Piccolo Corso Biblico

Chiesa di comunione. SACRAMENTI E CUPIDIGIA di Alberto Maggi 30-04-2016 ilibraio.it

“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6). Così disse Pietro allo storpio presso la porta del tempio di Gerusalemme, e l’infermo riprese non solo a camminare, ma addirittura a saltare, lodando Dio (At 3,8).

Pietro, fedele all’insegnamento del suo Maestro di non accumulare tesori sulla terra (Mt 6,19), ha comunicato vita a chi la sentiva mancare.

Poi i successori di Pietro hanno progressivamente abbandonato l’insegnamento di Gesù tradendolo spudoratamente, e la Chiesa si è trovata non solo a non riuscire a far camminare quanti ne erano impediti, ma, sovraccarica di oro e d’argento, è divenuta un ostacolo per quanti volevano procedere spediti nel cammino del vangelo.


Infatti, già dai primi secoli, dimentichi dei severi moniti di Gesù sulla tentazione della ricchezza (Lc 6,24), i papi, e con loro tutta la gerarchia, hanno fatto la loro tragica scelta. Gesù ha ammonito che “Non potete servire a Dio e mammona” (Lc 16,13). A queste parole tanto chiare e severe, “i farisei, che erano attaccati al denaro, si beffavano di lui” (Lc 16,14).

Ma la Chiesa gerarchica non solo ignorò le parole di Gesù, ma fece il contrario, e senza esitare scelse mammona, il denaro, l’interesse, la convenienza, e per arricchirsi usò ogni mezzo, cominciando dalla menzogna.

Infatti, con spregiudicatezza costruì un falso documento che ebbe gravi ripercussioni su tutta la cristianità. Con la “Donazione di Costantino”, la Chiesa affermò che l’imperatore aveva donato a Papa Silvestro (+ 335) tutti i domini dell’impero. E la Chiesa, presa dall’ingordigia della ricchezza, si allontanò sempre più dal vangelo: chiamata a servire i poveri si fece servire da questi.

Dimentichi di un Gesù che aveva detto che non era venuto per farsi servire ma per servire (Mt 20,24-28), la Chiesa si trasformò in una struttura di potere: il papa pensò a se stesso come imperatore o re (il papa-re), e ovviamente i cardinali erano principi, i vescovi conti, e per gli umili preti era comunque una notevole promozione sociale ed economica arrivare a essere parroci.

Il papa, “Servo dei servi di Dio”, non solo non lavò più i piedi degli uomini, come aveva espressamente richiesto Gesù (Gv 13,14), ma se li fece baciare, e per secoli quanti da lui erano ricevuti lo facevano “Umilmente prostrati al bacio della sacra pantofola”.

E pensare che Gesù aveva detto: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cintura, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali…” (Mt 10,9).

Naturalmente nella Chiesa, quella che mai ha abbandonato il vangelo, si sono levate voci di denuncia, ma il potere della gerarchia era talmente forte da riuscire a neutralizzarle. Così finirono nel dimenticatoio parole di fuoco come quelle scritte da Antonio di Padova contro la corruzione del clero: “I sacerdoti, anzi, per meglio dire, i mercanti, tendono la rete della loro avarizia per ammassare denaro. Celebrano la messa per denaro, e se non fossero sicuri di ricevere i soldi, certamente non celebrerebbero la messa; e così il sacramento della salvezza lo fanno diventare strumento di cupidigia” (Sermone V Dom. Pentecoste 2,15).

Ma che fossero parole al vento se ne rendeva conto lo stesso Antonio affermando che i prelati “anche se ascoltano una predica, non capiscono. Predicare ai chierici e parlare ai cretini: quale utilità in entrambi i casi, se non chiasso e fatica?” (Serm. X Dom. Pent. 1,9). "


".. Il Vangelo, appunto, non è - come alcuni ritengono e desiderano - il proseguimento della religione con altri mezzi... Oltre il capitalismo -di Reinhard Marx . cardinale a Monaco di Baviera (©L'Osservatore Romano 10 gennaio 2014)



...la Chiesa, spiega chiaramente che l'evangelizzazione non può significare solo presentare alle persone i contenuti di fede del catechismo e amministrare loro i sacramenti, bensì trovare anche un nuovo modo di vivere, una nuova comunità e un nuova concezione del futuro di tutti gli uomini.

Occorre un'evangelizzazione completa, che includa la cultura,la società, la politica e l'economia. Ciò che questo comporta per la Chiesa in una società moderna, pluralistica, libera e aperta, non è ancora stato ben compreso e tantomeno messo in pratica.
"

Il frutto dello SpiritoNon c'è nessuna comunità  di Gesù se non c'è comunione di Spirito .

Solo la comunione di Spirito tra il Padre , Gesù e la comunità  dei discepoli per il compimento della creazione-Uomo può costruire una comunità  della carità  per le beatitudini.

Finchè la salvezza si vede come salvezza dal destino di questo mondo , così come espresso dal libro di Daniele : una resurrezione in un mondo rinnovato  per un giudizio finale dove ognuno pensa che se la caverà in qualche modo ad entrare in paradiso magari con la puricazione rituale dell'unzione dei malati e qualche mediazione postmortem del culto religioso, non c'è comunione di Spirito con il Padre e con Gesù.

Senza questa comunione di Spirito non si è Viventi in Gesù e nel Padre e non si supera la morte.

1Gv 3,14 Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perchè amiamo i fratelli.
Chi non ama rimane nella morte.

E' l' Uomo , Vivente nella comunità  della comunione di Spirito che supera la morte.

Chi non ama "con lo Spirito" , la Carità, per il compimento dell'Uomo, non può superare la morte.




La comunione di Vita con Dio -in Gesù- è l'accoglienza dello Spirito-Vita come unica Vita e come unica Legge di Vita .

Gv 15,4 Rimanete in me e io in voi.
[ la comunione di Spirito ]
Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite,
[ e ricevere la linfa/vita, lo Spirito/Vita ]
così neanche voi
se non rimanete in me.

[non potete ricevere lo Spirito e portare frutto ]

Con ciò si condivide con Dio per mezzo della parola di Gesù il suo progetto ( l'Uomo compiuto e definitivo) e il programma storico del giubileo permanente nella comunità  della carità  per le beatitudini .



La religione sono foglie, i frutti sono le opere della Carità , della comunione di Spirito .

Gv 15,1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore.
2
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia,
e
ogni tralcio che porta frutto,
lo pota

[ toglie i rami infruttiferi, le foglie inutili della religione]
perchè porti più frutto
.

Mt 21,19 Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: «Mai più in eterno nasca un frutto da te!». E subito il fico seccò.

Gv 15,5 Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perchè senza di me non potete far nulla.
Gv 15,8 In questo è glorificato il Padre mio:
che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Ci sono molte comunità  religiose ( o chiese cristiane ) che si ispirano al Vangelo : finchè non realizzano la comunione di Spirito non possono agire nella storia come comunità  di comunione con il Padre e compiere il programma di Gesù .

Agire nella storia significa lasciar cadere le foglie inutili della religione per dedicarsi alla produzione dei frutti dello Spirito/Carità .

Mt 13,23 Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà  frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Lc 8,15 Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.




Si può vivere di condivisione senza usare il denaro ? FEDE & ECONOMIA www.studibiblici.it

" Una tematica che sta a cuore a papa Francesco è indubbiamente quella dell'economia. Il papa più volte ritorna sull'argomento denunciando un sistema economico iniquo teso ad arricchire i ricchi e a impoverire sempre di più i poveri, un'economia che genera la cultura dello scarto: quel che non serve si elimina. Ed è proprio l'economia, il tema che il Centro Studi Biblici intende sviluppare organizzando incontri e dibattiti nel periodo 2014-2015.

La comunione di beni Molte comunità  religiose hanno preso come modello di vita la primitiva comunità  giudeo-credente descritta da Luca negli Atti: €œTutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà  e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno€¦ Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perchè quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito ai singoli secondo il bisogno di ciascuno€¯ (At 2,44-45; 4, 34-35).

Secondo questo modello gli apostoli erano divenuti gli amministratori dei beni comunitari. Gesù aveva chiamato i discepoli per inviarli €œad annunziare il regno di Dio€¯ (Lc 9,2) ed essere suoi testimoni €œfino agli estremi confini della terra€¯ (At 1,8); e aveva chiesto loro di €œnon prendere nulla per il viaggio, nè bastone, nè bisaccia, nè pane, nè denaro€¯ (Lc 9,3) e di non stare con l'animo in ansia per il proprio sostentamento (Lc 12,29), dando così prova di fidarsi completamente dell'assistenza di quel Padre che dona queste cose ai suoi in sovrabbondanza (Lc 12,31). Ora questi discepoli si sono trasformati in sedentari amministratori della comunità  ed esercitano un potere che viene unanimemente riconosciuto. Gli inconvenienti di questo sistema economico emergono subito. Infatti, a Giuseppe, detto Barnaba, che vende i suoi averi consegnandoli ai piedi dei discepoli, l'evangelista contrappone una coppia, Anania e Saffìra, che prudentemente consegna solo una parte del ricavato agli apostoli tenendo il resto per sè (At 5,1-11). Nel preciso momento in cui si è ricorsi ad amministratori dei beni della comunità  è iniziata l'ipocrisia e la finzione.

Quella di Luca non è l'esaltazione di un modello, ma una severa critica dello stesso. La comunione di beni adottata dalla comunità  giudeo-credente di Gerusalemme con la creazione di un'amministrazione centralizzata, fu un fallimento: due terzi della comunità  (Anania e Saffìra contro Barnaba) ricorsero alla simulazione per sfuggire al controllo degli amministratori, portando così la comunità  alla rovina. Se l'ideale, vantato dalla comunità  di Gerusalemme, era che €œla moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà  quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune€¯ (At 4,32), la realtà  mostrava un volto ben diverso. Di fatto in questa comunità  emergeranno subito gravi ingiustizie che faranno sorgere €œun malcontento fra gli Ellenisti verso gli Ebrei, perchè venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana€¯ (At 6,1).

