Piccolo Corso Biblico

Lazzaro.
Letture
        


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La nascita definitiva


In questa rivelazione privata G.Polo racconta la sua esperienza di pre-morte

Le persone religiose si accostano a questi racconti perchè vedono in essi un miracolo e di conseguenza credono , fondano la loro fede su queste rivelazioni private. Seguire i miracoli non porta alla fede in Gesù , anzi chi cerca i miracoli può anche non giungere mai alla fede nella Parola, come dimostra la storia della salvezza.

Le persone di fede - coloro che credono alla Parola di Gesù e la fanno- proprio perchè credono in Lui, pienezza della Rivelazione divina, possono vedere in questi segni privati l'opera salvifica di Gesù che già conoscono ( per contro possono anche vedere la falsità del segno ).

Nel racconto si comprende chiaramente come la persona - nella piena esperienza di Gesù vivente ( voce, presenza di Amore, etc. ) - si autogiudica , in base alla Parola ( in questo caso Gloria conosceva solo i 10 comandamenti del catechismo).

E' la persona stessa che vede CHI (quale donna) è diventata e si autocolloca dove in realtà essa già si trova, cioè lontana/separata da Gesù.

Nel segno della sua rianimazione/guarigione -operata da Gesù- i credenti possono vedere ciò che già conoscono per fede, la potenza e sapienza di Gesù , la sua volontà salvifica universale, la nuova nascita di chi giunge alla fede in Lui che è guarigione dalla morte e introduzione nella Vita .

Intervista ad Alberto Maggi , biblista a cura di Paolo Bartolini megachip.globalist.it

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1) Ritengo che, al di là di qualsiasi evoluzione possibile nell'interpretazione del Nuovo Testamento, i dogmi centrali del Cristianesimo siano destinati a rimanere tre: l'Incarnazione, la Trinità e la Resurrezione. L'impressione è che, per la maggior parte dei credenti, l'ultimo rappresenti un punto nevralgico per accogliere il messaggio di Cristo e farlo proprio. D'altronde la questione è così delicata e controversa che anche San Paolo giunse ad affermare in modo categorico: "Se Cristo non è risorto, la nostra fede è vana". Tu ripeti spesso che la vita eterna non riguarda il bios ma la zoè; questo cosa comporta per coloro che sembrano cercare nella resurrezione quasi esclusivamente la certezza di una sopravvivenza individuale?


La filosofia greca era la cultura dominante ai primi tempi del Cristianesimo e ne ha profondamente intaccato il genuino messaggio. Mentre Gesù ha parlato di risurrezione dei corpi, i Greci credevano nell'immortalità delle anime, che con la morte della persona tornavano nel luogo d'origine, i cieli.

Purtroppo il messaggio cristiano è stato inquinato da queste idee filosofiche estranee all'insegnamento degli evangelisti. Nei Vangeli non si parla della sopravvivenza di un'anima che si separa definitivamente dal corpo, ma della continuità di vita della persona.

"La vita non è tolta, ma trasformata"
recita il prefazio dell'eucaristia per i defunti, uno dei testi più antichi di tutto il messale.

È la vita stessa della persona che, trasformata, continua verso una pienezza senza fine.

Noi siamo soliti contrapporre la vita e la morte, ma non è esatto. C'è la nascita e poi la morte, entrambe tappe fondamentali dell'unica vita che continua per sempre. Per questo la morte non è una fine ma un inizio (i primi credenti la chiamavano "il giorno natalizio"), essa non distrugge la persona ma ne libera tutte le capacità d'amore che aveva racchiuse e che nel breve corso dell'esistenza terrena non potevano affiorare.

La morte non limita la persona ma la potenzia, come il chicco di grano che una volta caduto in terra trova le condizioni ideali per trasformarsi in spiga.

2) Gesù Cristo, secondo il racconto dei Vangeli, risorge ma non rimane come un immortale in mezzo ai suoi discepoli. La sua presenza tra gli uomini prende invece la forma di una rinnovata capacità d'amare, che moltiplica solidarietà, giustizia e condivisione con gli altri (nella gioia e nel dolore). La comunione esprime al massimo grado questa presenza vivificante. Se la mia premessa è corretta, pensi che una comprensione solo simbolica e non letterale della Resurrezione possa guadagnare, con il tempo, un suo spazio nel mondo cristiano senza attirare scomuniche e facili accuse di eresia?

Tra la comprensione "simbolica" e quella "letterale" della Risurrezione del Cristo, c'è quella "reale". Il messaggio degli evangelisti, che non intendono trasmettere una cronaca ma una verità di fede, è che Gesù Cristo è realmente risorto e continua a vivere: Egli è il Vivente e il vivificante della comunità.

Quanti accolgono il suo messaggio e orientano la propria vita a servizio degli altri sperimenteranno la presenza del Cristo nella loro esistenza.

L'esperienza del Risorto, infatti, non è un privilegio concesso duemila anni fa a qualche centinaio di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi. Non è riservata ad anime elette, ma a tutti coloro che saranno capaci di farsi pane, alimento di vita per gli altri, come i primi discepoli che riconobbero il Cristo
"nello spezzare il pane".

