Corso di Religione



Cristianesimo e valori.
Cristianesimo ed Europa
         


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I Benedettini[testi tratti da Storia della Chiesa - Ediz. Paoline.]

San Benedetto da Norcia e la sua Regola.

...«Si mettono subito al lavoro i monaci di Benedetto e gradualmente nascono l'oratorio, la biblioteca, il dormitorio, il refettorio, la foresteria, il forno, il mulino, la mensa, le officine, l'orto, il cimitero. Questo è il tempo in cui si combatte in Italia la guerra "gotica" tra i successori di re Teodorico e l'Impero d'Oriente, che è deciso a riconquistare l'Italia. Ma a Montecassino c'è pace e fraternità: barbari e latini, ariani e cattolici, poveri e ricchi, tutti sono accolti, rifocillati, ospitati e molti di loro diventano monaci...»

Con il carisma di S. Bendetto avviene come è noto, un'importante realizzazione monastica, ma come tante altre. La grande novità, la vera e duratura rivoluzione, non stava nel monastero, ma nella Regola che esso riceve da Benedetto, e che molto rapidamente governerà la vita e l'attività di migliaia di monaci intutta Europa.

Ciò che conta è il fatto che Benedetto delinea e impone un "nuovo modo di essere monaci", basato su tre principi fondamentali e uguali per tutti.

Il primo punto della Regola è la stabilitas: Niente più monaci girovaghi; chi sceglie liberamente di entrare in una comunità monastica dovrà vivere stabilmente lì, nel lavoro e nella vita fraterna; il cenobio sarà la sua famiglia per sempre.

Il secondo principio è quello dell'orario. Benedetto rivaluta il tempo, che è parte della vita, dono di Dio, e perciò non va disprezzato né dissipato, ma tutto utilizzato al servizio del Signore. E dunque ci sono disposizioni precise, scadenze puntuali in ogni momento della giornata, per la preghiera, la lettura sacra, il lavoro, il riposo.

Guerre, invasioni, fame e peste hanno non solo disgregato le strutture sociali, ma anche le volontà; c'è un colossale fenomeno collettivo di "disaffezione", di "assenteismo" in quello che fu l'Impero d'Occidente.

benBenedetto detta la Regola

Benedetto richiama non solo i suoi monaci, ma tutti gli europei al lavoro, all' impegno; nel clima di disfacimento generale, egli invita a rifare, a ricostruire.

E lo fa con disposizioni che rivelano in lui, per dirla col linguaggio dei nostri giorni, un grandissimo manager.

Il monaco che non lavora, dice severamente Benedetto, non è un vero monaco: e con questo egli rivaluta la fatica manuale, che dal mondo romano, per secoli, era stata spregiativamente considerata opera da schiavi.

No, dice 'Benedetto: essa è opera da uomini; e da uomini, come i monaci, che tendono alla perfezione. Così, dedicarsi a Dio non è più abbandonare a sé stesso il mondo, ma è anzi una forma di aiuto, è la proposta di un modello, l'indicazione di un esempio.

Il terzo punto : tra i monaci, continua la Regola, deve regnare l'uguaglianza più assoluta.

In una situazione di guerre e di odio, Benedetto chiede pace e riconciliazione tra latini e barbari, stabilendo assoluta uguaglianza per tutti nei diritti e nei doveri.

Il monastero non è un luogo di autorelegazione per pochi: diventa centro di accoglienza e di ospitalità, in cui trovano aiuto e asilo i pellegrini, gli affamati, i ricercati politici, i contadini fuggiaschi davanti agli eserciti e ai predoni.

Questa novità passerà dal monachesimo benedettino alla cultura dei popoli europei. In questo modo- ancora una volta-la cultura europea viene fermentata da valori cristiani.


L'Europa non l'hanno costruita i greco-latini. L'hanno costruita i cristiani, recuperando una tradizione latina, ma formulandola in modo assolutamente nuovo.

Il cristianesimo fu dunque l'esperienza di una socialità che attraversava la disgregazione, mettendo in gioco un fattore sociale nuovo, diverso. Non ha messo in gioco un'ideologia; non ha tentato di creare un'ideologia comune fra i barbari e i greci; non ha messo in opera, per dirla con i termini moderni, un confronto fra posizioni culturali.

Ha creato una vita sociale in cui i barbari e i latini potevano stare insieme: gli stessi barbari e gli stessi latini che si ammazzavano lungo le strade partecipavano alla stessa vita del "Monastero".