àˆ evidente che non solo la comunione di beni non funzionava, ma ad esser emarginate erano proprio le categorie più deboli. Da questi elementi l'evangelista fa già  presagire la fame e la povertà  che la chiesa di Gerusalemme dovrà  patire (At 11,28-29).

Un modello cristiano

La comunità  giudeo-credente di Gerusalemme, almeno inizialmente, ha mostrato di non aver compreso la radicalità  assoluta che esige il messaggio del Cristo e si è conformata alle istituzioni religiose giudaiche, €œgodendo del favore di tutto il popolo€¯ (At 2,47). Quello di Luca non è un benemerito attestato alla comunità  di Gerusalemme, ma una denuncia del suo comportamento.

Questa comunità  non gode del favore di Dio, ma di tutto il popolo, dimentica del monito di Gesù: €œAhi a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti€¯ (Lc 6,26). Nonostante Gesù avesse dichiarato il Tempio €œun covo di ladri€¯ (Lc 19,45) e ne avesse annunciata la totale distruzione (Lc 21,5), la comunità  giudeo-credente di Gerusalemme continua a crederlo un'istituzione ancora valida e seguita a frequentarlo. Ma c'è un'altra comunità , nata in terra pagana per opera di evangelizzatori provenienti dal mondo e dalla cultura greca, non vincolati dai nazionalismi dei discepoli di Gerusalemme, che €œnon proclamavano la Parola a nessuno fuorchè ai Giudei€¯ (At 11,19), i quali iniziano ad annunziare il vangelo anche ai pagani: €œAlcuni di loro, cittadini di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunziando la buona notizia del Signore Gesù€¯ (At 11,20).

E qui, in terra pagana, accade un fatto insperato: €œLa mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore€¯ (At11,21). La €œmano del Signore€¯ è un segno di benedizione (At 4,30; 11,21), espressione dell'azione divina che accompagna e benedice l'attività  degli evangelizzatori, e il risultato è che €œad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani€¯ (At 11,26). Il Signore potenzia l'attività  degli evangelizzatori perchè questi realizzano il suo progetto d'amore universale dal quale nessuno è escluso. Luca contrappone due comunità , quella di Gerusalemme, legata alle istituzioni religiose giudaiche, e quella sorta in terra pagana, ad Antiòchia, dove i credenti, per la prima volta, non sono più considerati una delle tante sette giudaiche, ma qualcosa di nuovo: seguaci del Cristo. La mano del Signore è su Antiòchia e non a Gerusalemme.

Una volta che il messaggio di Gesù è stato liberato dalla camicia di forza della Legge e delle tradizioni religiose, lo Spirito ha potuto portare frutto abbondante. Mentre ad Antiòchia i discepoli vengono riconosciuti come cristiani, si viene a sapere che sarebbe €œscoppiata una grave carestia su tutta la terra, ciò che di fatto avvenne sotto l'impero di Claudio€¯ (At 11,27-28). La reazione dei cristiani antiocheni all'annuncio della carestia, che avrebbe colpito anche loro (€œsu tutta la terra€¯), è esemplare. Anzichè pensare a se stessi si preoccupano subito di soccorrere i fratelli €œabitanti nella Giudea€¯ (At 11,29). Gli antiocheni, che hanno accolto la buona notizia, credono nelle parole di Gesù e hanno completa fiducia nel Padre che conosce ciò di cui la comunità  ha bisogno (Lc 12,30-31). Mentre a Gerusalemme i credenti non possiedono nulla, tutto è in comune, e si trovano nell'indigenza, ad Antiochia il modello di comunità  è differente.

Qui i credenti possiedono e decidono, in piena libertà , di donare l'aiuto ai fratelli Giudei: €œI discepoli si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un soccorso ai fratelli abitanti in Giudea€¯ (At 11,29). Dalla necessità  di soccorrere la comunità  giudeo-credente di Gerusalemme, dove la colletta sarà  inviata (At 21,17), si vede che la tanto esaltata comunione dei beni non ha dato alcun risultato positivo. Questa comunità , che si vantava che nessuno dei componenti €œtra loro era bisognoso€¯ (At 4, 34), in realtà  ha avuto bisogno di una colletta (Rm 15,26).


Criticando con tanta severità  la comunità  di Gerusalemme, centrata nella comunione dei beni attraverso la capitalizzazione comunitaria degli stessi, l'evangelista pone in evidenza qual è l'atteggiamento conforme al messaggio di Gesù: la comunicazione libera e responsabile dei propri beni, senza necessità  di amministratori o di controlli interni o d'imposizioni (tasse e decime), senza preoccuparsi delle proprie necessità  ma di quelle degli altri.

La dipendenza economica mantiene le persone in uno stato infantile, la responsabile gestione dei propri beni è segno di maturità  e dell'età  adulta. Mentre la persona infantile è centrata sui propri bisogni, la caratteristica della persona adulta e matura è di occuparsi degli altri.

Laddove c'è libertà  c'è lo Spirito (2 Cor 3,17) che spinge gli uomini a liberarsi dall'egoismo e dal pensare alle proprie necessità  per aprirsi ai bisogni e alle necessità  degli altri, in sintonia con la generosità  della creazione.

I fedeli di Gerusalemme e quelli di Antiochia credono nello stesso Signore, ma sono riconosciuti come cristiani solo quelli di Antiochia, gli unici che, anzichè pensare a se stessi, si preoccupano per gli altri. "


VIDEO : Intanto qualcuno ci prova


Moni Ovadia: sono ebreo ma fuori dalla Comunità Il €œManifesto€¯ 8 novembre 2013

Lunedì scorso tramite un'intervista chiestami dal Fatto Quotidiano, ho dato notizia della mia decisione definitiva di uscire dalla comunità  ebraica di Milano, di cui facevo parte, oramai solo virtualmente, edesclusivamente per il rispetto dovuto alla memoria dei miei genitori.

A seguito di questa intervista il manifesto mi ha invitato a riflettere e ad approfondire le ragioni e il senso del mio gesto, invito che ho accolto con estremo piacere. Premetto che io tengo molto alla mia identità  di ebreo pur essendoagnostico. Ci tengo, sia chiaro, per come la vedo e la sento io. La mia visione ovviamente non impegna nessun altro essere umano, ebreo o non ebreo che sia, se non in base a consonanze e risonanze persua libera scelta.

Sono molteplici le ragioni che mi legano a questa «appartenenza». Una delle più importanti è lo splendore paradossale che caratterizza l'ebraismo: la fondazione dell'universalismo e dell'umanesimo monoteista èprima radice dirompente dell'umanesimo tout court èattraverso un particolarismo geniale che si esprime in una €œelezione€¯ dal basso.

Il concetto di popolo eletto è uno dei più equivocati e fraintesi di tutta la storia.

Chi sono dunque gli ebrei e perchè vengono eletti? Il grande rabbino Chaim Potok, direttore del Jewish Seminar di New York, nel suo «Storia degli ebrei» li descrive grosso modo così : «Erano una massa terrorizzata e piagnucolosa di asiatici sbandati. Ed erano: Israeliti discendenti di Giacobbe, Accadi, Ittiti, transfughi Egizi e molti habiru, parola di derivazione accadica che indica i briganti vagabondi a vario titolo: ribelli, sovversivi, ladri, ruffiani, contrabbandieri. Ma soprattutto gli ebrei erano schiavi e stranieri, la schiuma della terra». Il divino che incontrano si dichiara Dio dello schiavo e dello Straniero. E, inevitabilmente, legittimandosi dal basso non può che essere il Dio della fratellanza universale e dell'uguaglianza.

Non si dimentichi mai che il «comandamento più ripetuto nella Torah sarà : " Amerai lo straniero! Ricordati che fosti straniero in terra d'Egitto! Io sono il Signore! " L'amore per lo straniero è fondativo dell'Ethos ebraico.

Questo «mucchio selvaggio» segue un profeta balbuziente, un vecchio di ottant'anni che ha fatto per sessant'anni il pastore, mestiere da donne e da bambini. Lo segue verso la libertà  e verso un'elezione dal bassoche fa dell'ultimo, dell'infimo, l'eletto èavanguardia di un processo di liberazione/redenzione.

Ritroveremo la stessa prospettiva nell'ebreo Gesù: «Beati gli ultimi che saranno i primi» e nell'ebreo Marx: «La classe operaia, gli ultimi della scala sociale, con la sua lotta riscatterà  l'umanità  tutta dallo sfruttamento e dall'alienazione».

Il popolo di Mosè fu inoltre una minoranza. Solo il ventiper cento degli ebrei intrapresero il progetto, la stragrande maggioranza preferì la dura ma rassicurante certezza della schiavitù all'aspra e difficile vertigine della libertà . Dalla rivoluzionaria impresa di questi meticci «dalla dura cervice», scaturì un orizzonte inaudito che fu certamente anche un'istanza di fede e di religione, ma fu soprattutto una sconvolgente idea di società  e di umanità  fondata sulla giustizia sociale. Lo possiamo ascoltare nelle parole infiammate del profeta Isaia

Il profeta mette la sua voce e la sua indignazione al servizio del Santo Benedetto che è il vero latore del messaggio: «Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero, sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i Miei Atri? Smettete di presentare offerte inutili, l'incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità . I vostri noviluni e le vostre feste io li detesto, sono per me un peso sono stanco di sopportarli.Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova».( Isaia I, cap 1 vv 11- 17).

Il messaggio è inequivocabile. Il divino rifiuta la religione dei baciapile e chiede la giustizia sociale, la lotta a fianco dell'oppresso, la difesa dei diritti dei deboli. Un corto circuito della sensibilità  fa sì che molti ebrei leggano e non ascoltino, guardino e non vedano. Per questo malfunzionamento delle sinapsi della giustizia, i palestinesi non vengono percepiti come oppressi, i loro diritti come sacrosanti, la loro oppressione innegabile.