3) Gesù ha opposto tenacemente, mediante il suo straordinario esempio di vita, la fede autentica alla religione istituzionalizzata (qui intesa come organizzazione gerarchica di riti, norme e credenze, incline al potere e al controllo degli esseri umani mediante il concetto di peccato). Non stupisce, allora, che secondo le parole stesse del Vangelo nessuno abbia assistito direttamente all'atto della resurrezione. Difatti, come ci ricorda lo psicoanalista Gaetano Benedetti, la resurrezione non è, diversamente da altri eventi attinenti alla vita di Gesù, un episodio che si ponga sul piano comune dei fatti storici. Difatti, se lo fosse, all'uomo non si chiederebbe alcun atto libero di fede e la Verità si imporrebbe a tutti come evento mondano innegabile e inconfutabile. Qual è quindi, rispetto alla resurrezione, il ruolo giocato dalla libertà umana nell'adesione a questo mistero?

I discepoli, paradossalmente, erano più delusi della risurrezione del Cristo che della sua morte. Se Gesù era morto, voleva dire che si erano sbagliati sul Messia, perché questi non poteva morire, e c'era da attenderne un altro. Se invece Gesù era risorto voleva dire che i sogni di gloria della restaurazione della monarchia d'Israele e del suo dominio sui popoli pagani erano definitivamente tramontati. Pertanto la risurrezione non è frutto di una speranza o di un'attesa dei discepoli, ma l'esperienza di una comunità che si è ritrovata vivo colui che avevano abbandonato cadavere su una croce.

E se nessun evangelista descrive la risurrezione di Gesù (l'immagine tradizionale con il Cristo trionfante che esce dal sepolcro, con le guardie tramortite, non è infatti nei vangeli ma in un testo apocrifo, il "Vangelo di Pietro"), tutti indicano come poterlo sperimentare risorto nella propria esistenza, attraverso la pratica del messaggio di Gesù.

4) Quando muoiono i nostri cari il dolore è qualche volta sordo, altre straziante, comunque difficilmente sopportabile. Come ci insegna la psicologia moderna nelle prime fasi l'elaborazione del lutto non può prescindere da una dose massiccia di sofferenza, di rabbia e di desiderio di riavere con noi chi se ne è andato. Cosa ti senti di dire a chi attraversa questa esperienza di perdita e non riesce, per indole o per cultura, a ritenere plausibile il messaggio tradizionale che la Chiesa per secoli ha dato in merito alla Resurrezione?

Forse occorre un poco rinfrescare il messaggio tradizionale. La risurrezione non è alla fine dei tempi.
Se quando muore una persona cara per consolarci ci dicono che risusciterà, questo non solo non ci è di conforto ma ci getta nella profonda disperazione. È ora che ci manca la persona cara, che ci interessa riaverla alla fine dei tempi quando anche noi a nostra volta saremo morti e risorti!

Per questo Gesù afferma che Dio non è dei morti ma dei vivi. Non un Dio che risuscita i morti ma un Dio che ai vivi comunica la sua stessa Vita, e quando la vita procede da Dio, essa è indistruttibile. Per questo la morte non è una nemica che ci strappa da questa vita, ma come aveva intuito Francesco d'Assisi, "Sorella morte", l'amica che ci introduce nella dimensione piena e definitiva dell'esistenza.
Non si muore mai, si nasce due volte e la seconda è per sempre.


5) Il monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh ritiene, in piena coerenza con il messaggio originario del Buddha, che ciascun essere sia immerso nella corrente della Vita e, dunque, sia soggetto ad una metamorfosi continua. Una madre, un padre, un partner che non ci sono più, in realtà hanno solo cambiato forma, perché in fondo nulla nasce e nulla muore, bensì tutto diviene e si trasforma. I nostri cari possiamo ritrovarli e accarezzarli nel vento, in un fiore, in un raggio di sole, insomma nelle loro nuove manifestazioni. Come senti queste parole alla luce della tua fede in Cristo risorto?

Vento, fiori, raggi, tutto mi parla certamente di Dio che è in tutte le cose, e chi ha occhi per vedere si accorge di essere inserito in un oceano d'amore dove tutto è un riflesso dell'amore di Dio. Ma noi con la morte non veniamo assorbiti in Dio, perché è Dio che è venuto ad abitare in noi.

Non torniamo "alla casa del Padre", perché il Padre è venuto ad abitare in noi, non andiamo in "cielo" perché il cielo è dentro di noi e ha reso eterna, cioè indistruttibile, la nostra vita.


L'amore, con il quale il Padre ama i suoi figli, non ha limiti né scadenze e la morte non lo interrompe, ma lo rende ancora più potente, perché cadono le barriere che nell'uomo ostacolavano la ricezione di questo amore. L'amore di Dio è eterno, come la vita che trasmette agli uomini. Pertanto, no, non diventeremo raggi, vento o fiori, ma continueremo a essere quel che siamo, quel che abbiamo vissuto e amato e collaboreremo all'azione creatrice del Padre comunicando vita e amore.


6) Questa è la parte più difficile da intendere, almeno per quanto mi riguarda. Puoi aiutarmi a comprendere cosa intendi con "continueremo a essere quel che siamo"? In che modo chi è morto sul piano biologico continua a partecipare, come tu dici, all'azione creatrice del Padre? Sai bene che questo punto solleva delicate questioni sul piano intellettuale. Soprattutto: che forma avremo assunto per agire insieme a Dio comunicando vita e amore?