Lo storico Giorgio Falco dice: "Il goto ascolta la Parola di Dio insieme al latino: lo serve o ne è servito e non c'è nessuna opposizione". Da ciò si può capire che il fattore costruttivo è una socialità nuova, nella quale la persona è profondamente valorizzata nelle sue capacità di conoscenza, di sensibilità, di affezione, di costruttività.Il cristiano accetta la sfida che la realtà gli lancia. E la sfida è tremenda: vediamo se sapete costruire la società!

Mentre S. Girolamo, e con lui tanti esponenti della grande cultura cattolica, gridava la sua indignazione e il suo furore contro i barbari, i benedettini fecero un'altra scelta.

" viviamo la fede nel mondo, perché il cristianesimo è affermare la fede come principio di conoscenza e di azione, a partire da una realtà sociale in cui la fede è un'esperienza di vita".

Ecco perché il Monastero fu sentito dalla Chiesa come un'immagine particolarmente significativa di sé; un segno, un esempio di rapporti.


Al Monastero, ai Benedettini, i Vescovi e soprattutto il Vescovo di Roma assegnarono la funzione di essere la punta avanzata della Chiesa, perché nell'esperienza del monachesimo benedettino la fede diventa principio di vita attiva, di conoscenza e di azione.

"Ora et labora".
Il riconoscimento della presenza di Cristo nella Comunità cristiana come fattore di unità è anche il principio che fa affrontare l'esistenza nella sua materialità perché possa compiere l'Uomo secondo il progetto di Dio.

Nell'età antica il cristianesimo ha dovuto insinuarsi quasi trasversalmente dentro una società che aveva una sua fisionomia, una sua concezione dell'uomo e dello Stato.

Affrontò una faticosa dialettica, che poi è esplosa lungo tutte le persecuzioni fino al "Decreto di tolleranza" di Costantino Licinio; poi è cominciata l'espressione pubblica del cristianesimo nel mondo greco-romano.

Nel mondo moderno e nel mondo contemporaneo i cristiani dovranno innanzitutto confrontarsi con degli oppositori.

Nel Medioevo i cristiani possono creare liberamente, non perché non ci siano oppositori, ma perché non c'è un'altra concezione alternativa di sé e del mondo. Solo un'opposizione di fatto, non di diritto. «Io non ho inventato nulla di nuovo», dice sostanzialmente Benedetto a proposito della Regola; e anzi cita come ispiratore Agostino, Cassiano, Basilio e le Vite dei Padri.

Due secoli dopo, i suoi monasteri in Europa saranno più di mille. I gravi conflitti che si verificarono nel Medioevo sembrerebbero manifestare un'incomprensione della lezione di san Benedetto. Ma in realtà, se all'inizio di quei "secoli selvaggi" non si fosse alzata la sua voce profetica, le violenze sarebbero certamente state molto più sfrenate.

«Quando si pensa a tutta la violenza che ancora si scatenerà durante questo Medioevo selvaggio», 'Scrive lo storico Jacques Le Goff, «può sembrare che la lezione di Benedetto non sia stata compresa. Ma dovremmo piuttosto domandarci a quali eccessi si sarebbe spinta la gente del Medioevo, se all'inizio di quei secoli non si fosse levata questa voce grande e dolce».

Il monachesimo benedettino costruisce l'Europa.

IL MONASTERO

Dal greco monastérion, che significa "cella dell'eremita", indica il luogo nel quale vive una comunità di monaci. Quest'ultimo termine (dal greco mònachos) deriva invece da mònos, "solo", e indica lo persona che ha scelto lo vita religiosa ed è divenuto membro di una comunità monastica. Il primo esempio di monastero si ebbe con san Pacomio, agli inizi del IV secolo, consolidandosi poi in Oriente nel V secolo.

In Occidente si sviluppò invece nel VI secolo, per opera di san Benedetto, il quale indicò lo necessità di realizzare tra le mura monastiche un mondo autonomo, dotato delle strutture e dei servizi necessari per non dover dipendere dall'esterno. In questo modo i monasteri riuscirono a far fronte alle diverse invasioni barbariche.

I monasteri antichi non erano niente di imponente e di caratteristico: erano case qualsiasi, o anche capanne, o grotte.

Quei monaci degli inizi si installavano talvolta fra le rovine di un villaggio disabitato a causa delle guerre e delle epidemie, e sistemavano alla meglio le case diroccate, invase dalle erbacce; oppure, in una campagna rimasta incolta per generazioni, costruivano abitazioni di fortuna con i materiali disponibili, senza affatt o preoccuparsi di dare loro una forma particolare, uno "stile monastico". Unica esigenza di questi gruppi solitari: l'acqua, la vicinanza di una fonte o di un torrente.