Qual'è il guasto che ha creato il corto circuito. Uno smottamento del senso che ha provocato la sostituzione del fine con il mezzo. La creazione di uno Stato ebraico non è stato più pensato come un modo per dare vita ad un modello di società  giusta per tutti, per se stessi e per i vicini, ma un mezzo per l'affermazione con la forza di un nazionalismo idolatrico nutrito dalla mistica della terra, sì che molti ebrei, in Israele stesso e nella diaspora, progressivamente hanno messo lo Stato d' Israele al posto della Torah e lo Stato d'Israele, peressi, ha cessato di essere l'entità  legittimata dal diritto il internazionale, nelle giuste condizioni di sicurezza, che ha il suo confine nella Green Line, ed è diventato sempre più la Grande Israele, legittimata dal fanatismo religioso e dai governi della destra più aggressiva.

Essi si pretendono depositari di una ragione a priori. Per questi ebrei, diversi dei quali alla testa delle istituzioni comunitarie, il buon ebreo deve attenersi allo slogan: un popolo, una terra, un governo, in tedesco suona: ein Volk, ein Reich, ein Land. Sinistro non è vero? Questi ebrei proclamano ad ogni piè sospinto che Israele è l'unico Stato democratico in Medio Oriente. Ma se qualcuno si azzarda a criticare con fermezza democratica la scellerata politica di estensione delle colonizzazioni, lo linciano con accuse infamanti e criminogene e lo ostracizzano come si fa nelle peggiori dittature.

Ecco perchè posso con disinvoltura lasciare una comunità  ebraica che si è ridotta a questo livello di indegnità , ma non posso rinunciare a battermi con tutte le mie forze per i valori più sacrali dell'ebraismo che sono poi i valori universali dell'uomo.


Ateo a Wall Street, credente fra i barboni.di Andrea Galli© riproduzione riservata www.avvenire.it Cultura 17 gennaio 2014

" ..I media hanno amplificato la voce di chi negli Stati Uniti ha preso male i passi della Evangelii Gaudium in cui il Papa critica la teoria della «ricaduta favorevole», quella per cui «ogni crescita economica favorita dal libero mercato riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo», e in cui denuncia la «cultura del benessere che ci anestetizza», che ci rende «incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri». Ma c’è chi, invece, provenendo dal cuore del capitalismo a stelle e strisce, Wall Street, ha trovato queste e altre parole di Bergoglio centratissime.

Chris Arnade, dopo un dottorato in fisica alla John Hopkins University, ha lavorato per 20 anni come trader per "Salomon Brothers", la banca d’investimenti poi rilevata dal colosso "Citigroup". Nel 2012 ha deciso di lasciare il mondo della finanza, una carriera con emolumenti a sei cifre, "prosciugato" a livello esistenziale e assuefatto da un mondo che non sentiva più suo. È rimasto a New York, ma ha cambiato mestiere, dandosi alla fotografia. E da Manhattan ha spostato l’attenzione verso Hunts Point, nel South Bronx, uno degli angoli più degradati d’America, dove oltre la metà dei 50mila abitanti vive al di sotto della soglia di povertà, dove il tasso di criminalità è il più alto di tutta l’area di New York ed eroina e crack sono onnipresenti, tra spaccio e tossicodipendenza.

Arnade ha iniziato a documentare questo mondo di reietti, di vite ai margini della società, e ha iniziato a raccontare su un quotidiano dall’altra parte dell’Atlantico, il Guardian, quello che sta imparando giorno dopo giorno. L’11 dicembre ha dedicato un commento alla scelta fatta da Time di nominare Bergoglio uomo dell’anno e ha presentato la Evangelii Gaudium come una lettura imprescindibile per cattolici e no. «Papa Francesco è una gola profonda per i poveri» ha intitolato il pezzo, facendo riferimento al ruolo di gola profonda avuto da un altro personaggio dell’anno, Edward Snowden.

«Quando lavoravo a Wall Street negli anni ’90 – ha scritto Arnade – viaggiavo per lavoro nella patria del Papa, l’Argentina. Ero uno dei molti stranieri che andavano lì a dire come avrebbero dovuto riformare il Paese, aprirlo al libero mercato. Cosa che è stata fatta e ha funzionato fino al crollo del 2001. Giravamo in taxi – ha continuato l’ex trader – alla larga degli slum che circondavano Buenos Aires. Nessun banchiere vi si addentrava, era troppo pericoloso si diceva. Noi spostavamo numeri su fogli di lavoro elettronici, numeri che rappresentavano delle persone. Papa Francesco invece andava in quegli slum, regolarmente, e vedeva quello che noi non vedevamo. È come ha scritto nella sua esortazione apostolica: gli esseri umani sono considerati come dei beni di consumo, che si possono usare e poi gettare. La vittoria del libero mercato è stata quella di rendere "empatia" una parolaccia. A Wall Street certamente è così Non puoi fare soldi se inizi a chiederti come li fai, chi ferisci, e chi resta indietro».

Ma a colpire l’attenzione è stato l’articolo che Arnade ha firmato alla vigilia di Natale, raccogliendo sul sito del Guardian oltre 2.000 commenti di lettori: «Le persone che più hanno sfidato il mio ateismo sono stati drogati e prostitute».

Definitosi ateo dall’età di 16 anni, da sempre ammiratore della prosa caustica di Richard Dawkins, Arnade è arrivato a riconsiderare la sua posizione colpito dalla fede trovata tra i «left behind», gli ultimi. Quelli che nella sua visione sarebbero dovuti essere i più convinti assertori della non esistenza di Dio, visto l’inferno in cui si trovano. E invece «Sarah, 15 anni passati sulla strada, porta una croce attorno al collo. Sempre. Michael, da 30 anni anche lui sulla strada, porta un rosario in tasca. Sempre. E in ogni casa di consumatori di crack, nell’edificio più squallido e desolato, si può trovare una Bibbia aperta fra siringhe, accendini e pipe da crack».

Takeesha, un’infanzia di abusi e una vita finita nel mercato del sesso a pagamento, ha chiesto al suo intervistatore di essere presentata così: «Prostituta, madre di sei figli e figlia di Dio». «Siamo tutti peccatori – ha scritto Arnade – e sulla strada i drogati, gli ultimi, nelle loro battaglie quotidiane e nella loro quotidiana vicinanza alla morte lo capiscono in modo viscerale. Molta gente di successo no. Il loro senso di sé e la loro freddezza emotiva hanno anestetizzato la percezione della loro fallibilità».

Tutto a un tratto l’ateismo è apparso all’ex agente di Wall Street come una posizione intellettuale accessibile per lo più a quelli che hanno avuto successo nella vita. Ed è arrivato a dire addio al "suo" Richard Dawkins, che ora gli sembra «una persona così lontana dall’umanità e dall’ambiguità della vita» da essere finito a fare «quello che sostiene di odiare negli altri: predicare partendo da una posizione di vantaggio ed egoista»..."

Difficile per un ricco o per un peccato-dipendente entrare nel Regno di Dio, ma non impossibile. Il ricco ed ateo e gli ultimi - in questo racconto- si sono avvicinati al Regno e l'hanno compreso, forse hanno anche il cuor loro deciso di entrarvi , ma il punto è :

dov'è la comunità di comunione ?
Molte chiese cristiane annunciano il Regno di Dio ma una cosa manca : vederlo nella comunità dei discepoli !


Il giubileo di Gesù studibiblici.it

" Pensa soltanto a quei poveri che recitano il “Padre nostro” e chiedono come noi “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, che da noi abbonda.

Leggevo quante tonnellate di pane vengono gettate via a Milano ogni giorno. Per noi quindi questa è una frase di routine ma perché loro chiedono e il pane non arriva? Per questo le beatitudini sono uno stimolo a prendersi cura degli altri. E’ chiaro che Dio non ha altra maniera di agire che non sia la nostra collaborazione, il nostro intervento.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù presenta un’immagine che chiarisce quel concetto antico di “onnipotenza”: la vite e i tralci. La vite può essere onnipotente quanto vuole ma se non ha i tralci attaccati, l’uva non la produce. I tralci se non sono attaccati alla vite e non succhiano la linfa, non danno frutti. Dio è condizionato dall’adesione di persone che lo accolgono e lo portano agli altri. Se non avviene questo, Dio è impotente.

Quindi la denuncia, la critica della domanda va presa sul serio. Dio non ha altre mani che le nostre. Nella religione spesso si chiede a Dio di fare quelle cose che spetta a noi fare. Pensate soltanto quante famiglie, associazioni che prima di mettersi a pranzo dicono quella bella preghiera per la benedizione della mensa: “ti ringraziamo Signore per questo cibo e ti preghiamo di darne a chi non ne ha”…tutti seduti e…buon appetito! Che fa il Signore? Ha preso l’ordine e manda giù l’angioletto a dar da mangiare a qualcuno? Che razza di preghiera è “Ti preghiamo di darne a chi non ne ha”? Non si dovrebbe dire: “Ti ringraziamo per questa abbondanza, fa che siamo tanto sensibili da condividerla con chi sappiamo che non ce l’ha”. Questo il Signore ci chiede.

Non possiamo chiedere a Dio di fare quelle cose che ha chiesto a noi di fare. Ricordo da piccolo che i miei abitavano porta a porta con una famiglia di possidenti terrieri. Mio papà, dopo la guerra, aveva perso il lavoro e faceva lavori saltuari. Ogni settimana il contadino di questi signori recava, al mattino presto , sacchi di farina, di frutta…alla loro porta. I signori -che erano persone molto pie e molto religiose- quando vedevano mio papà dicevano: “Ha visto, Alfredo, la provvidenza come si è ricordata di noi?”, “Ha visto, Alfredo, quanta provvidenza?”. Un giorno che a mio padre “gli girava” ha detto: “Ma possibile che ‘sta provvidenza non sbaglia mai di porta? Stiamo qui vicino e sempre, dico sempre, mette i sacchi di là!” Cosa significa questo? La provvidenza c’è, ma sta a noi renderla attiva e fattiva. E’ un impegno a far sì che l’amore di Dio non rimanga una teoria ma si trasformi in una realtà.

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Il giubileo era un'occasione per cancellare i debiti, per perdere dei soldi. I papi che lo hanno reinventato ne hanno fatto un'occasione per fare i soldi!