La vita dell'essere umano è una continua trasformazione, si muore continuamente a quel che si è e si diviene nuovi, ci si trasforma pur rimanendo gli stessi. Possiamo comprendere questo attraverso una foto che ci ritrae da bambini. Certamente ci riconosciamo, siamo gli stessi, ma di quel bambino che è stato fotografato in noi non c'è più nulla... tutto si è mutato e trasformato, i capelli, la pelle, le ossa, tutto... eppure siamo lo stesso essere di allora.

Con la morte c'è la trasformazione finale della propria esistenza, e al deperimento del corpo si contrappone la crescita rigogliosa dello spirito, come scrive Paolo ai Corinti: "Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro [uomo] interiore si rinnova di giorno in giorno"

Gli autori del Nuovo Testamento hanno potuto esprimere questa verità solo rifacendosi a immagini della natura, della semina, della crescita e della trasformazione, come Giovanni che nel suo vangelo parla del chicco che incontrando la terra sviluppa tutte le sue energie, o Paolo che nella Prima Lettera ai Corinzi, trattando della risurrezione scrive: "Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere: Dio gli darà un corpo come vuole, a ciascun seme il proprio corpo. Così anche la risurrezione dei morti: si semina nella corruzione, si risorge nell' incorruttibilità; si semina nello squallore, si risorge nello splendore; si semina nell' infermità, si risorge nella potenza; si semina un corpo naturale , risorge un corpo spirituale ".


Alberto Maggi: La forza della fede dopo la morte di un caro. 9 gennaio 2015 Tv2000.it


“La resurrezione dei vivi ”P. Alberto MAGGI 2011-Trascrizione da audioregistrazione non rivista dall'autore- www.studibiblici.it

" Iniziamo subito dicendo una cosa: Gesù non ci ha liberati dalla paura della morte (altri filosofi hanno fatto questo). Gesù ci ha liberati dalla morte.

E' questo il tono, il tema dell'esposizione che faremo in base all'insegnamento della Buona Notizia . Partiamo da un'esperienza comune che è la morte di una persona cara. E' un dramma che a volte segna per sempre l'esistenza delle persone ma la tragedia della perdita diventa ancora più tremenda a causa delle errate convinzioni che accompagnano la morte, specialmente negli intenti consolatori di parenti, amici, conoscenti e di quella categoria, assolutamente da evitare in caso di lutto, quella delle persone pie, delle persone religiose.. fuggitele come la peste, sono devastanti! Loro sanno tutto della volontà di Dio!

Al momento del lutto tutto quello che ci circonda ci interroga: dove sono i nostri cari? Come sono? Ci riconosceremo? Che fanno? E' sufficiente la risposta che i nostri cari stanno in cielo e contemplano il Signore e godono del riposo eterno?

Lo sappiamo: il tempo del lutto non è il tempo delle parole ma del silenzio. Quale parola infatti può consolare chi vive il lutto? Ogni frase, anche se formulata con le più buone intenzioni, sarà sempre inadeguata e inopportuna. In questi casi c'è solo da “piangere con chi piange”, da avvolgere con affetto, comunicare loro quella vita che sentono che è stata loro strappata. Solo dopo qualche tempo può venire il momento del dialogo. Dicevo che le persone da tenere lontane sono le persone “pie”, che su tutto hanno già una sentenza, una verità preconfezionata, sono coloro che alla persona distrutta dal dolore sentenziano: “il Signore l'ha chiamato”, “il Signore l'ha preso”(immaginate che consolazione!..)

Ancora - e l'ho sentito spesso, specie per una persona giovane - :“era già maturo per il Paradiso”. Se poi si tratta di un bambino: “i fiori più belli li vuole il Signore”, come se Dio fosse un giardiniere pazzo che strappa i fiori che piacciono a noi per lui. “I più buoni li vuole con sé”. Possiamo continuare con “è volontà di Dio”, “accetta la croce che Dio ti ha mandato”,“è il Signore che pota” e via di seguito. Allora, adesso prendiamo tutte queste sciocchezze, le gettiamo nel contenitore senza fondo dello stupidario religioso e veniamo alla luce del messaggio del Signore.

Per prima cosa vediamo di correggere un po' il linguaggio. Il linguaggio è importante perché normalmente esprime quello che pensiamo. Di solito si contrappone la vita alla morte: questo è già il primo errore da evitare. Non c'è infatti da contrapporre la vita alla morte ma la nascita alla morte che sono entrambi aspetti importanti della vita dell'individuo. Nelle due fasi c'è una nascita e una morte.

C'è un momento nella vita del bambino ancora nel seno della madre che se vuol continuare a vivere deve “morire” a tutto quello che è per aprirsi ad un mondo nuovo. Tutte quelle esperienze che nella sua incompletezza a lui sembrano piene, sfociano in una meraviglia e soltanto nascendo troverà e sperimenterà l'amore, l'affetto dei genitori, la luce e tutto quello che appartiene all'umanità.

