a vivere in modo più consapevole nei riguardi dell’ambiente. Negli ultimi dieci - quindici anni si è fatto strada nella popolazione un cambiamento di mentalità. Tuttavia, l'accresciuta consapevolezza nei riguardi dell’ambiente non è esente da contraddizioni: molte persone non sono abbastanza consapevoli di come la loro opinione politico - ecologica, assai progressista, sia in contraddizione con il loro personale stile di vita. La responsabilità verso l'ambiente comincia nella famiglia, nella gestione della propria casa, nel vicinato e nel luogo dove si abita.

    Assumersi la responsabilità della creazione significa pure porsi dei controlli e dei limiti. Ciò conduce ad attività creative, ad esempio all’impegno sociale e politico, che però deve evitare deformazioni settarie e buffonesche.

    Contemporaneamente si delineano i compiti che non devono essere assunti dal singolo, ma che certamente mirano al singolo: gli impegni formativi dello stato, delle chiese e dei gruppi sociali devono evidenziare i collegamenti, devono trasmettere modelli di vita, disponibilità all’impegno ed offrire un servizio di consulenza. Da ciò risulta chiaro che l'incremento di un nuovo stile di vita non è una questione puramente individuale e privata, ma presuppone uno sforzo da parte dell’intera società. Allo stesso tempo occorre por fine a un «negativo processo di formazione», che plasma in grande misura il comportamento dell’individuo con dei modelli discutibili, come quelli di chi avanza solo esigenze e di chi pensa solo alla propria affermazione. E’ necessario incrementare gli spazi di una pedagogia dell’ambiente e rafforzare le esperienze positive fatte in piccoli gruppi ecologicamente impegnati. L’impegno educativo deve comprendere una solida ed aperta informazione della popolazione e deve tendere ad una responsabilizzazione verso i problemi dell’ambiente, non deve dunque essere parte di un discutibile indottrinamento politico.

    Gestire l’ economia in modo compatibile con l’ ecologia

    Nessun altro settore della vita influisce così profondamente ed estesamente sulla natura e sull’ambiente come l'economia. Un gran numero di leggi e di ordinamenti degli anni passati perciò miravano a ridurre l'inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra, proveniente da questo settore. Con sorprendente capacità di adattamento le economie politiche nei paesi industrializzati dell’occidente si sono adeguate a tali limitazioni. Ma lo spaventoso aumento dei disastri mostra come tutto questo sia di gran lunga insufficiente. Per la conservazione della natura e dell’ambiente e per assicurare dei fondamenti naturali alla nostra vita è necessario un ulteriore serio impegno nell’economia.

    Nonostante che l'economia abbia dato un valido contributo, è inevitabile un radicale cambiamento di mentalità, che implica il modo di concepire il nostro sistema economico. Dopo la fine della seconda guerra mondiale è stata riconosciuta, sulla base di riflessioni fondamentali, la necessità di «un’economia di mercato sociale». Questo concetto si deve arricchire ora della componente ecologica.

    Con ciò si intende un sistema economico, nel quale la libera concorrenza comprende pure incentivi e aiuti a favore di obiettivi ecologici e tale che si inquadri in una politica ecologica che mantiene il processo economico entro limiti precisi, favorendo l'ambiente. Un simile sistema economico prevede un’autolimitazione da parte degli imprenditori e un loro comportamento coscienzioso nei confronti dell’ambiente, ma non esclude anche interventi e sanzioni nel caso di comportamenti che danneggiano l'ambiente.

    La diminuzione dell’inquinamento ambientale, l'uso parsimonioso delle materie prime e dell’energia, il reimpiego di materiali usati e di rifiuti, così come l'accelerazione del progresso tecnico nel campo della tecnologia a favore dell’ambiente divengono in tal modo «economicamente interessanti», vale a dire, in questo campo diviene possibile la realizzazione di profitti. La scarsità di beni ambientali: acqua, terra e aria deve diventare, mediante l'uso di strumenti adeguati, per quanto possibile, vantaggiosa nei prezzi e nei costi. Così le energie dinamiche del sistema economico vengono utilizzate e orientate verso il mantenimento e il miglioramento dell’ambiente naturale. Il progetto di un’«economia di mercato sociale ecologicamente vincolata» punta dunque su una capacità di adattamento del sistema economico, sulla comprensione imprenditoriale e sull’interesse ad assumere, in presenza di determinati stimoli, i compiti che servono la natura e il bene comune. Questa concezione tiene conto pure della capacita concorrenziale dell’economia sul mercato mondiale.