Il giubileo è nato per fare soldi e continua, a quanto pare, ad essere in questa linea. Hanno fatto credere alle persone, e ce ne vuole, che passando attraverso una porta succede loro qualcosa. Pensate alla forza di persuasione della religione! Riesce a convincere le persone che passando attraverso una porta gli succede qualcosa! Pazzesco! Ebbene, l'unica porta, passando attraverso la quale può succedere veramente qualcosa, non è una porta più o meno santa, ma casomai la porta di una banca per andare a diminuire un po' il nostro conto per permettere a quelli che sono già troppo magri di ingrassare un po'!

Questo è il giubileo, il giubileo era e dovrebbe essere il condono dei debiti. Gesù indica questa pratica, che era rimasta una pia illusione, Gesù la pone come costante quotidiana all'interno della sua comunità.

Il Padrenostro non è una preghiera, ma, sotto forma di preghiera, è l'impegno di vita di quanti hanno scelto le beatitudini! All'inizio il Padrenostro non veniva insegnato a tutti, era una preghiera segreta che veniva comunicata in segreto a coloro che si preparavano al battesimo e soltanto dal momento che uscivano dalla vasca battezzati, erano tutti adulti, potevano recitare il Padrenostro.

Queste persone, dopo che si erano pubblicamente battezzate, si impegnavano, pubblicamente, a vivere il messaggio di Gesù e questo messaggio è riassunto e riformulato nelle beatitudini. Il Padrenostro è la formula d'impegno di coloro che vivono le beatitudini.


Noi lo abbiamo trasformato in una pia preghiera, non importa se viviamo o meno le beatitudini, spesso nemmeno le conosciamo, e il Padrenostro lascia il tempo che trova.

Quindi, originariamente nella comunità cristiana poteva pronunciare il Padrenostro soltanto chi praticava le beatitudini e le otto beatitudini si riassumono e si riformulano nella prima: beati quelli che liberamente e volontariamente, per amore scelgono di diventare poveri.

Ripeto che diventare poveri, non significa andarsi ad aggiungere ai miseri, ma accettare di condividere i propri beni. Come ha insegnato Gesù: fatevi degli amici con i vostri beni, i beni che avete usateli per far star bene gli altri in modo che un giorno gli altri potranno far star bene voi. Così facendo non ci troveremo nella stessa situazione del ricco e di Lazzaro.

Quindi, il Padrenostro è la formula con la quale si accetta di vivere le beatitudini, si accetta di sentirci responsabili della felicità degli altri e soltanto chi pratica le beatitudini ne scoprirà, sin dalle sue prime battute, il significato. Soltanto chi si fa vita per gli altri capirà cosa significa rivolgersi a Dio chiamandolo Padre.

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Scusate un esempio personale (lo faccio perché bisogna darci una disciplina nella propria vita in quanto siamo fragili e continuamente bombardati da messaggi consumistici), io mi sono proibito, ormai da tempo, di andare a fare la spesa nei grandi ipermercati perché mi trovavo ad acquistare tante di quelle cose che mi sembravano utili, necessarie, indispensabili per la mia felicità, ma poi, il tempo di arrivare a casa, e mi accorgevo della sciocchezza che avevo fatto. Tante cose che avevo comperato perché mi sembravano belle e utili, sono ancora lì, inservibili!C'è tutta una società che tende a farci credere che abbiamo bisogno di certe cose, che in realtà si rivelano illusorie.

Allora, qual è la povertà che Gesù ci chiede? Quella che permette la solidarietà con gli altri.

Proviamo, tornati a casa, a guardare dentro il nostro armadio e vedere quante persone possiamo vestire, senza bisogno di spogliarci. Ci hanno indotti a credere che abbiamo bisogno di questo e di quell'altro, ma in realtà possediamo ben di più di quello che realmente ci serve! Fortuna che ogni tanto c'è qualche terremoto e qualche alluvione che ci permettono di disfarci del guardaroba... così possiamo poi farcene uno di nuovo!
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Il Regno di DioP. Alberto Maggi OSM 21 Gennaio 2011 in : Le Beatitudini via della pace.- trascrizione non rivista dall'autore www.studibiblici.it

" Il Regno di Dio è una problematica già nei Vangeli.

Il popolo si aspettava la restaurazione del Regno di Israele. Il regno di Israele era defunto e il Messia lo avrebbe dovuto risuscitare. Basta leggere le profezie di Isaia nei cap. dal 61 in poi e si vede che il Regno era inteso come il dominio di Israele sopra tutti gli altri popoli. Per questo le beatitudini sono una delusione! Ma come, dobbiamo farci poveri? Non dovevamo dominare ed arricchirci?

Isaia vede “dromedari che portano oro a Gerusalemme”. Non scrive che “i principi saranno nostri servi” e i rabbini che amavano sempre le cose chiare dicono anche quanti: 2800 a testa. Questa è l’aspettativa del Regno che si doveva inaugurare.

Ma Gesù è venuto ad inaugurare il Regno di Dio cioè il regno dell’amore universale. Non soltanto universale per l’estensione ma per qualità, cioè per tutti e questo è stato incompreso da tutti i discepoli.

C’è un episodio tragicomico negli Atti degli Apostoli. Dopo la Risurrezione, Gesù prende i discepoli e per quaranta giorni (non per una serata di un paio di ore sulla Bibbia…quaranta giorni sono tanti!) parla loro di un unico argomento: il Regno di Dio. Lo avranno capito bene? Al quarantesimo giorno un discepolo lo interrogò: “Sì, Signore ma il Regno di Israele quand’è che lo risusciti?”. Questo è quello che loro attendono

Il Regno di Dio diventa realtà nel momento in cui c’è una comunità che accoglie la prima beatitudine .

Non bisogna lasciarsi fuorviare dalle immagini sul Regno. Pensate ad Ezechiele che usa questa immagine: un monte altissimo, sul monte un cedro stupendo. Ecco il Regno, cioè qualcosa che attrae l’ammirazione, qualcosa di visibile, di straordinario. Gesù prende le distanze.

Sapete cos’è il Regno di Dio? Immaginate un chicco di senape che diventa un arbusto. La senape è un arbusto comune che diventa alto circa due metri, due metri e mezzo e sta nell’orto di casa. E’ cioè qualcosa che se gli si passa davanti, non attira l’attenzione. Anche nel momento del suo massimo sviluppo, il Regno di Dio non attirerà attenzione per la sua magnificenza, grandiosità.

Ma, sapete, nel mondo palestinese, i contadini temono la senape perché ha dei semi talmente piccini che il vento (e lì il vento soffia forte) la fa diventare una pianta infestante che arriva ovunque: nei muri delle case, nei tetti, nel terreno. Ecco la forza del Regno di Dio.

Quindi non comunità che si manifestano per lo splendore, per le opere, la grandiosità, le folle, il numero, ma piccole comunità che realizzano in pienezza le beatitudini e, come il chicco di senape, sono “infestanti” perché il vento dello Spirito le porta ovunque e, dove meno te lo aspetti, lì nasce e sorge la comunità.

Dobbiamo essere pienamente ottimisti. Se noi pensiamo al Regno come a tutta o a gran parte dell’umanità che accoglie il messaggio, rimaniamo delusi perché non è così… No, Regno di Dio sono piccole comunità che hanno accolto il messaggio di Gesù e si distinguono. L’ideale di comunità di credenti lo troviamo negli Atti degli Apostoli quando Pietro viene liberato dalla prigionia di Erode e non va dalla Chiesa ufficiale, ma bussa in quella che potremmo definire una Comunità di base. Bussa alla casa di Maria, la madre di Marco, e dove il terzo protagonista è Rode, la serva. E’ una maniera simbolica per rappresentare l’ideale di Regno, l’ideale di comunità cristiana.

E’ una comunità presieduta dalla madre. Mentre il padre desidera che il figlio sia come lui, la madre è colei che accetta il figlio così com’è. Allora la comunità è presieduta dall’amore incondizionato. E’ una comunità centrata sul Vangelo: Marco è l’evangelista. Ed è una comunità che si esprime nel servizio.

Comunità basate su queste caratteristiche ce ne sono tante in giro.
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Gesù e MammonaAlberto Maggi OSM- trascrizione non rivista dall'autore www.studibiblici.it



" Giuda (Gv 12,1-8) viene così definito: "... era ladro e prendeva dalla cassa degli altri".

Mentre Gesù condivide con gli altri quello che ha e procura vita, Giuda fa il processo contrario: quello che è degli altri lo sottrae per sé, togliendo vita agli altri, ma procurando morte agli altri la procura anche a sé. Giuda, in effetti, è l'uomo che causa la povertà, perché prendendo quello che è di tutti rende tutti più poveri. Eppure è l'unico che protesta scandalizzato contro questa azione, non perché gli interessasse dei poveri, ma perché vede in questo gesto una perdita del proprio interesse.

Dice Giuda: "Perché non si è dato ai poveri? Si poteva vendere per trecento denari", ma l'evangelista ci spiega che non disse questo perché gli interessavano i poveri, ma perché era ladro. C'è subito la risposta di Gesù che va ben tradotta e ben compresa: "I poveri gli avete sempre con voi". Cosa significa?

I poveri non sono oggetto dell'attività caritativa della comunità cristiana, ma sono componenti della comunità cristiana!

Un equivoco da eliminare è quello dell'elemosina. L'elemosina è immorale agli occhi di Gesù! Questo perché l'elemosina sottintende sempre il rapporto tra una persona che ha e una persona che non ha. Quindi ci presenta una persona che dà a chi non ha, ma non è questo quello che Gesù ci chiede.

Gesù non ci chiede di praticare l'elemosina, ma di condividere con gli altri abbassando il proprio livello per permettere a chi non ha di innalzarlo.

Quindi i poveri non sono oggetto dell'azione caritativa da parte della comunità, ma sono elementi della stessa.