Anche nella nostra esistenza arriva un momento che, se vogliamo continuare a vivere, abbiamo bisogno di una nuova nascita. Ecco perché nella saggezza dei primi cristiani il giorno della morte veniva chiamato il “giorno natalizio”, il giorno della nascita.

Non si muore ma si nasce due volte e la seconda nascita è per sempre. La morte non solo non interrompe la vita ma è quel momento importante che permette alla vita di fiorire in una forma nuova, completa e definitiva.

Quindi la vita non cessa con la morte ma entra nella sua vera e definitiva dimensione. Nella nostra vita terrena percepiamo solo dei frammenti dell'amore infinito del Signore ma lo sperimenteremo in pienezza attraverso la morte, proprio come il bambino che nel seno della madre ha potuto percepirne l'amore ma soltanto morendo a quello che era lo ha potuto sperimentare in pienezza. Nel Nuovo Testamento il termine vita si scrive con due termini greci che è importante conoscere.

Si parla di vita come “bios” da cui la parola biologia che conosciamo tutti e si parla di vita come “zoe”. E' importante questa distinzione.

Bios è la vita che per crescere deve ricevere nutrimento.
Zoe è la vita definitiva che per crescere deve nutrire
.

Nella nostra vita noi dobbiamo nutrirci per alimentare la nostra carne ma, per far crescere quella Vita che poi durerà per sempre, dobbiamo alimentare gli altri. Quindi

nell'uomo che orienta la propria vita al bene degli altri inizia un processo di trasformazione e fa sì che quella vita che è unicamente umana, biologica, (bios) confluisca nella vita divina (zoe) , quella destinata a durare per sempre e che viene chiamata vita eterna.

Non basta essere viventi, bisogna che siamo Vitali! Se siamo viventi, questa vita ha un inizio e avrà una fine. Se siamo vitali noi non faremo l'esperienza della morte.

Ogni scelta positiva che noi saremo capaci di compiere nel corso della nostra esistenza, libererà in ognuno di noi delle capacità di amore che rimarranno per sempre e saranno capaci di realizzare il progetto del Creatore che ci regala una vita eterna, non tanto per la durata, ma per la qualità che è indistruttibile.

I primi cristiani non credevano nella resurrezione dei morti ma in quella dei vivi. Credevano che il Signore non risuscitava i morti ma comunicava ai vivi una vita di una qualità tale capace di superare la morte. Questa convinzione era talmente radicata che S.Paolo può affermare che essi sono già risuscitati. Nella lettera agli Efesini Paolo dice che “Con Lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli” e sta parlando dei vivi.

I primi cristiani credevano nella risurrezione dei vivi, cioè in una vita di una qualità tale pari a quella dei risorti. Non avevano paura della morte perché sapevano che la morte non l'avrebbero sperimentata.

Nei libri apocrifi, ad es. nel vangelo di Filippo, si legge “se non si risuscita mentre si è ancora in vita, morendo non si risuscita più” .Nel vangelo di Tommaso si legge “i morti non sono vivi e i vivi non morranno”. Questa è la fede della prima comunità cristiana ed è di questa fede che noi ci dobbiamo riappropriare per avere con la morte un rapporto diverso, un rapporto evangelico.

La vita eterna si chiama così non per la sua durata infinita ma per la qualità che provenendo da Dio è indistruttibile. Gesù parlando della morte cambia il concetto esistente nel mondo ebraico che credeva che ci fosse la vita poi la morte e poi, come premio per il buon comportamento dei giusti, ci sarebbe stata la vita eterna.

Per Gesù la vita eterna non è un premio nel futuro ma una condizione nel presente. Già in questa vita ci può essere una condizione tale che può essere considerata eterna.

Quando parla di vita eterna Gesù non adopera mai i verbi al futuro. Non un premio futuro per chi si è comportato bene ma la condizione presente per chi accoglie il messaggio di Gesù e con lui e come lui collabora al bene dell'umanità. Possiamo così comprendere altre espressioni di Gesù: “chi mangia la mia carne ha la vita eterna” cioè chi si assimila a Gesù e vive di Lui ha già la vita eterna. Oppure dice ancora: “chi osserva la mia parola non morirà mai”. Chi, come Gesù, si fa pane, alimento per la vita degli altri, ha come Cristo una vita capace di superare la morte.

Vediamo ora nel concreto dove Gesù si appropria del concetto ebraico di Risurrezione e ne cambia il significato.

C'è, nel Vangelo, un episodio drammatico molto conosciuto la morte di un amico di Gesù: la morte di Lazzaro. Lazzaro è già morto da quattro giorni (quindi morte definitiva) e, quando arriva, Gesù viene investito dai rimproveri della sorella di Lazzaro, Marta: “Signore se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”.(Gesù sembra essere assente nei momenti importanti, nei momenti del bisogno) Marta si sfoga con Gesù che le risponde che suo fratello risusciterà. Marta si dimostra seccata: “Lo so che risusciterà nell'ultimo giorno”.

Quando si è nel lutto, non è certo una consolazione sapere che il defunto risusciterà alla fine dei tempi.. Questo non solo non consola, ma getta nella disperazione. E' infatti “adesso” che manca la persona cara, è “adesso” che la si vorrebbe vedere, abbracciare e toccare.