«C'è ancora qualcosa di piacevole nel mondo? Da ogni parte noi vediamo lutti, ascoltiamo gemiti. Città abbattute, borghi schiantati, campi devastati, le città quasi spoglie di abitanti. E i superstiti, sotto i colpi di nuove sventure, sono sopraffatti da un'angoscia profonda...».

Così parlava, nella sua prima omelia da pontefice, Gregorio Magno (monaco anch' egli, ma in una comunità cittadina di Roma).

Gli infaticabili frequentatori di luoghi abbandonati dagli uomini, dove si addentravano singolarmente o in piccoli gruppi, si nutrirono dapprima di cibi selvatici, di bacche e di erbe bollite, alternando i magri pasti a periodi di digiuno rigoroso.

Crescendo le comunità dei monaci solitari, infoltendosi le schiere dei primi cenobiti, i frutti naturali non bastavano più, ed essi si diedero a coltivare la terra, ad allevare bestiame.

Gregorio Magno parla dei monaci intenti a cercare un buon terreno per l'orto, a coltivarlo, a recarsi al lavoro lontano dalla cella in groppa a somari, a tagliare il fieno a larghi colpi di falce, a vangare i campi per rivoltarne le zolle scure destinate ai cereali.

Quanti si recano nelle zone campestri per cercare il silenzio e la contemplazione devono provvedere da sé al proprio mantenimento, sia mangiando i frutti della natura, sia coltivando appezzamenti di terreno che, via via, divengono imponenti aziende, con allevamenti, laboratori e mercati, che rivoluzionano l'economia locale.

Il lavoro viene regolato anche nei dettagli. Non ci si occupa solo di agricoltura e bonifica delle paludi, ma di tutti i settori delle professioni, delle arti e dell'industria, architettura, scultura, pittura.

L'Europa dei secoli VI e VII pullula di piccoli gruppi monastici, ognuno dei quali lotta per conto proprio contro la boscaglia, lo sterpeto, il disordine di fiumi e torrenti, la palude.

Tutti insieme, questi gruppi formano una sorta di instancabile e paziente esercito, impegnato nella riconquista delle terre inselvatichite. E dànno vita a una quantità di aziende di monaci-contadini: come ha fatto l'irlandese san Colombano (540-615) in Francia e in Italia, a Luxeuil e a Bobbio, sui monti spopolati della Borgogna e nel cuore dell' Appennino italiano, in territorio di Piacenza.

I monaci restauravano (o costruivano) le chiese, e via via intorno ai luoghi di abitazione nascevano le stalle, i magazzini e i granai, e poi i mulini.

E i confratelli, reso coltivabile il terreno sufficiente, vi ripartivano le colture, piantavano vigne, e anche dall'incolto erano in grado di ricavare risorse: pascolo brado del bestiame, legname per gli strumenti agricoli e da costruzione.


Dal brulicare di piccole cellule monastiche negli spazi incolti, dal monachesimo nato come fuga da una società in tragico declino, nei secoli VIII e IX si passò a un minor numero di grandi fondazioni, affiancate a quelle comunità primitive che col tempo erano cresciute per forza propria.

Questo fenomeno fu piuttosto precoce nella Francia merovingia, dove la monarchia si era rapidamente convertita al cattolicesimo; in Italia, invece, cominciò solo nel secolo VIII, quando i re longobardi (divenuti finalmente cattolici dopo essere stati ariani) cominciarono a far costruire a decine chiese, cenobi e abbazie.

In questo modo, vecchi monasteri arricchiti via via dai doni di umili e di potenti, e nuovi centri costruiti già in grande dai prìncipi, cominciarono ad assumere anche la fisionomia di importanti aziende, dotate di estese proprietà.

Abbazia di Cluny

L'abbazia di San Silvestro di Nonantola, creata dal re longobardo Astolfo nel cuore della Bassa Modenese (metà dell'VIII secolo) e circondata da una profonda area forestale, disponeva all'atto della fondazione di sterminati spazi incolti, molti dei quali all'inizio del secolo successivo furono ridotti a coltivazione, per far fronte alle necessità di un numero crescente di monaci.

Nel primo ventennio del IX secolo (al tempo dell'abate Pietro), più di ottocento confratelli vivevano nell'ambito di Nonantola. Alla stessa maniera crebbe largamente la proprietà del monastero femminile di Santa Giulia a Brescia, edificato dal re longobardo Desiderio e da suo figlio Adelchi, poco prima che Carlo Magno abbattesse il loro regno e ne espugnasse la capitale, Pavia (774).