    Solo una modifica degli scopi politico - economici e delle decisioni corrispondenti portano a modificare le strutture, le condizioni di base e a cambiare di conseguenza il modo di agire. Perciò spetta alla formulazione di questi scopi un ruolo decisivo. Il tradizionale ordine degli obiettivi economici: «piena occupazione, stabilità monetaria, equilibrio negli scambi con l'estero, adeguata crescita economica e giusta ripartizione degli utili», deve essere ampliato all’obiettivo della «conservazione dell’ambiente naturale».

    Con ciò si sottolinea che l'economia di mercato può funzionare solo sulla base di un ambiente integro e perciò il compito ecologico deve costituire assolutamente uno scopo autentico dell’economia. In ciò si deve evitare che vengano dati all’economia falsi incentivi, dannosi per l'ambiente, e tali che la loro eliminazione poi rechi profitti. Si tratta, piuttosto, di tradurre il progetto di un’ampia responsabilità nei riguardi dell’ambiente in un contesto economico e di porre gli obiettivi politico - ambientali sul medesimo piano degli obiettivi politico- economici.

    Il dovere di proteggere l'ambiente non significa una semplice correzione cosmetica dell’ordine economico esistente, bensì un taglio radicale. Un’economia di mercato sociale, ecologicamente vincolata, non può prescindere da norme, divieti, tasse, controlli e sanzioni, se il processo economico deve adeguarsi al rispetto dell’ambiente. Chi trasgredisce simili norme deve fare i conti con punizioni consistenti (e perciò intimidatorie).

    Deve valere il più possibile il principio della causa: chi inquina l'ambiente deve assumersene le conseguenze. Mediante tasse e interventi si raggiunge in linea di principio un’ottimale protezione dell’ambiente. Quanto più alti sono i costi oppure i prezzi dei processi di produzione e il consumo di beni che non inquinano l’ambiente, tanto più forte l'appello alla responsabilità individuale sarà sostenuto dalle valutazioni economiche dei produttori e dei consumatori.

    Tuttavia a questo si deve aggiungere anche una politica di incremento programmato delle «tecnologie leggere alternative», di processi produttivi e durevoli e che risparmiano energia, di tecniche a favore dell’ambiente, di una politica di sviluppo che ha cura del paesaggio e di altre cose. In special modo si devono incrementare i posti di lavoro per mezzo del pubblico potere nel campo dell’ambiente e nei settori rilevanti dell’ambiente. Ciò è necessario tanto più che apprendisti e studenti premono già verso professioni di questo tipo, dato che, a causa della diffusa carenza di posti di lavoro, essi hanno grosse difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro. Qui non si tratta di «gonfiare la burocrazia dell’ambiente», ma di contribuire alla politica del mercato del lavoro mediante l'incremento di occupazioni pratiche e pianificate.

    Un’economia, ecologicamente orientata, dovrebbe prevedere pure progetti economici auto - organizzati, come programmi ed esperimenti di «gestione alternativa delle risorse», dando rilievo a forme di imprese piccole, controllabili e rispettose dell’ambiente. Da questi derivano spinte innovative notevoli, alle quali la nostra società non deve rinunciare. Lo studio dell’ EKD sulla disoccupazione (1982) sottolinea: «Gli spazi liberi di un’economia di mercato sociale possono essere senz’altro utilizzati per la prova di nuove forme di lavoro e di imprese da parte di coloro che si assumono questo rischio».