Marta avrebbe voluto un intervento per prolungare un poco la vita del fratello. Gesù afferma: “Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me anche se muore vivrà”. Egli rivendica qui la pienezza della condizione divina. Io sono. E' il nome di Dio nell'Antico . Non “io sarò”. Gesù assicura Marta che chi crede anche se muore vivrà. Alla comunità che piange uno dei suoi componenti defunto dice che chi dà adesione al comportamento di Gesù - e dare adesione non significa accettare delle dottrine - cioè se ha orientato la vita al servizio del bene degli altri, anche se muore continua a vivere. Quindi la prima importante affermazione è che se anche noi vediamo un cadavere, sappiamo che la persona che ha fatto del bene continua a vivere.

Ai viventi Gesù dice “chiunque vive e crede in me non morirà mai”.

Bisogna prendere sul serio queste parole.

Noi che siamo vivi e orientiamo la vita al bene degli altri non faremo l'esperienza della morte. Gesù ci libera dalla morte. Noi non moriremo. Saranno gli altri che un giorno ci vedranno cadaveri ma noi non ne faremo l'esperienza.


Dicono gli scienziati che ogni giorno muoiono in noi milioni di cellule ma noi non ce ne accorgiamo. Ce ne accorgiamo a distanza di tempo perché non vediamo più in noi quella freschezza ed elasticità della gioventù. Arriverà un giorno in cui tutte le nostre cellule cesseranno di esistere ma noi non ne faremo l' esperienza. Quindi i nostri cari non hanno sperimentato la loro morte. Siamo noi che l'abbiamo vista, l'abbiamo sofferta ma loro non se ne sono accorti, non hanno sperimentato il momento della morte.

Un altro interrogativo inquietante che ci poniamo è dove sono e come sono i nostri defunti? E' il Vangelo di Giovanni al cap.12 che ci viene in soccorso. Scrive l'evangelista: “Sei giorni prima della Pasqua Gesù andò a Betania dove c'era Lazzaro che aveva risuscitato dai morti e qui gli fecero una cena”. Quando Giovanni usa il termine “cena” indica sempre l'Eucaristia. La primitiva comunità cristiana ha sostituito al banchetto funebre la celebrazione eucaristica.

Si usava fare un banchetto dopo il decesso della persona cara e per ricordarla si lasciava un posto vuoto. Leggiamo: “Fecero una cena. Marta serviva e Lazzaro era tra quelli che stavano (qui c'è un verbo difficile da tradurre) consdraiato con Gesù” Nei pranzi festivi, solenni si mangiava sdraiati su lettini, appoggiati ad un gomito e con l'altra mano si prendeva cibo. L'evangelista sta dicendo una cosa straordinaria: Lazzaro è consdraiato con Gesù.

Nell'Eucaristia la presenza di Gesù comporta quella di Lazzaro, quindi quella delle persone care. Se c'è un momento privilegiato nel quale possiamo toccare con mano, sperimentare la presenza viva dei nostri cari è l'Eucaristia. Notate che in questa cena ognuno compie un'azione : Marta serve, Maria unge il Signore di profumo. L'unico che non fa nulla, ed è apparentemente passivo è Lazzaro. Strano..neanche una parola. Lui è presente con Gesù.

L'evangelista ci sta dicendo che la morte non allontanava il defunto dalle persone ma lo avvicinava in modo ancora più intenso.

E Maria cosa fa? Prende il profumo, unge i piedi di Gesù e “tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento”. Il profumo della vita è la fragranza della comunità cristiana. E' il profumo della celebrazione eucaristica dove l'amore ricevuto da Dio, accolto, si trasforma in amore comunicato agli altri e ci permette di essere in sintonia con i nostri cari.

Ma dove stanno i nostri cari? Stanno in Dio ma è anche vero che, nonostante i suoi tentativi di avvicinarsi agli uomini noi Dio lo teniamo sempre lontano. E' drammatico che a distanza di duemila anni, per molti cristiani Dio sia lontano, spesso inaccessibile o comunque non vicino agli uomini. Eppure la rivelazione di Gesù è che Dio è talmente vicino che risiede nel più profondo dell'intimo dell'uomo.

Fino a quando non comprenderemo questa rivelazione di Gesù il nostro rapporto con Dio sarà sempre un rapporto viziato da un errore. Fino a che pensiamo a Dio come un'entità alla quale inviare le nostre preghiere, da cercare, da supplicare, come potremo scoprire che Dio è nel profondo della nostra esistenza e attende solo le condizioni opportune per manifestarsi?

Quando nei Vangeli si parla dell'ascensione di Gesù, questo non indica una separazione, ma una vicinanza. Dio non solo è con noi, ma è qui dentro di noi. Questo è importante e lo dico perché fino a una trentina di anni fa quando moriva qualcuno, specie nell'ambito religioso, si diceva “è tornato alla casa del Padre”..quanto amano le persone usare queste espressioni ! Ma è una negazione del messaggio evangelico che attinge le radici dalla filosofia pagana e non nella rivelazione di Gesù.

Nella filosofia greca le anime stavano con Dio, separate dagli uomini e quando dovevano scendere si incarnavano in un uomo ma il loro desiderio era di tornare al più presto nel cielo perché quella era la loro patria. Questo ha portato anche al disprezzo della carne che veniva vista come una prigione delle anime. Così quando la persona moriva, allora sì, tornava alla casa del Padre. In maniera un po' scherzosa io immagino questi poveretti che stanno cercando questa “casa del Padre” ma non la trovano!