Come già era avvenuto in Francia nel secolo precedente, anche in Italia i monaci si trasformarono nel IX secolo da coltivatori in ricchi amministratori di vaste terre. La proprietà, di solito, era costituita da una parte centrale, gestita direttamente dai monaci e coltivata in economia da salariati.

Non sarebbe pensabile la Francia, l'Italia, la Germania, il Belgio, buona parte del Nord d'Europa, senza questa azione di rieducazione al lavoro come rapporto significativo con la realtà materiale.

Il resto, ripartito in singole aziende, veniva dato in affitto a uomini di svariata condizione, servi, semiliberi e liberi, che avevano pure l'obbligo di alcune corvées (prestazioni gratuite di lavoro) sul terreno gestito dai monaci.

I servi erano nutriti e alloggiati sul posto; gli affittuari risiedevano nei poderi con le famiglie, cosicché intorno al monastero nascevano centri abitati, che sul finire del IX secolo contavano centinaia e talvolta migliaia di uomini, donne e bambini.

A Bobbio, nell'883, c'erano già sei case a due piani e trenta a un piano. La pianta del monastero di San Gallo, in Svizzera (fondato da un discepolo di san Colombano) rivela le dimensioni sbalorditive raggiunte dall'insieme degli edifici sacri e profani nello stesso IX secolo.

Con il passare del tempo, quindi, all'ombra dei centri monastici maggiori si allargavano aziende, nascevano paesi e anche città. Re e privati gareggiavano nel fondare e ingrandire i luoghi sacri dove si pregasse per la stabilità del regno e la salvezza della loro anima. E per analoghi motivi affluivano al monastero le piccole offerte degli umili: promuovere invocazioni per la salute fisica e spirituale, per ottenere protezione da Dio.

La grande proprietà monastica aveva poi un'altra funzione: i re fonda tori e i loro discendenti esigevano dai monaci anche l'ospitalità, con tutta la corte, quando si spostavano.

Viandanti e pellegrini, poi avevano diritto all' ospitalità e al cibo nei monasteri.

Le numerose, piccole celle, disposte a  ridosso dei valichi montani e lungo le vie monotone che attraversavano le grandi pianure incolte, completavano l'opera di ospitalità ai potenti e ai poveri, offerta dai centri maggiori.

La cultura dei popoli europei è cresciuta soprattutto- pur con sfumature diverse- sulle fondamenta dei valori cristiani , soprattutto quelli realizzati dal monachesimo d'occidente.

Ciò che unifica il 500 al 1500 è questa straordinaria capacità di costruzione del cristianesimo, dalla quale però emergono tutte le grandezze e le povertà del popolo cristiano.

Il popolo cristiano non é un popolo solo di santi, né un popolo solo di peccatori. È un popolo di santi e di peccatori.

Se i Benedettini avviarono un processo storico di  formazione di una cultura unitaria propriamente europea , furono i i Carolingi a compiere il primo miracolo della sua unità politica.

Caduto !'Impero romano e scomparsa la scuola antica, la Chiesa creò tre tipi di nuove scuole: quelle monastiche, per i ragazzi destinati dai genitori ai monasteri; quelle presbiterali per i giovani chierici e anche per i laici; quelle episcopali destinate a formare diaconi e preti, sotto la direzione dei vescovi.

Nelle scuole che nascono nel sec. VI, VII e VIII - prima attorno ai conventi, ai monasteri, alle cattedrali, - è germinalmente presente la fioritura culturale che trova il suo culmine e fonte nelle università.

In esse vive la fede come orizzonte unitario per comprendere e interpretare veramente la realtà tutta.


Di solito, lo schema dell'ideologia si impone e coarta la realtà, mortificando la ricerca, la valorizzazione del diverso, il rispetto del particolare.

Le grandi università sono nate in ambiente cristiano e noi oggi riscopriamo - male e a secoli di distanza - la chiarezza metodologica, l'articolazione del sapere, il dialogo fecondo tra docente e discente, che vigevano nella "universitas studiorum" medioevale.

Occorre sfatare la falsa convinzione che nel medioevo non si poteva far nulla senza l'imbeccata e l'ordine del papa e dei vescovi: l'autorità ecclesiastica il più delle volte riconosce, corregge, accompagna.

"Nel Medioevo si crea la libertà" .

La Chiesa ha promosso la cultura primaria nel popolo, anche quando non sapeva né leggere né scrivere, offrendo ai loro occhi la storia biblica raffigurata nelle statue dei santi, nei bassorilievi delle cattedrali, nei cicli dei mosaici e delle vetrate, (vere "bibbie dei poveri"); prima ancora del Rosario (formulato nella forma attuale in pieno periodo della Controriforma), la recita dell'Angelus collocava la memoria dell'Avvenimento di Cristo all'inizio, a mezzo, al tramonto di ogni giorno; con la celebrazione della Liturgia ha educato la fede di generazioni, anche se il latino non è più compreso dalla gente e quello scritto non è più quello di Cicerone o dei Padri.