    Al contrario sono da respingere le richieste che propongono un sistema economico alternativo, che reca in sè il rischio di non attivare completamente i meccanismi economici, di dare fiducia esclusivamente a forme di economia ridotte e parziali oppure ad una gestione burocratica dei processi economici con obiettivi ecologici. Qui si tralascia di considerare che anche le economie centralizzate finora non hanno quasi mai offerto soluzioni alla problematica dell’ambiente. Da una simile via d’uscita che evita, in ultima analisi, gli obiettivi conflittuali della nostra economia, in quanto si limita unicamente a singoli obiettivi ecologici, ci si deve attendere conseguenze sociali e politiche preoccupanti e successi ecologici limitati.

    Un globale orientamento ecologico della politica

    L’esigenza di una politica ecologica globale deriva dalle carenze e dagli insuccessi dei provvedimenti politici finora adottati nei riguardi dell’ambiente, i quali intervengono contro l’inquinamento e i danni ambientali con singole misure settoriali e regolamenti di difesa specifici, e che per lo più mirano ad un successo immediato, legati come sono alla provvisorietà. Qui è indispensabile un radicale cambiamento di mentalità: un’azione di politica ecologica globale deve portare anche a tenere presente la situazione complessiva a medio termine per quanto riguarda l'insieme degli effetti diretti e collaterali.

    Anche le già menzionate richieste di un nuovo stile di vita e di una economia compatibile con l'ecologia sono da svilupparsi solo sulla base di un tale riorientamento ecologico globale. Sicuramente questi regolamenti specifici, l’azione pragmatica dello stato e dei comuni sono stati indispensabili di fronte allo sviluppo rapido dei danni degli ultimi anni, in situazioni in cui occorreva decidere immediatamente. Le successive proposte e richieste, rappresentando per lo più una pretesa eccessiva nei confronti della politica costretta ad agire, non sembravano nè realizzabili, nè praticabili.

    Le richieste massimali hanno contribuito di fatto ad aggravare, piuttosto che a facilitare, le esigenze di una politica ecologica a lungo termine. Diversamente da quanto avviene di solito nella politica, la politica ecologica dovrebbe essere innanzitutto l'arte della necessità e solo successivamente l'arte del possibile. Il progetto qui esposto di una politica ecologica globale si limita alle riflessioni di base, evita dunque le ricette per l'agire pratico. Si riduce a quattro compito della politica: indicazione di dati di base, sviluppo, regolamento delle competenze e garanzia di un sistema di salvaguardia.

    Il compito di stabilire dei dati di base

    Nei singoli settori della politica è necessario un processo di riorientamento, che comporta un conseguente allontanamento dal modo di considerare la natura esclusivamente come oggetto di uso e sfruttamento. Esiste perciò il dovere di porre dei dati di base, che si orientino negli obiettivi seguenti:

    1. riconoscere il valore proprio della natura, conferire alla natura un proprio diritto di esistere nel senso della sopramenzionata co-creaturalità, mantenere la molteplicità delle specie e del patrimonio naturale;
    2. limitare le esigenze umane di consumo nei confronti della natura e avere rapporti responsabili con la limitatezza delle risorse utilizzabili;
    3. uguale partecipazione di tutti gli uomini, dei diversi strati sociali e delle diverse nazioni, alle prestazioni e ai beni della natura.

    Il dovere dello sviluppo

    Gli interventi per lo sviluppo vanno intesi come investimenti programmati per il mantenimento della vita nel mondo creato da Dio. Nonostante la rapida escalation dei danni degli ultimi anni, il progetto di uno sviluppo programmato è passato in secondo piano. Le spese in difesa della natura e dell’ambiente devono essere concepite maggiormente nell’ottica del «buon investimento effettuato nella natura». Una politica globale nei riguardi dell’ambiente deve quindi concretizzarsi più chiaramente nei provvedimenti per lo sviluppo.

    In questo contesto è necessario:

    1. un deciso incremento di una tecnica più adeguata ed intelligente possibile (tecnica leggera rispetto a quella pesante, incremento delle cosiddette «tecnologie alternative»), che nel suo insieme tenga presenti i limiti della natura;
    2. incrementare quelle forme alternative di vita, che rappresentano un contributo significativo per l'intera collettività;
    3. incrementare professioni (sviluppo dell’educazione) e posti (creazione di posti di lavoro in settori pubblici, che comprendano tra i loro compiti la protezione dell’ambiente e la cura del paesaggio), che devono aiutare nell’adempiere il compito di intensificare maggiormente l'attuazione di obiettivi politici nei riguardi dell’ambiente;
    4. favorire ogni sforzo economico per sviluppare strumenti economici adeguati a favore di un’«economia di mercato sociale ecologicamente vincolata».