La nostra fede deve attingere alla rivelazione, al Vangelo. Se attinge al di fuori, rischiamo di deviare. Gesù nel cap.XIV del vangelo di Giovanni annuncia una profonda verità: “se uno mi ama osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui”. Questa è la risposta del Padre ad un comportamento tenuto su questa terra, non è una promessa per l'aldilà. I primi credenti lo sapevano bene; S.Paolo dice che noi siamo il santuario di Dio, dello Spirito Santo.

Dio ci ama tanto da chiedere di essere accolto per fondersi con il credente e fare di ogni persona l'unico vero santuario dal quale si irradia l'amore di Dio.


Con la morte non si va in cielo, perché il cielo è venuto ad abitare in noi. Allora la profonda verità che Gesù ci dà è che Dio è in noi e questo Dio si manifesta nella nostra esistenza tutte le volte che noi siamo profondamente e totalmente umani. Noi siamo la casa del Padre e questa casa è indistruttibile. Capiamo ora il monito dei Vangeli quando si va a cercare Gesù nei luoghi sbagliati. Per molti i defunti stanno o al cimitero o nei cieli, da qualche parte.

Quando le pie donne vanno al cimitero, si trovano la strada sbarrata da due uomini in vesti splendenti che dicono: “perché cercate tra i morti chi è vivo?” Non è facile. Eppure il Vangelo ci obbliga a fare una scelta: o piangiamo i nostri cari come morti o li sperimentiamo come vivi.. Finché i nostri cari sono pianti come morti, non sarà possibile accorgersi della loro presenza nella nostra vita. Prendiamo due esempi di questa fede: la Madre di Gesù e la discepola Maria di Magdala..

Entrambe hanno il coraggio di essere presenti presso la croce di Gesù. Dovete sapere che l'ordine di cattura non era solo per Gesù ma anche per tutti i suoi seguaci. Era ritenuto pericoloso il messaggio di Gesù che sconfiggeva la morte. Se infatti la gente non ha più paura neppure della morte, diventa incontrollabile. Finché scampa anche un solo discepolo di Gesù, l'istituzione religiosa non dorme sonni tranquilli!

Quando Gesù viene catturato dice: “se cercate me, lasciate che questi se ne vadano” e molti si nascondono proprio per paura dell'istituzione religiosa. Ma alcuni no, si presentano presso il patibolo di Gesù. Non per andare a consolare un morente, ma per essere disposti a fare la stessa fine del maestro.

Quando Giovanni presenta Maria presso la croce, non sottolinea e neanche ne parla, il dolore della madre per il figlio, ma la grandezza della discepola disposta a fare la fine del suo maestro. Maria non è grande perché ha dato alla luce Gesù ma perché è stata capace di diventarne la discepola. Sotto la croce si trova anche Maria di Magdala, ma mentre Maria è all'apice del suo cammino di fede, Maria di Magdala ancora no.

Dopo la sua presenza presso la croce Maria scompare. Purtroppo gli artisti, i poeti credendo di farle onore in realtà la diminuiscono nella sua fede. Bellissima la Pietà di Michelangelo, ma al momento della deposizione del cadavere dalla croce, la Madre non c'è. Lei non piange un morto, continua a seguire un vivente. Alla deposizione della croce ci saranno invece Giuseppe di Arimatea e il fariseo Nicodemo incapaci di seguirlo da vivo.

Quando si parla di persone che sono morte si dice che si sono addormentate. Il dormire non è la cessazione della vita ma è una pausa nel ritmo della nostra vita ed è indispensabile e salutare per poi riprendere con più forza e proseguire la nostra vita. Quindi questo "dormire" non ha nulla a che vedere con la morte.

L'assenza della Madre sarà ancora più clamorosa al sepolcro dove troviamo diverse donne ma non lei. Lei non ha bisogno di angeli che le sbarrino la strada e le dicano “perché cercate tra i morti colui che è vivo? . Lei continua infatti a seguire il Vivente.

Maria di Magdala ancora non è arrivata alla pienezza di questa fede e va al sepolcro, piange rivolta alla tomba e non si accorge che Gesù è dietro di lei che aspetta. Gesù la chiama, lei si volta, lo vede lì in piedi (“in piedi” è l'espressione che intende l'essere risorto) ma non sa che è Gesù. Questo è importante perché è anche la nostra esperienza. Gesù aspetta che lei smetta di piangere.

Finché piange rivolta ad una tomba, non può sperimentare il vivente. E' quello che facciamo con i nostri cari; siamo talmente convinti che la morte sia la fine di tutto che anche vedendoli, non li riconosciamo Quello di Maria di Magdala è un doppio voltarsi. Il primo non è stato sufficiente. Quando Gesù la chiama per nome percepisce il vivente e vivificante accanto a lei.

Per esprimere tutto questo gli evangelisti adoperano tre immagini del ciclo vitale: dormire, seminare e risplendere .

Gli evangelisti parlano della morte come di un dormire, quindi non una cessazione della vita ma di una pausa per riprendere con più vigore . Cimitero significa proprio “dormitorio”.