Non esiste la comunità cristiana che si occupa dei poveri, ma i poveri stessi sono componenti della comunità cristiana. Non l'elemosina, ma la condivisione dei beni. I poveri hanno pieno diritto di cittadinanza all'interno della comunità cristiana!
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Dialogo con A. Maggistudibiblici.it

" Nessuno, da solo, si azzardi a mettere in pratica quello che è stato detto questa sera [ sulla comunione dei beni n.d.r. ] , perché nel giro di poco tempo viene eliminato, distrutto e schiacciato! Infatti, Gesù non dà mai questi suoi insegnamenti al singolo individuo, ma a una comunità di individui.

Quando proclama le beatitudini non dice "beato l'individuo", ma dice "beati quelli", è una comunità che deve mettere in pratica questo insegnamento. L'individuo che da solo, poverino, prova ad andare contro corrente, perché di questo si tratta, viene divorato e distrutto dalla società! Quindi non è l'individuo, ma una comunità che deve mettere in pratica questi insegnamenti.

L'individuo da solo non cambia la società, ma molti individui possono influire su questa società: ecco l'urgenza della comunità cristiana! I cristiani non sono degli individui isolati, dove ognuno vive il proprio rapporto con Dio; Gesù è venuto a chiedere ad una comunità di mettere in pratica questo messaggio. Solo una comunità può incidere in maniera forte nella società e, soprattutto, se uno dei suoi membri viene a patire la persecuzione a causa di questo messaggio, trova alle sue spalle la ricchezza della comunità che può prendersi cura di lui. Questo discorso non deve però servire da alibi per dire: non ci sono gli altri e allora non iniziamo! La comunità è comunque un'urgenza, perché in essa si gioca la felicità della nostra stessa esistenza!

A Gesù non interessa la nostra felicità nell'aldilà. Gesù ci vuol dire: perché aspettare l'aldilà quando puoi essere pienamente felice qui su questa terra? L'infelicità non fa parte del progetto di Dio. Il progetto di Dio è la piena felicità. Nel vangelo di Giovanni, Gesù afferma più volte: "Vi lascio la mia gioia e voglio che la mia gioia in voi sia addirittura traboccante". Quindi, la chiamata alla piena felicità è qui su questa terra.

Ma se una persona avvelena la propria esistenza, se si rende servo di Mammona, della ricchezza, non sarà mai una persona felice. Negli Atti degli apostoli, attribuendo l'espressione a Gesù, si legge: “vi è più gioia nel dare che nel ricevere”.

La persona prova gioia quando dà agli altri, quindi non c'è in ballo qualcosa da poco, ma la piena felicità della nostra esistenza e siamo tutti quanti chiamati ad essere felici. La felicità si manifesta nel dare, ma abbiamo tutta una società, all'epoca di Gesù come oggi, che ha enorme interesse a convincere che la vera felicità consiste nell'avere: più abbiamo e più siamo felici.

L'accumulo dei beni, però, non rende felici ed ecco che si inventano sempre nuove prospettive di felicità: non sei felice perché ti manca sempre qualche altra cosa. Tutto lo sforzo dell'uomo viene orientato a raggiungere questi "status symbol", ma poi ci si accorge che non è lì la felicità. La felicità degli uomini consiste nel dare e nel donare e questo modo di vivere bisogna provarlo nella pratica per sperimentarne la sua validità, comunque ci deve essere una comunità alle spalle.

L'argomento della ricchezza è sempre un argomento che lascia mute le persone, perché ci coinvolge tutti quanti mettendo mano al nostro portafoglio e diventa un argomento scabroso. La prima comunità cristiana cercò di realizzare questo progetto di Dio e negli Atti degli apostoli c'è scritto: "...e rendevano con grande forza testimonianza che Gesù era vivo, che era risorto, perché nessuno tra di loro era bisognoso". Il mondo crederà che Gesù è vivo ed è resuscitato quando nessuno tra di noi sarà più nel bisogno!

Cosa volete che possa significare predicare: Dio è provvidenza! Ma dove? Pensate solo che si è fatto credere, nel Padrenostro, che bisognava chiedere il pane dal cielo: dacci oggi il nostro pane quotidiano! Cosa significa? E' forse Dio che ti dà il pane? Ma quando mai, quando mai Dio ha dato il pane dal cielo? Tanto è vero che ci sono tanti cristiani, in zone disagiate della terra, che chiedono "dacci oggi il nostro pane quotidiano" e muoiono regolarmente stecchiti di fame. Non è compito di Dio dare il pane quotidiano, ce n'è già in abbondanza, si tratta invece, per noi che l'abbiamo, di produrlo e di condividerlo con chi non ne ha. Non bisogna aspettarsi nuove moltiplicazioni dei pani, basta condividere generosamente quello che c'è, e ce n'è in abbondanza per tutti, come al tempo di Gesù!

Alcuni studi hanno rilevato che quello che si spende nella nostra società occidentale in prodotti per dimagrire, basterebbe per sfamare quelli che muoiono di fame! Quindi, c'è un profondo divario tra i vari continenti. Che Dio è provvidenza verrà reso credibile quando noi ci faremo carico del bene degli altri. Lo dice già il NT nella lettera di Giacomo: se una persona ha fame, se una persona ha freddo non gli dire và in pace e spera nel Signore, ma dagli un vestito e riscaldalo. Solo così capirà veramente che esiste un Signore!

Che Gesù è vivo, che noi siamo i discepoli di un Gesù risorto si vede soltanto quando ci si prende cura del benessere degli altri!

Siamo ancora distanti dal vivere questa testimonianza! Una cosa paradossale, ma purtroppo vera, è questa: la generosità si sperimenta nei momenti del bisogno. Non che ci si debba augurare una catastrofe, ma quando c'è un'emergenza, nella gente scatta la molla della generosità, sono pronti ad aiutarsi gli uni con gli altri; quando invece c'è un esplosione di benessere, subentra subito l'egoismo. Come nel dolore si è capaci di condividere concretamente la pena dell'altro, nel benessere, invece, non si è capaci di condivisione, ma si è gelosi di quello che si ha e lo si tiene per sé.


La comunità  di GesùUltima conferenza di Mateos S.J. -Cordoba, marzo 2001 - studibiblici.it

Juan Mateos Alvarez , gesuita spagnolo nato nel 1917, professore emerito del Pontificio Istituto Orientale di Roma, specialista in liturgia siriaca e traduttore con Luis Alonso Schokel, della Nuova Bibbia Spagnola , Ediciones Cristiandad


" ... Cominciamo con un tema molto bello, quello della comunità di Gesù .

Dai tempi del catechismo ci dicevano sempre che Gesù era venuto al mondo per salvare le nostre anime, tuttavia, se uno legge il Vangelo, vede che non è così. Per salvare le nostre anime cioè per passare ad una vita dopo la morte non c'è bisogno di essere cristiano.

C'è un giudeo che domanda a Gesù: "che debbo fare per guadagnare la vita eterna?". Gesù gli risponde: "osserva i comandamenti" e dei comandamenti soltanto quelli etici, quelli che si riferiscono al prossimo in modo che con una condotta etica l'uomo passa la frontiera della morte.

matheosMa per questo si può essere cristiano, mussulmano, giudeo, induista ο animista perché quell'uomo che si dà agli altri, che si dona al prossimo, ha assicurata la vita futura; è una base minima ma è già qualcosa, tuttavia Gesù non viene per questo ma per qualcosa di più. Che cos'è questo qualcosa di più?

Gesù viene a creare ο a cominciare una società nuova.

Il male dell'uomo non sta solo dentro di lui ma nella società che lo circonda. Questa società lo ostacola e lo priva della libertà, in molti casi lo opprime e a volte perfino lo spoglia della stessa vita. Perciò in una società, non parlo della nostra, adesso, dove si sta abbastanza meglio che al tempo di Gesù, questo dobbiamo dirlo ma in generale, tutta la società antica era dispotica e per la quasi totalità si verificava questa situazione.

Gesù nasce e vive in una società molto ingiusta, la società giudaica, che come altre di quel tempo conoscevano soltanto due classi sociali: quella dei ricchissimi e l'altra che era dei molto poveri, non c'era una classe intermedia. In questa società, naturalmente, la gente soffriva molto, pativa la fame, mancava di libertà e vi era un forte controllo di polizia.

Vi erano insurrezioni che affogavano nel sangue. Era una situazione bruttissima ma a parte questo caso estremo di quella società, il fatto è che anche nella nostra, la persona non si sviluppa, non si realizza.
Fate attenzione, se Dio è creatore, il successo è che la sua creatura giunga al suo pieno sviluppo. Ad esempio, se abbiamo una pianta e seminiamo delle rose, non saremmo contenti che queste marciscano a metà del cammino, desideriamo invece che il roseto giunga al pieno sviluppo, che produca delle belle rose, sennò abbiamo fallito.

Ebbene, noi siamo le creature di Dio e se Lui vede che la sua creatura non giunge allo sviluppo che potrebbe avere, sarebbe un fallimento del Creatore.

D'altra parte chiamiamo Dio anche Padre, e Lui vuole esserlo a tutti gli effetti, allora per un padre il fatto che i suoi figli restino ammalati e indeboliti costituisce un fallimento tremendo. Gesù vuole che qualche cosa cambi in questa società che impedisce lo sviluppo dell'essere umano.


Dunque il progetto di Gesù, la sua missione è comunicare e porre il fondamento di una nuova società in cui gli esseri umani possano essere liberi, svilupparsi, essere solidali, amarsi ed essere creativi, essere allegri e felici e giungere, ciascuno alla sua maniera, alla pienezza, alla realizzazione di tutte le potenzialità che ha dentro.

Perciò il proposito di Gesù è creare una società alternativa, differente, adulta, gradevole, una società umana, fraterna, completamente diversa da quella in cui stiamo vivendo e questo, è quello che in linguaggio teologico si chiama il "regno di Dio". Perciò il regno di Dio, frase che usano gli evangelisti, è una società alternativa, differente.

Questo è il significato della comunità di Gesù.

Qualcuno ironicamente disse: "Gesù annunziò il regno di Dio invece venne la chiesa!".