Su questa cultura primaria l'Università costruisce quella che Giovanni Paolo II chiamerebbe "cultura secondaria", più vasta, più riflessa e organica.
Altro che Medioevo sinonimo di oscurantismo, secoli bui.

All'interno della "Communio Cristiana" l'uomo medioevale vive i suoi interessi fondamentali: la conoscenza di sé e della realtà che lo circonda; e la costruzione, in tutti i suoi aspetti (sociali, economici, politici), esprimendo le sue capacità e rispondendo ai suoi bisogni fondamentali (ad es. : la scuola, la bottega dell'artigiano, ecc.)

La fede è il fattore unificante, ma non alla stregua dello stalinismo o del nazismo; l'unità della società medioevale non è statalista, centralista.

L'imperatore ha il compito di unificazione religioso-morale, come il fondamento e la difesa di questa unità.

Il cuore della fede ecclesiale non solo tollera, ma promuove il vero pluralismo (che è la varietà con cui è espressa l'unità, non la contraddizione).


Gli ospedali

All'inizio del sec. XIII, la comunità medioevale è segnata dalla tremenda malattia della lebbra, malattia della povertà, la povertà endemica per carenza di alimentazione e di condizioni minime di sopravvivenza. La mentalità comune è ancora dominata dal pregiudizio pagano ed ebraico, secondo la quale la malattia è una maledizione (cfr. l'episodio del Cieco Nato: Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Gv 9,1.3)

A fronte di tanto flagello, la Chiesa dice: "Questa è gente come tutti noi" e la Chiesa fonda l'ospedale, il luogo dove l'ospitalità, che Dio offre all'umanità con la Comunità cristiana, diviene l'ospitalità che la Chiesa offre agli esseri umani più bisognosi.

L'ospedale è legato alla testimonianza del santo che esprime con maturità più completa la fede medioevale: s. Francesco. Nel suo Testamento confesserà che la sua conversione vera è iniziata con il bacio al lebbroso: "Quando il Signore mi mise tra i lebbrosi, mi fece uscire dai peccati".

Senza l'Ospedale, anche l'Università non avrebbe il suo significato più giusto. Senza l'Ospedale l'Università rischierebbe di trasformarsi in pensatoio intellettualistico; senza l'Università, l'Ospedale si ridurrebbe ad una iniziativa moralistica e sociologica (rischio attualissimo). Invece la fede, con la cultura mantiene la conoscenza dell'uomo aperta a tutto campo, con la carità accoglie l'uomo in ogni circostanza.

Mai come nei secoli VII, VIII e IX, il nuovo soggetto umano che è la vita della Chiesa si rivela paziente educatrice di interi popoli. L'opera di costruzione parte da zero e si svolge quindi gradualmente, pezzo per pezzo, giorno dopo giorno.

I limiti dell'età medioevale - che di solito vengono attribuiti alla stessa fede - altro non sono che i segni della fatica con cui la Chiesa sa educare gente che fa passare dalla preistoria alla storia, fino ad innamorarsi della convivenza pacifica e della costruzione positiva.

La Chiesa ha creato la società medioevale educando uomini e donne a vivere la vita come missione; cioè a vivere la vita quotidiana, ordinaria o eccezionale (il lavoro dei campi o quello del fondaco, la capacità artistica o la capacità culturale, la capacità di carità verso i più piccoli o la capacità di organizzare la vita sociale), ogni interesse e circostanza della vita, non per affermare se stessi, ma per affermare la novità dell'Uomo compiuto.

Questa missione è in fondo l'immagine della Chiesa che cammina nella storia e vive non per se stessa, ma per il Signore.

In questi secoli il Cristianesimo non ha soltanto animato un mondo preesistente, ma si può ben dire che ha forgiato una nuova civiltà, che brillerà nel secolo XII, per declinare nel XIV

La società è il coagulo positivo e creativo di varie appartenenze: è un dato tradizionale, ma da rinnovare in ogni generazione. Nel Medioevo costituisce una realtà unitaria a livello di concezione, ma molto articolata e pluralista a livello di realizzazione

La presenza pubblica più che millenaria della tradizione cristiana nel cattolicesimo popolare rappresenta la più temibile resistenza all'invadenza dello Stato, che si concepisce e decide come unico soggetto culturale , sociale e politico.


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