Altra immagine, molto bella, è il seminare. Gesù dice che “se il seme caduto in terra non muore rimane solo se muore porta molto frutto”.

Attraverso l'immagine del chicco che marcisce producendo frutto abbondante Gesù mostra che la morte non è che la condizione perché si liberi tutta l'energia vitale che l'uomo contiene.


La terra comunica al seme quegli elementi organici indispensabili per la sua trasformazione e per il suo completo sviluppo. Il chicco di grano contiene in sé delle potenzialità, energie che per liberarsi ha bisogno di essere messo in terra e marcire. Allora in ognuno di noi ci sono delle potenzialità che nel breve corso della nostra esistenza - vivessimo pure 99 anni - non riusciremo a liberare in pienezza.

Il momento della morte è l'inizio di quel processo di crescita che fa si che il chicco di grano diventi una spiga. Nel corso della vita noi sviluppiamo frammenti delle nostre potenzialità.

E' un'esperienza che abbiamo fatto tutti: quando si è trattato di assistere una persona cara, abbiamo scoperto dentro di noi delle energie che ci erano sconosciute, della tenacia che non sapevamo di avere ma che c'era. C'è voluto il momento opportuno perché tutto questo fiorisse. Ebbene nel momento della morte tutte le nostre energie esploderanno nella loro pienezza. Abbiamo parlato del chicco di grano che diventa spiga ma proviamo ad immaginare il seme del girasole.

E' un seme insignificante, grigio ma il fiore del girasole è una meraviglia! Eppure tutta la bellezza del girasole è contenuta nel seme e solo quando cade in terra sprigiona tutta la sua energia. Questo vale per noi e vale per i nostri cari che, passati attraverso la morte, continuano a liberare tutte quelle energie che li ha resi estremamente belli. Un'altra categoria usata dagli evangelisti è quella del risplendere.

La morte di Gesù è stata uno scoglio molto grande, una cosa difficile da accettare per i discepoli ed è per questo che li porta con sé e mostra loro qual è la condizione dell'uomo che passa attraverso la morte. Pietro non voleva che Gesù morisse, per lui la morte significava la fine di tutto, il fallimento.

Allora Gesù li porta su un monte e davanti a loro si trasfigura. Mostra che la morte non distrugge l'individuo ma lo potenzia. Questa trasformazione è la condizione di ognuno di noi. La vita non viene trasfigurata solo dopo la morte ma ha già inizio nel corso di questa esistenza terrena. Per ogni uomo arriva il momento che la sua armonica crescita fisica e spirituale subisce una metamorfosi; questo lo si capisce soltanto arrivando ad una certa età.

La vita biologica cresce e giunge fino al suo massimo sviluppo ma poi arriva implacabile, inarrestabile il declino fino al disfacimento totale. S.Paolo ha parole brutali per indicare questo, nella lettera ai Corinzi: “Non ci scoraggiamo anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo”. Dispiace a tutti che andiamo disfacendoci e cerchiamo di ritardarne il momento andando in palestra, facendo ginnastica, mettendo creme o quello che volete...ma il declino è inarrestabile!

Eppure proprio nel momento del declino la parte della vita interiore non accompagna il decadimento della vita biologica ma continua la sua crescita. Si arriva così ad un certo punto che c'è una separazione tra quello che siamo interiormente e quello che appariamo esteriormente, al punto che neanche ci riconosciamo perché noi non ci vediamo nell'immagine che trasmettiamo agli altri ma ci vediamo in quella che siamo “dentro”.

C'è una prova che possiamo fare tutti, è l'esame fotografia! Ad una certa età guardando le foto cominciamo a dire: “qui sono venuto male”, “qui non mi ha preso bene” ...non è che ci hanno preso male o non siamo venuti bene; è che siamo male, non siamo più bene! S.Paolo continua dicendo: “il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno”. Il corpo invecchia ma la vera vita si fa sempre più giovane, di giorno in giorno. Con la morte c'è la liberazione di questa vita.
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Lc 23,39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L'altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno».
43Gli rispose:
«In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

La morte seconda. Dice s.Francesco nel suo Cantico delle creature :

" Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai acquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male."

Alla morte la persona acquista la piena coscienza del Sè e la piena coscienza della Parola divina, Gesù.

In questo modo la persona prende coscienza dell' autogiudizio   che si è dato in vita con le proprie scelte in relazione alla offerta di Gesù ( il programma che realizza il progetto di Dio , il compimento della creazione in ogni uomo ) .

Se l'autogiudizio è stato il rifiuto dell'offerta di Gesù allora la morte sarà non la seconda nascita per la Vita eterna ma la seconda morte cioè il fallimento dell'essere.

I VIVI NON MUOIONO, I MORTI NON RISORGONO A. Maggi- Assisi, 6-8 Settembre 2001 studibiblici.it

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Gesù ci assicura, che chi vive per gli altri non farà l’esperienza della morte, non si accorgerà della morte perché la vita che ha in sé è di una potenza tale che anche se la parte biologica va in disfacimento, la persona non ne fa l’esperienza. Come nessuno di noi oggi non si accorge che nel suo organismo muoiono milioni di cellule, così sarà al momento della morte che è la fine di tutta la parte biologica dell’individuo, un momento positivo che consente all’individuo di liberare tutta l’energia che ha dentro. Ma c’è il rovescio della medaglia.