In ciò avevano una qualche ragione! La comunità di Gesù sarebbe il principio, il germe del regno di Dio, della società nuova;  ma Gesù non viene a creare una società nuova perché una società nasce e si sviluppa per evoluzione e cambia poco a poco. Egli non può dire: questa mattina cambia la società, ciò non ha senso, perciò Egli comincia da un piccolo gruppo. Non si limita a proporre l'ideale della società nuova ma desidera che essa cominci a realizzarsi e si realizzi in un piccolo gruppo.Questo gruppo estenderà il suo ideale perché altri vadano ad aggiungersi a questa comunità.

Gli evangelisti chiamano Gesù il Messia, questa è una parola ebraica che significa l'Unto, in greco si dice "Cristo" che è la traduzione di Messia. L'Unto, il Messia, si considerava il Salvatore che Dio inviava per salvare l'umanità. C'era un messia nella cultura giudaica che era definito figlio di David. Figlio in quella cultura, significa colui che nasce ο discende da qualcuno al quale assomiglia e si comporta come colui che chiama padre. Quindi il figlio di David, il Messia, sarebbe un re con le stesse caratteristiche di David; un re violento, un conquistatore, un re che impone il suo governo.

Ma gli evangelisti distinguono un altro Messia che è figlio di Dio e non di David. Allora il Messia figlio di Dio è colui che assomiglia a Dio e Dio è l'Amore, è Amore incondizionato e pertanto esclude ogni violenza. Il Messia figlio di Dio non impone il suo governo: è questo il Messia che annunciano i Vangeli, il Salvatore! Ma cosa significa Salvatore? Questa è una parola tanto usata e tanto logorata e deriva da salvezza. Attenti!

Salvezza vuol dire Vita, né più né meno che Vita.

Gv 10,10 io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

Quindi salvare gli uomini in questo mondo significa lasciare che giungano alla pienezza di Vita e salvare gli uomini per il futuro significherebbe dar loro una Vita che supera la morte. Quindi Gesù viene a salvare che vuol dire : dar Vita, dar Vita, dar Vita a quelli che vivono come morti-in-vita.

Questa è la prima cosa! Togliere gli uomini dalla mediocrità che è mancanza di vita. Pensate quanto è diffusa questa nella nostra cultura, nella nostra nazione ricca e potente: la mediocrità dove tutti si conformano col niente, con il non crescere. Molta gente si dedica alla futilità, alla frivolezza, alla stupidità.

La gente non matura come essere umano: questo è mancanza di Vita. Per questo Gesù è il Salvatore, è colui che dà Vita, che porta questo mondo alla pienezza e nel futuro alla condizione divina.

Poiché la fede non può essere imposta, come nasce la fede in Gesù?

Può nascere dall'incontro dell'inquietudine di una persona e dalle sue aspirazioni come tali, con la persona ed il programma di Gesù. La gente non inquieta, (sistemata ο arrivata), sicura, non cerca niente, non cerca Gesù.

Colui che sente che ha ricevuto un insegnamento religioso che però non lo riempie, che non lo soddisfa, che non lo realizza che anzi lo rende triste, allora cerca un'altra cosa e aspira a questa pienezza, a questa libertà, a questa allegria di vivere.

Se si incontra con Gesù, con la persona Gesù, l’uomo libero, l’uomo pieno, l’uomo maturo, il modello di uomo, con il Suo programma che è precisamente questo: portare la persona a questa pienezza, soddisfacendo ogni sua aspirazione; allora viene la fede.

La fede non è un dono del cielo, se così fosse, Dio starebbe discriminando, ad alcuni la darebbe e ad altri no, ossia Egli salverebbe uno e condannerebbe l'altro per puro suo arbitrio?! Questo è inammissibile!
La fede non è un dono del cielo; è un atto di adesione personale e libero a Gesù. È un atto nostro ma prima di averla devi conoscere Gesù se no non la puoi dare questa adesione.

Naturalmente parlo sempre  della persona  inquieta, della persona che cerca e allora (questa persona) incontra e conosce Gesù e la sua proposta per il genere umano e dice: "questo è ciò che fa per me, Gesù io sto con te, dalla tua parte. Voglio essere dei tuoi, aiutami ad esserlo!". Così abbiamo la fede!

Fede è un atto libero, personale, una opzione alla persona di Gesù e al suo programma. Per questo, quelli che non conoscono Gesù, non possono averla.

...

Parlavamo della salvezza: Gesù ha questo titolo che è "il figlio dell'uomo".

Figlio dell’uomo è una espressione semitica che significa individuo umano ed è un modo di dire l'uomo, un vero uomo ; il figlio dell’uomo con l'articolo (non vado a spiegare tutta la genesi dell'espressione), è il modello d'uomo, è l'uomo nella sua pienezza, è l’uomoDio.

Questo significa il figlio dell’uomo. Quindi con l'espressione, figlio dell'uomo, si indica di Gesù  la sua origine umana e con l'espressione, Figlio di Dio, si indica la sua origine divina.
Egli rappresenta il meglio dell'uomo nella sua pienezza e rappresenta quello che è Dio. In lui c'è l'una e l'altra cosa , in lui possiamo conoscere ciò che significa Dio, l'amore di Dio espresso in Gesù e quale è il progetto di Dio sull'uomo dielevarlo cioè fino alla condizione divina. Questo è quel Gesù al quale noi possiamo dare l'adesione.

L'adesione nel Vangelo si esprime in diversi modi.

Essere con Gesù, come dice Marco, significa dare l'adesione piena e incondizionata alla sua persona e al suo messaggio: "io voglio stare con te Signore".
Poi vi è un'altra metafora che è: Seguire Gesù che pure si usa e significa mantenere la vicinanza mediante un movimento subordinato al suo, per cui mi mantengo vicino a questa persona ο mi muovo secondo dove egli va. Questo perché si considera Gesù come un pioniere, in quanto apre un cammino e allora noi andiamo dietro lui. È una metafora che indica la sequela, l'adesione a Gesù e la pratica.

Allora Gesù non fonda una società nuova, desidera porne il fondamento e quindi comincia con il costituire un gruppo di persone dove i principi ed il modo di comportarsi si facciano visibili. Egli non parla solamente di teoria ma vuole che questo nuovo modo di essere società, si incarni già in un gruppo umano perché cominci a vedersi la nuova possibilità.

E quali sono le caratteristiche di una nuova società? 

In primo luogo Gesù pone come condizione indispensabile per tutta la società nuova e lo sviluppo personale dell'uomo, la libertà, parola sacra per la nostra epoca. Se  l'uomo non è libero non può realizzarsi e se non può svilupparsi non può essere né persona né società nuova.

Che significa essere liberi

Significa che non c'è nessuno che diriga la mia vita, che io sono il padrone della mia vita, questo è essere liberi. Io non debbo subordinare il mio modo di disporre , di vivere al parere di nessuno.
Dico subordinare, perché altra cosa è che io non possa consultarmi, che io non possa accettare consigli, che non possa confrontarmi con altre persone ma nel fondo

io sono il responsabile, non solo il padrone, ma il responsabile della mia vita; se non c'è questa libertà non c'è possibilità di crescita, di sviluppo umano.

Notiamo anche che ci sono due categorie di libertà: c'è una libertà da e una libertà per.Libertà da: io sono libero dalle catene, sono libero dai pregiudizi, essere liberi da qualcosa; si tratta di essere liberi dai mali che prima mi affliggevano. E ora sciolto e libero che cosa faccio? Non posso fermarmi qui allora necessito di una libertà per . Perché sono libero?

Qui è importante per Gesù compiere un altro passo: è necessario liberarsi da catene, ma quali catene? Le catene sono le ideologie, le idee che ci hanno messo nella testa e questo è quello che ci impedisce di essere noi stessi, che ci impedisce di pensare, di riflettere, di arrivare da noi stessi.

Le ideologie sono mortali e quello che precisamente combatte Gesù è l'ideologia religiosa giudaica che fa apparire Dio come il Dio della legge, il Dio che esige, che impone un comandamento, un precetto, un costume, un rito, un culto, e tutto ciò è imposto e allora l'uomo non ha altro rimedio che rinunciare a pensare a tutto questo: a Dio tocca comandare, all'uomo ubbidire. Gesù non ammette ciò in assoluto, vedete c'è una enorme differenza tra il vecchio testamento e il nuovo cioè il Vangelo.

Nel vecchio testamento l'uomo deve ubbidire a Dio mentre nel nuovo testamento l'uomo non deve ubbidire ma assomigliare a Dio.

Nell'antico testamento l'uomo è servo e il servo abbassa la testa e ubbidisce; nel nuovo testamento è figlio e il figlio non ubbidisce al Padre ma per amore verso il Padre, fa ciò che a Lui piace perché il suo proposito, il suo ideale, è quello di assomigliare al Padre; ma in che cosa si assomiglia?  

Si assomiglia nell'AMORE!

Di Dio non sappiamo quasi nulla, questa realtà che chiamiamo Dio è totalmente sconosciuta.È una realtà di un ordine tanto diverso perché noi viviamo in un mondo di sensazioni, di sensi, di tempo, di spazio; tutto questo è il nostro modo di percepire una realtà che è completamente differente. Esiste però un altro piano di realtà che non possiamo immaginare: lì sta Dio.

L'unica cosa che conosciamo di Dio, di codesta entità diciamo infinita, immensa, incredibile ecc… è che la sua relazione con gli esseri umani è una relazione di amore, questa è l'unica cosa chiara e certa per questo il nome che gli si applica è PADRE.

Padre è colui che per amore comunica la sua propria vita. Questa Entità grandissima (tremenda) che non possiamo conoscere né immaginare, questa sua relazione con gli esseri umani  è quella che per amore comunica loro, non una vita in generale ma la sua stessa vita: allora abbiamo la libertà.

Ma l'uomo deve essere libero per fare cosa? Libero per comunicare Vita come il Padre!

La nostra missione nel mondo si può sintetizzare in varie maniere, una di queste è: cosa debbo fare io nel mondo? Comunicare Vita agli altri .


E vita significa libertà, significa allegria, significa pace, amore, solidarietà significa ciò che di meglio si creda. Tutto il bene che possiamo immaginare, la felicità ecc.. Va incluso nel comunicare vita.