    Il compito di regolare le competenze

    Ad un retto ordinamento delle competenze spetta un compito particolarmente importante. L’attuale gestione settoriale dei problemi ambientali, come pure le politiche specifiche e corporative che offrono soluzioni ai problemi attraverso la settorializzazione e la specializzazione, derivano da provvedimenti legislativi che non sono in grado di garantire una sicurezza complessiva di base a lungo termine. Essi al contrario, sottomessi a ristretti interessi di sfruttamento, portano a danni irreversibili. Occorre perciò osservare i seguenti punti:

    1. E’ necessario regolare in modo nuovo le competenze, gli incarichi e i poteri (ad esempio le amministrazioni competenti e le relative pianificazioni) e sopprimere sia gli attuali contrasti, sia le iniziative individuali ed anche i rapporti di concorrenza, coordinando le attività amministrative.
    2. Sul piano internazionale (specialmente nella CEE) bisogna creare competenze e meccanismi decisionali più flessibili.
    3. Considerando i rapporti esistenti all’interno del sistema, si richiedono settori con competenze precise e coordinate. Devono essere rafforzate politicamente attività a ciò finalizzate, quali: ordinamento del territorio, protezione dell’ambiente, cura del paesaggio e salvaguardia della natura. Ciò non è possibile senza strumenti adeguati. Perciò sono necessarie procedure e l'utilizzo di strumenti di alto valore tecnologico, come pure l'esame di tollerabilità ambientale con provvedimenti pubblici e privati.
    4. Un orientamento generale della politica in senso ecologico significa un maggiore orientamento all’ecologia di ciascuna pianificazione, come pure il cambiamento della politica e del modo di amministrare. Perciò la politica di sviluppo deve considerare con maggiore attenzione la particolarità e la specificità dei paesaggi e di luoghi particolari. Con ciò si deve giungere a che lo sviluppo territoriale non persegua ovunque i medesimi livelli ed obiettivi, e quindi, di fronte a spazi diversi, si garantisca una razionale ripartizione delle singole funzioni.

    Il compito di una gestione parsimoniosa

    Pur nella necessità di tener presenti nello stesso tempo tutti gli aspetti del problema, tuttavia in nessun altro punto si manifesta la necessità di una pianificazione ampia ed estesa, in modo così chiaro come nel sistema di salvaguardia e, in particolare, di salvaguardia dell’acqua potabile e dell’energia. E’ chiaro che garantire l'energia non comporta solo questioni tecniche, economiche, ecologiche, bensì anche problemi di politica interna, di politica sociale, di psicologia sociale, ecc. Anche in questo senso occorre una politica ecologica globale.

    E’ indispensabile:

    1. un’utilizzazione più razionale delle limitate risorse naturali, vale a dire: utilizzazione totale, reimpiego dopo l'uso, utilizzo del calore di scarico e dell’energia finora sprecata, limitazione ad un uso strettamente necessario, anche per l'intera economia;
    2. un razionale, parsimonioso impiego delle risorse naturali e la valutazione programmata degli effetti collaterali e delle conseguenze.

    II compito delle chiese e delle comunità

    I cristiani debbono dare il loro contributo a mantenere e migliorare le condizioni di vita nel nostro paese e nel mondo in modo molto più deciso e attento di quanto abbiano fatto finora. Singoli cittadini, scienziati, tecnici, imprenditori e politici si attendono a ragione che le chiese non li lascino soli nel loro impegno per garantire un futuro. Chiamate ad essere responsabili per la salvezza di ciascuno nell’altro mondo, le chiese non possono esimersi dal sentirsi responsabili anche per questo mondo. In base alla concezione che le chiese hanno di se stesse, si può indicare un quadruplice contributo che esse possono offrire: la luce della verità, la forza all’impegno morale, il ministero della riconciliazione tra posizioni e interessi contrastanti, la speranza...