Se una persona quando arriva alla morte biologica, ha un corpo svuotato [ di Spirito/Vita n.d.r. ] , se per le scelte negative compiute nella propria esistenza di vita non ha costruito niente [ dell'Uomo definitivo n.d.r. ], allora per lui sarà la morte definitiva

In questo però non dobbiamo vedere un castigo: il messaggio di Gesù non contiene minacce ai cattivi, è assolutamente positivo. Gesù afferma solo che chi crede ha una vita capace di superare la morte, chi invece vive ripiegato su di sè, soltanto per il proprio io, per il proprio tornaconto, per la propria ricchezza, chi vive non comunicando vita agli altri, ma sottraendo la vita agli altri, chi non vive facendosi pane per gli altri, ma toglie il pane agli altri, questa è una persona che pian piano soffoca fino a spegnere l'energia vitale che aveva dentro. E quando arriva la morte biologica, è la morte dell'individuo, è la morte per sempre.  

 

Nel Nuovo Testamento questo si chiama "morte seconda". Nel libro dell'Apocalisse, e anche nei Vangeli, c'è un accenno a due tipi di morte, una delle quali è la "morte seconda". Secondo Gesù ci sono due tipi di morte: una è la morte biologica, ma questa non scalfisce la persona che continua a vivere, ma se la persona non ha costruito niente c'è anche la morte della persona, la morte definitiva.

 

Nel Vangelo di Matteo, al capitolo 10, Gesù dice: "e non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo ma non hanno potere di uccidere la vita" (Mt 10,28a). Gesù sta parlando ai discepoli e li avverte: attenti che se vivrete con me e con me a favore degli altri andrete incontro alla persecuzione che può rivelarsi mortale. "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15,19), perché chi fa del bene agli altri va contro gli interessi di un sistema: un controsistema di potere.

Costoro potranno togliervi la vita del corpo, ma la vita che è in voi non ve la possono scalfire. Anzi, la morte del corpo sarà il momento della liberazione, quindi Gesù dice: "temete piuttosto" - ed è la prima volta che Gesù dice agli apostoli di aver paura - "colui che ha il potere di far perire e la vita e il corpo nella Gehenna" (Mt 10,28b). Gesù dice che se l’opposizione ai valori di una società ingiusta può provocare e provoca la persecuzione e forse anche la perdita della vita fisica, attenti perché l’adesione ai valori di questo sistema di potere, di ricchezza e di successo, che nella Bibbia viene rappresentato da "mammona", causa la morte definitiva.

 

Nei Vangeli ci sono due divinità rivali tra di loro: da una parte c’è il Padre, il Dio che comunica vita facendosi servo degli uomini; dall’altra c’è "mammona", il dio del potere, il dio che non serve gli uomini ma li domina. Il primo comunica la vita indistruttibile, l’altro distrugge la vita assieme all’uomo perchè l’adesione ai valori del sistema di potere conduce alla totale distruzione della propria esistenza, che come un rifiuto qualsiasi viene gettato nell’immondezzaio di Gerusalemme.

Questa è la "morte seconda", e non è una minaccia da parte di Gesù. Noi non possiamo giudicare che nessuna persona finisca nella "morte seconda", non è nostro compito, ma è una possibilità.

Il messaggio di Gesù è pienamente positivo: chi accoglie il mio messaggio ha una vita di una qualità tale che è quella indistruttibile ed eterna; chi rifiuta sistematicamente ogni stimolo di vita, ogni scelta in favore degli altri, va incontro all’annientamento totale.

 

Diversi altri brani nell’Apocalisse parlano di "seconda morte": "Il vincitore non sarà colpito della seconda morte" (Ap 2,11), "su di loro non ha potere la seconda morte" (Ap 20,6), "questa è la seconda morte" (Ap 20,14; 21,8).

Nella nuova creazione, alla quale siamo tutti chiamati a collaborare fin da adesso, collaborazione che non terminerà con la morte, ma che verrà potenziata dalla nuova Vita, non c’è spazio per la morte che viene definitivamente distrutta.

 

Nell’Apocalisse si legge: "resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la morte e l’Ade furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, lo stagno di fuoco" (Ap 20,13-14). Affermare che la morte , la morte seconda, è stata gettata, può sembrare un non-senso, invece è molto eloquente perché sta a indicare che la morte definitiva per il credente scompare dall’orizzonte umano.

L’Apocalisse ancora dice: "per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la morte seconda" (Ap 21,8). L’elenco di queste otto categorie di persone riguarda tutti coloro che sono contrari alla vita. Attenti! Non sono dei vizi che l’autore moralista condanna come immorali, ma è la descrizione del sistema di potere, cioè il sistema della bestia, dove l’idolatria si erige come norma e modello di vita. Quindi chi insegue il potere, il successo e la ricchezza, con la morte ha la sua esistenza completamente distrutta e annichilita; chi invece mette la propria vita al servizio del bene degli altri, già su questa terra ha una vita di una qualità tale che la morte non potrà scalfire. ...     »


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