La nostra missione nel mondo è fare felici tutti quelli che ci circondano, tutti quelli che possiamo, interessarci a tutti, quelli che possiamo servire, non creare mai divisioni tra le persone, al contrario creare condizioni di convivenza umana. Questo è comunicare vita intorno a noi.

Questa è la missione della libertà, non si tratta di una libertà banale che non sa cosa fare di se stessa, questa non vale nulla perché una libertà così può essere solo distruttiva mentre quella vera è una libertà per , una libertà al servizio, per comunicare vita, che è comunicare amore perché vita e amore sono equivalenti e l'amore è l'attività della vita.

L'amore produce la vita. Perciò diciamo che Gesù libera dalle ideologie e noi spesso ne abbiamo una zavorra. Tante cose ci hanno messo in testa, ci ricordiamo di quando dovevamo fare la comunione alla mattina e non si poteva bere né mangiare dalla mezzanotte e se non lo osservavi eri in peccato mortale e per quella stupidaggine andavi all'inferno, tutto questo è stato soppresso. Poi vi era il digiunare per alcuni giorni, anche questo è stato soppresso e tante altre cose come ad esempio se un laico toccava il calice ο un'ostia era peccato mortale. E oggi invece può distribuire  la comunione nelle case;  altra stupidaggine che è terminata.

Purtroppo queste cose ancora ci sono rimaste dentro e ci paralizzano perché ci hanno detto: "tu non puoi pensare, tutto è già definito, tutto è già stato pensato, tutto è già stato deciso, non ti è lecito pensare sulla tal cosa e sulla tale altra cosa". Altre volte ci dicevano: "questo non lo puoi fare, la tua condotta deve essere così, perché noi abbiamo già definito quello che deve essere il tuo modo di pregare".

Tutto questo è una zavorra tremenda che ci impedisce di essere persone, essere padroni di noi stessi, liberi, perché essere padroni della propria vita, significa che ho la possibilità di pensare e la possibilità di agire in maniera conforme al mio proprio criterio che sono venuto maturando; un criterio che  si basa in questo amore per gli altri che è la base di ogni condotta per me che voglio seguire Gesù, che voglio comunicare vita.

Davanti ad una circostanza ben precisa, penserò se debbo fare una cosa ο un'altra, in funzione delle circostanze e nessuno mi deve dire quello che devo fare, nessuno può dirigere la mia condotta altrimenti non sono libero. Questo non vuol dire che sono temerario, se c'è un problema difficile è naturale andare da una persona saggia, amica, per ascoltare un consiglio però, dopo, la decisione finale è mia.

A proposito della libertà è curioso che i Vangeli presentino Gesù che mangia con i discepoli, sdraiati a tavola: questa è una usanza greca che passò nella cultura ebraica.  Mangiare sdraiati sui divani era proprio degli uomini liberi perché mai un servo ο uno schiavo potevano mangiare sdraiati. Gesù sempre mangiava a tavola sdraiato con i suoi discepoli cioè con un atteggiamento da uomini liberi. Perfino nella cultura ebraica si verificava questo, infatti la notte di Pasqua nella quale commemoravano la liberazione dall'Egitto, si mangiava sdraiati (seduti), la cena si faceva da seduti perché quella liberazione aveva fatto dei giudei uomini liberi. Questo è uno dei segnali con cui l'evangelista ci indica che Gesù la prima cosa che dà, è la libertà.

Un'altra caratteristica della comunità cristiana è l'uguaglianza ma che significa questa parola?


Mt 20,27 e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo;
Mc 9,35 Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti».
Mc 10,44 e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.


Significa che nessuno è subordinato ad alcuno, lo dice il Signore molto chiaramente: "voi sapete che i re della terra dominano i loro sudditi e che i capi li schiavizzano ma tra di voi niente di tutto questo" continua Gesù "colui che  vuole essere il primo, si faccia servitore di tutti. Colui che vuole essere grande, si faccia servo di tutti".

Per questo nella comunità di Gesù non si tollerano gerarchie, aristocrazie, quindi vi è l'uguaglianza totale creata dal mutuo servizio, tutti al servizio di tutti e questo crea uguaglianza nella comunità cristiana.
Naturalmente l'uguaglianza sta in questo punto: nessuno ha il diritto di imporre, di dirigere la mia vita, nessuno ha diritto di essere superiore e al quale io debba sottomettermi. Questa è l'uguaglianza! Dopo viene la reale diversità poiché tutti siamo differenti, dal momento che non abbiamo la stessa età, né lo stesso sesso, né la stessa esperienza, lo stesso titolo di studio, né il medesimo talento.

Vedete la disuguaglianza è totale, ma anche se diversi, non acconsentiremmo mai che vi sia qualcuno  che ci imponga la sua volontà, perché proprio questa disuguaglianza è la ricchezza dell'umanità e pertanto è anche la ricchezza della comunità cristiana: quella che si chiama il carisma.

Dentro una comunità, soprattutto se è numerosa, ci deve essere un'organizzazione che non è affatto autoritaria però tuttavia, per essere efficace, deve organizzarsi per fare ciò che vi è da fare. Allora viene il carisma che è un dono naturale, potenziato dallo Spirito e che si mette al servizio degli altri.

Per esempio può esserci il carisma dell'apostolo: l'apostolo è una persona che ha una grande facilità di trattare con la gente, che attrae molto con la sua capacità di formare un gruppo e questa persona, se pone questa sua qualità alla missione di Gesù, di comunicare vita agli altri, crea comunità e questi è l’apostolo: un dono naturale potenziato dallo Spirito e posto al servizio della missione.

Poi viene il Profeta: possiamo dire che il profeta è quello che ha il dono di pescare ciò che c'è nell'ambiente, d'intuire quello che sta tra le righe e allora questa persona, con codesta intuizione naturale, si pone al servizio della missione, della comunità e così abbiamo il profeta.

Si applica la stessa cosa per chi è capace di curare gli infermi, per chi è capace di educare i bambini e tante altre qualità. Sono tutti carismi distinti che, in un momento preciso, serviranno perché la comunità funzioni come si deve. Pertanto abbiamo l'uguaglianza per cui nessuno sta al di sopra degli altri, come abbiamo già detto perché nel Nuovo Testamento nemmeno Dio si mette al di sopra dell'uomo; non dobbiamo ubbidire a Dio ma assomigliare a Lui.

Questo, Gesù lo dimostra nella lavanda dei piedi che appare nel Vangelo di Giovanni. Lavare i piedi era un servizio che si faceva al padre di famiglia, a una persona importante, con deferenza. Ciò si faceva sempre ad un uomo libero dal momento che mai si lavavano i piedi ad uno schiavo ma ad un signore distinto. Allora Gesù che è il Signore, cioè l'uomo libero per eccellenza, non è il Signore perché ha sudditi sotto di se, è il Signore perché non ha nessuno sopra di sè. Quindi Gesù il Signore si cinge la cintura e lava i piedi ai discepoli; ossia fa i suoi discepoli signori: dà loro la categoria di Signori perché ora essi, grazie a Gesù, hanno qualcuno che lava loro i piedi, si pone alla loro altezza.

Il proposito di Gesù è l'uguaglianza, porre i discepoli alla sua altezza.

Gesù è la presenza del Padre nel mondo e se Gesù si pone ai piedi dei discepoli significa che Dio è al servizio degli uomini, proprio come fa Gesù, per alzarlo alla sua stessa statura, per portarlo alla sua piena realizzazione. Quindi Dio non s'impone all'uomo e questo toglie tutte le concezioni che abbiamo di Dio.

Non c'è una religione in cui Dio non sia apparso come l'Onnipotente. La caratteristica principale di Dio era il potere e Gesù ci dice che questo è falso. La caratteristica principale di Dio è il suo amore. Egli si pone al servizio dell'uomo per innalzarlo, non s'impone all'uomo. Con questo scompare ogni giustificazione alla tirannia di questo  mondo che si era sempre ispirata all'immagine del Dio potente.

Vedete, l'imperatore bizantino si chiamava il Vicario di Dio, perché? Perché se Dio è l'onnipotente, colui che domina il cielo e la terra, allora l'imperatore è il suo rappresentante più vero; egli ha diritto di vita e di morte su i suoi sudditi. Egli domina la terra come Dio il cielo. Ecco perché era considerato il Vicario di Dio. Questa è la falsa idea di Dio, anzi la falsissima idea! 

Quando Gesù si inginocchia per lavare i piedi ai discepoli, tira in basso ogni potere di questo mondo. Non c'è nessuna giustificazione perché un potere possa permettersi di dominare e di soffocare gli uomini.
Tutti i poteri invocavano in un modo ο nell'altro la falsa immagine di Dio. 

Si consacravano i re e gli imperatori, la chiesa li consacrava  dicendo: "il tuo potere discende da Dio", no, no, no! Falso completamente falso!!!    Pertanto non possiamo permettere poteri dominatori che sottomettono l'uomo! Questo non si può ammettere mai! Questa è la grande rivoluzione che c’è dentro il messaggio di Gesù!


Voglio dare un'altra caratteristica della comunità: la comunità è solidale!

È una comunità di uomini liberi, di uguali e solidali. Vedete, la radice dell'ingiustizia sociale risiede nella grande ambizione umana che è ambizione di denaro, di prestigio e di potere. L'ambizione di denaro provoca l'accumulo che rende gli altri dipendenti da colui che accumula e a causa di ciò si perde la libertà e l'uguaglianza. L'ambizione di prestigio la conosciamo, e conosciamo le ristrettezze, con le scomodità e le gravi difficoltà che provoca! Questo chiaramente non può essere. Gesù desidera la piena realizzazione umana e quindi non può essere questa la strada.

Che cosa vuol dire la Beatitudine?

Questa è una occasione per un tema abbastanza dibattuto e oscuro. Vedete a quell'epoca, quella società così profondamente  ingiusta, aveva due classi sociali: i ricchi e i miserabili. Il discepolo di Gesù deve  schierarsi, con chi si deve allineare, con i ricchi che producono ingiustizia  ο con gli altri che sono quelli che la subiscono? Non c'era un termine medio, Gesù dice: "guarda, se devi schierarti, devi allinearti con quelli che soffrono e non con quelli che la povertà la producono".