    La fede nel Dio creatore, salvatore e destino finale del mondo incide profondamente ed efficacemente sul pensiero e l'opera dell’uomo. Proprio l'accusa, secondo cui le chiese avrebbero nascosto colpevolmente la luce della verità sulla creazione sotto il moggio o avrebbero acceso nei secoli la falsa luce del dominio sul mondo che permette lo sfruttamento, conferma indirettamente l'importanza che viene attribuita all’orientamento o al disorientamento spirituale e morale.

    La vera risposta a una simile, non del tutto infondata, critica può essere solo quella che le chiese devono proclamare in maniera più chiara e comprensibile la loro dottrina sull’uomo immagine di Dio e sul mondo opera del Creatore, farsi ascoltare e annunciare in modo plausibile e credibile, anche oltre la cerchia dei cristiani, quella responsabilità morale che deriva dalla fede.

    La predicazione e la catechesi, il canto e la preghiera, tutto dovrebbe portare a comprendere il primo articolo della fede, in modo da porsi davanti alla natura con meraviglia lodando il Creatore e in modo da giungere a un rapporto con la natura che vada molto al di là della visione razionale -utilitaristica. Nel nostro paese, in particolare, sono numerose le occasioni che potrebbero essere utilizzate per tale scopo: celebrazioni eucaristiche e prediche, catechismo parrocchiale e formazione degli adulti, facoltà teologiche ed accademie, convegni ecclesiali e congressi scientifici.

    Le chiese devono mobilitare tutte le forze disponibili non solo nei confronti dell’opinione pubblica, ma anche nel dialogo specialistico con scienziati e con i responsabili della politica e dell’economia. Noi cristiani, di fronte al problema di bruciante attualità circa la sopravvivenza dell’umanità e del mondo e all’amara esperienza fatta sotto il Terzo Reich, dobbiamo ricordarci che si può divenire colpevoli anche tacendo e agendo in modo inconcludente.

    Sarebbe troppo poco ravvivare la responsabilità morale con la luce della verità. Le chiese, oltre a ciò, hanno il dovere e l'esperienza storica di spingere perchè questa responsabilità diventi concreta. Se non lo fanno le chiese, chi aiuta mai i dotati di buona volontà a non arrendersi rassegnati di fronte alle immani difficoltà?

    La buona volontà ha bisogno di spazi adeguati per il suo esercizio e di vie percorribili per dare un futuro al paese. Per quanto modesti possano apparire gli inizi – l'esercizio delle virtù quotidiane nei gruppi, nelle comunità e nei movimenti –, tuttavia i frutti a lungo termine possono essere significativi, come eloquentemente dimostra la storia del cristianesimo.

    La creatività culturale degli ordini nell’antichità e nel medioevo, il servizio e l'assistenza delle comunità cristiane, come pure il movimento sociale negli ultimi cent’anni, l'opera pionieristica delle chiese tedesche dopo la seconda guerra mondiale negli aiuti per lo sviluppo, sono esempi che spingono le chiese ad assumere, nella forza della fede cristiana, anche le sfide più pressanti di oggi: il problema ecologico e i problemi ad esso collegati della crescita demografica e della povertà di massa nel terzo mondo.

    Essere vicini come comunità e organizzazioni a quello che è l’habitat vitale primario di gran parte della popolazione rappresenta un’occasione eccezionale per le chiese nella nostra società, tuttora impregnata dal cristianesimo. Il fatto che siano uscite dall’occidente cristiano e si siano propagate in tutto il mondo, tra l'altro, ideologie che nel nostro secolo hanno contribuito in maniera determinante a compiere delle devastazioni disastrose per le condizioni della vita, costituisce un motivo in più perchè le chiese tedesche si assumano la loro responsabilità

    Pertanto il modo di comportarsi delle chiese e delle comunità locali come proprietarie o dirette coltivatrici di fondi agrari, padrone o amministratrici nei confronti dei contadini dovrà essere esemplare nell’impegno formativo ed educativo, se non vogliono perdere il loro credito. La simpatia per il movimento francescano, la vasta presenza di gruppi e di iniziative civiche ecologiche nell’ambito delle chiese, lo stabilire alcuni incaricati per l'ambiente e la celebrazione del creato nelle liturgie, non dovrebbero lasciare a lungo una coscienza tranquilla, convinta di aver compiuto il proprio dovere di cristiani.

    Perciò i collaboratori ecclesiastici e le istituzioni della chiesa dovrebbero agire in maniera esemplare. Alcuni esempi possono essere quelli di limitare l'uso dell’auto anche nei viaggi di ministero preferendo i mezzi pubblici, la rinuncia all’uso dei diserbanti chimici nei giardini e nei terreni, norme più severe per il risparmio di energia negli edifici ecclesiastici, una raccolta delle immondizie secondo i vari tipi per consentire il riutilizzo dei rifiuti.

    Infine le chiese e le comunità locali possono e devono compiere il ministero della mediazione e della riconciliazione fra i fronti. Annunciando il Vangelo esse possono contribuire ad approfondire e andare alla sostanza dei problemi, cosicchè i gravi problemi reali come quelli delle materie prime, dell’energia, dell’ambiente e della crescita demografica non vengano trattati con pregiudizi e per contrapposizioni, secondo le ideologie, e neppure vengano lasciati cadere per rassegnazione e scetticismo, ma si giunga a porsi concretamente la domanda fondamentale: in base alla volontà del Creatore che si deve fare dell’uomo e della terra? Legate al comando della fede, le chiese potrebbero essere meno legate al parere e all’approvazione dei loro membri o all’influsso di simpatizzanti. com’è dei partiti democratici che periodicamente devono sottoporsi a nuove elezioni e com’è delle associazioni degli industriali o dei sindacati che devono rappresentare gli interessi di specifici gruppi sociali.

    Ci si attende quindi che le chiese si facciano l’avvocato dei più deboli e dei più poveri: i molti che non sono organizzati secondo interessi, i popoli del terzo mondo che devono essere per le chiese altrettanto importanti e vicini come i cristiani che sono in patria; soprattutto essa deve dar voce alla creazione minacciata. Non solo è conveniente, ma è addirittura un dovere che le chiese buttino sul piatto della bilancia con forza e con intelligenza questa loro libertà perchè, in mezzo alla difficile lotta dei problemi quotidiani, vinca il diritto di tutti gli uomini e il valore di ogni creatura. Per svolgere un ruolo di questo genere attualmente le chiese e le comunità non sono abbastanza preparate. Occorre che ogni giorno di più si rendano conto del loro dovere, ma esse devono ormai anche darsi da fare concretamente.

    L’importante comunque e che le chiese e le comunità locali comunichino speranza e mostrino chiaramente come non ci si può lasciar frenare nell’assunzione delle proprie responsabilità per le creature di Dio da paure apocalittiche, ma piuttosto, nella fiducia della parola divina, si lascino scoprire e crescere quelle forze creatrici che sono nell’uomo. Nel Credo i cristiani proclamano: «Credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra».

    L’intera cristianità crede nel Creatore che ha creato tutto quanto, «cielo e terra» e quindi anche l'uomo con la terra suo «habitat naturale». Con ciò i cristiani riconoscono il diritto di Dio sul mondo e credono nella promessa che il Creatore e anche per sempre conservatore e salvatore. Chi proclama questo enunciato della fede fa distinzione tra creatore e creatura e, nella sottomissione a Dio, mantiene unite le due realtà. La creazione è soggetta al divenire e ad esser distrutta. I pericoli per essa sono le forze distruttive e la potenza del peccato.

    Noi oggi ci opponiamo alla minaccia della distruzione della natura e dell’uomo se siamo disposti a guardare il mondo senza pregiudizi. Da un simile modo di vedere derivano compiti e doveri etici, per svolgere i quali abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Perciò noi preghiamo per la conservazione del mondo e speriamo nella redenzione di tutte le creature. I cristiani pregano con il salmista: «Del Signore e la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti. E’ lui che l’ha fondata sui mari e sui fiumi l'ha stabilita» (Sal 24,1.2).

    Dott. Eduard Lohse presidente del Consiglio della chiesa evangelica tedesca -1985

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