Però le Beatitudini vanno più in là, Gesù sta dicendo: guardate se per non essere complici dell'ingiustizia ci fosse bisogno di diventare poveri e non accumulare, questo conta più di ogni altra cosa perché la Beatitudine è una incompatibilità del cristiano con l'ingiustizia e se, in un caso estremo, per essere fedele alla giustizia, per non essere complice del sistema ingiusto, ci fosse bisogno di sopportare il male (persecuzione), ebbene lo accetterò. Questo naturalmente è un caso estremo, non è quello che Gesù chiede per tutti.

Così si comprende la prima Beatitudine: quelli che scelgono di essere poveri nel contesto dell'ingiustizia sociale. Quelli che sono disposti ad essere poveri, parola che in greco ha un significato molto forte e indica "indigente", questi dicevo, non intendono porsi dalla parte dell'ingiustizia. Per questo nella comunità cristiana, Gesù lo spiega dopo, significa non accumulare tesori sulla terra, moderare l'ambizione del denaro che crea sempre l'ingiustizia perché quando si accumula vuol dire che si toglie all'altro, perlomeno nella generalità dei casi.

Questo accumulo irresponsabile, insaziabile di denaro sta impoverendo la gente pertanto non accumulate tesori sulla terra, abbiate un giusto benessere e non aspirate ad averne sempre di più. Siate generosi perché la generosità (che è splendore) dà valore alla  persona, se sei taccagno (avaro) tutta la persona è miserabile (spregevole), non vale niente. Allora, la caratteristica della povertà chiamata cristiana, consiste nel non avere l'ambizione di accumulare denaro ma anche di essere generoso e solidale con gli altri.Questa solidarietà è quella che va alleviando e fa cessare la miseria degli altri e con questo che dirò termino.

Nell'episodio della moltiplicazione dei pani che io chiamo la (spartizione ο condivisione) è un episodio ideale, senza dubbio creato dall'evangelista per esprimere e giustificare questa realtà. Gesù dice alla folla di sdraiarsi (sedersi) per terra. Una moltitudine misera, povera ma per prima cosa, che si sieda a terra ossia adotti il portamento degli uomini liberi e seconda cosa, che si dispongano in gruppi. Il gruppo è una struttura informale senza un numero stabilito, senza un presidente; è un gruppo di uguali. Terza cosa, Gesù spezza e distribuisce i pani, tutto quello che il gruppo dei discepoli avevano lo distribuiscono. Si indica simbolicamente che avevano cinque pani e due pesci e tutti mangiano fino a saziarsi, che vuol dire?

Il condividere crea l'abbondanza.

Raccolgono 12 ceste di avanzi; 12 è il numero d'Israele. Se c'è solidarietà e se condividi quello che hai si risolve il problema della fame in Israele. Quindi caratteristica della comunità è la solidarietà che si realizza nel condividere. E condividere, insegna a condividere, un modo con cui questo si propaga è che dà esempio perché altri seguano lo stesso esempio e con questa condivisione riusciremo ad eliminare la povertà nel mondo e con ciò credo di aver concluso la conferenza.


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DOMANDA: La salvezza che porta Gesù si basa su una nuova società, basata sull'uguaglianza, libertà e solidarietà. In realtà a livello tangibile oggi dove si trova questa società nuova, dove si vivono già questi valori?

RISPOSTA: grazie, ha detto però una frase che non è del tutto esatta, che la salvezza di Gesù si basa sulla comunità; no, c'è una salvezza personale e un'altra comunitaria. Ogni persona va maturando ed acquisendo la propria pienezza e questa è la salvezza individuale e dopo la comunità come tale è quella che cerca di creare questo Regno di Dio, questa società nuova e di propagare la Vita.

La domanda era : dove si trova questa società nuova? È lo stesso che mi domando io! (seguono risate).

Però, vedete, se non potete raggiungere l'ideale, perlomeno, possiamo cominciare a fare i primi passi. Abbiamo detto prima, creare condizioni di convivenza umana, cercando di migliorare i rapporti con le persone, creare la pace, la comprensione, la concordia, questo anche se non arriviamo alla comunità ideale è già stare dentro l'ambito del Vangelo.

DOMANDA: Guardando la storia passata, come possiamo articolare questo progetto di uguaglianza, questo atteggiamento spirituale nel senso più ampio del termine in rapporto agli ultimi 30 anni trascorsi dal nostro Stato in Spagna dove non c'era la condivisione, la solidarietà e non c'era una giustizia?

RISPOSTA:  Non c'è giustificazione alcuna, credo che sia inutile  riaprire una ferita, tutti sappiamo che vi era una gerarchia che alzava il braccio come abbiamo visto in fotografia, dicendo: viva Franco, è chiaro che non hanno nessuna giustificazione, sono cose vergognose che per paura, per interesse ο per quello che sia, perseguì questo. Quindi la struttura ecclesiastica dovrebbe ripensare a tutto questo.

Una delle caratteristiche di Gesù è che non segnala nessun modo concreto di organizzazione delle sue comunità nel futuro, lascia alla comunità, secondo la cultura, che si organizzi nel modo più efficace per la missione: questa è l'unica cosa che importa.

La comunità cristiana non vive per se stessa ma per propagare questa esperienza e questa Vita nel mondo. Pertanto come si organizza la comunità? Nel modo più efficace per la missione; però è accaduto molto presto che vennero ordini, istituzioni nell'ordine ecclesiastico. Ne parla Tertulliano nel secolo secondo e terzo: esistevano due ordini romani, l'ordine senatoriale, l'aristocrazia del denaro e della nobiltà e l'ordine equestre che era dei militari. Poi veniva la plebe che era il popolo insignificante e la chiesa, che aveva l'ideale di uguaglianza, non doveva tollerare questo.

Tuttavia nel secolo secondo si crea l'ordine ecclesiastico che già divide l'uguaglianza all'interno della chiesa e la distrugge. Una sfilza di dirigenti da una parte e la plebe cristiana  dall'altra. Attenti che non parlo di plebe cristiana a vanvera, se andate a Roma e vedete nella basilica di Santa Maria Maggiore, nell'arco di trionfo c'è uno stemma dove è scritto: SISTO EPISCOPUS PLEBI DEI, (Sisto vescovo per il popolo di Dio), PLEBS era il termine romano per indicare quelli che non avevano privilegi. Tutto questo avrebbe dovuto far riflettere ma ciò era tanto solidificato che realmente ciò che si può fare da parte nostra è creare un'altra classe (tipo) di relazione.

Non possiamo combattere una struttura ingiusta ma creare una nuova classe di relazione umana dove la gente possa vivere in un altro modo.

DOMANDA: Desideravo sapere che cosa ne pensa lei se a livello di predicazione, di trasmissione si può dire che la chiesa è stata fattore importante, lungo la storia, nel predicare questi tre valori: libertà, uguaglianza e solidarietà.

RISPOSTA: In verità no. La chiesa è un fenomeno tanto complesso, uno la può detestare per i suoi gravi difetti e può ammirarla  per le sue chiarissime virtù; perché dentro la chiesa che comprende tutti, non soltanto la gerarchia, si fanno cose buonissime, molto impegnate però se lo vediamo da un altro punto di vista, c'è un abuso di potere incredibile, insopportabile. Nell’insieme, perlomeno nell'epoca moderna, la chiesa non ha favorito l'uguaglianza, forse la solidarietà, ma fino ad un certo punto, perché raccomandava in una maniera elementare di dare l'elemosina però la libertà e l'uguaglianza no, niente, ha oppresso sempre. Per questo, quando venne la rivoluzione francese e annunziò quei tre principi (libertà fraternità e uguaglianza), la chiesa inorridì.

Mi ricordo quando alla fine del secolo 19esimo nel parlamento Belga si propose un progetto di legge in cui si diceva che tutti i cittadini erano uguali davanti alla legge, allora Roma e il Vaticano proibì a tutti i cattolici di votare a favore di questo progetto perché la chiesa stava contro l'uguaglianza. La nobiltà aveva i suoi diritti indiscutibili, mentre il popolo non aveva  i suoi diritti e questa distinzione doveva essere sempre mantenuta. Era la famosa unione tra il trono e l'altare. Le due classi privilegiate (trono e altare) da un lato e dall'altro si difendevano coalizzandosi contro le aspirazioni del popolo.

DOMANDA: Il sacramento della confessione delle origini come si deve intendere ?

RISPOSTA: Il sacramento della confessione non si capiva perché non c'era . Il sacramento della confessione auricolare da bocca a orecchio, appare nel secolo sesto, non è una cosa istituita da Gesù e non ha nulla a che vedere con la chiesa primitiva. Furono dei monaci irlandesi con San Colombano e compagni che vennero in Europa al tempo dell'invasione dei barbari e i barbari erano effettivamente barbari. Si battezzavano in massa ma non avevano ancora i principi cristiani e neppure alcun principio etico.

Allora questo monaco (S. Colombano) per educarli e dar loro alcuni principi etici elementari, non ancora cristiani  ma pre-cristiani, cominciarono a introdurre la confessione auricolare e avevano le loro tabelle (liste): sulla parte sinistra erano indicati delitti, adulteri, furti, omicidi, rapine, saccheggi, ecc.. e nella parte destra vi era segnata la penitenza corrispondente. Poiché i preti erano anch'essi abbastanza barbari come il popolo: per un assassinio davano 40 anni di digiuno (o dico quasi come una caricatura); veniva il barbaro e il prete gli diceva confessandolo: "tu quanti omicidi hai fatto?", per esempio "7 omicidi" e il prete: "280 anni di digiuno".

Questo era un espediente per civilizzare un popolo che era tremendamente barbaro, per dargli un senso morale, per fargli distinguere ciò che era bene e ciò che era male. Però perpetuare questo oggi proprio non va. Ciò non si può giustificare facilmente.
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