Corso di Religione



Cristianesimo e valori.
Cristianesimo in azione nella storia.
         


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Azione cristiana ...Ovunque vi è chi manca di cibo, di bevanda, di vestito, di casa, di medicine, di lavoro, di istruzione, dei mezzi necessari per condurre una vita veramente umana, ovunque vi è chi afflitto da tribolazioni e da malferma salute, chi soffre l'esilio o il carcere... [ Vat II-Apostolicam actuositatem-n° 8 ]

E quest'obbligo si impone prima di tutto ai singoli uomini e popoli che vivono nella prosperità. Gli occidentali sono coloro che oggi vivono nell'abbondanza e la legge morale naturale imporrebbe loro la solidarietà con gli indigenti.

La solidarità umana è un dovere morale che viene prima di ogni rivelazione divina, appartiene all'essere umano in quanto tale e ogni cultura attesta che gli uomini ne hanno sempre avuto piena coscienza.

Il problema è semmai questo : perchè nella storia questa solidarietà non è mai stata applicata come avrebbe dovuto essere e non lo è ancora oggi? Gli storici danno le loro spiegazioni.

I cristiani non giudicano il mondo, non dicono se c'è solidarietà o se non c'è, se è sufficiente o se non lo è : in questa situazione contemporanea testimoniano il loro spirito di carità.

La differenza tra solidarietà e carità.

La solidarietà appartiene a tutti gli uomini e -dal punto di vista cristiano- se non la testimoniano pienamente ciò è dovuto ad una schiavitù costitutiva al cosiddetto "peccato originale" ( il preumano , centrato su se stesso); la carità è un dono soprannaturale che cambia la costituzione stessa dell'essere ( naturalmente Dio puo' donarlo a chiunque anche fuori dal cristianesimo) ed i cristiani non hanno scusanti , possono essere pienamente solidali con tutti e realizzarsi come Uomini implica questo.

Atei ed agnostici potrebbero sostenere che la carità cristiana sia un istinto naturale dell'uomo che si manifesta storicamente quando trova le condizioini storiche per essere agito. I cristiani invece la sperimentano come un dato costitutivo della loro nuova personalità nata dallo Spirito di Gesù attraverso l' iniziaizione critiana.

" Il più grande dei comandamenti della legge è amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22,37-40). Cristo ha fatto proprio questo precetto della carità verso il prossimo e lo ha arricchito di un nuovo significato, avendo identificato se stesso con i fratelli come oggetto della carità e dicendo: « Ogni volta che voi avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25,40).

Egli infatti, assumendo la natura umana, ha legato a sé come sua famiglia tutto il genere umano in una solidarietà soprannaturale ed ha stabilito che la carità fosse il distintivo dei suoi discepoli con le parole: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri » (Gv 13,35).

... Oggi che i mezzi di comunicazione sono divenuti più rapidi, le distanze tra gli uomini quasi eliminate e gli abitanti di tutto il mondo resi membri quasi di una unica famiglia, tali attività ed opere sono divenute molto più urgenti e devono prendere di più le dimensioni dell'universo.

L'azione caritativa ora può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomini e tutte quante le necessità. Ovunque vi è chi manca di cibo, di bevanda, di vestito, di casa, di medicine, di lavoro, di istruzione, dei mezzi necessari per condurre una vita veramente umana, ovunque vi è chi afflitto da tribolazioni e da malferma salute, chi soffre l'esilio o il carcere, la carità cristiana deve cercarli e trovarli, consolarli con premurosa cura e sollevarli porgendo loro aiuto.

E quest'obbligo si impone prima di tutto ai singoli uomini e popoli che vivono nella prosperità (14).

I laici dunque abbiano in grande stima e sostengano, nella misura delle proprie forze, le opere caritative e le iniziative di « assistenza sociale », private pubbliche, anche internazionali, con cui si porta aiuto efficace agli individui e ai popoli che si trovano nel bisogno, e in ciò collaborino con tutti gli uomini di buona volontà (16). .."
( Apostolicam Actuositatem )

Il cristiano tesitmonia lo Spirito che lo muove, la Carità , come capacità di vedere in se stessi e negli altri l'immagine di Dio , l'Uomo compiuto, spesso deformata dal peccato ma sempre presente, bisognosa di liberazione, di salvezza .

L'altro-di-sè diventa un Uomo-in-liberazione, un Uomo-in-formazione, la Pienezza dell'Umanità da promuovere.

Gesù ha rivelato con la sua azione che tutti gli uomini attendono liberazione, salvezza promozione della loro umanità in pienezza.

La carità rivela ai cristiani l' uomo come un Gesù sofferente , sofferente perchè perchè colpito dal male e tenuto in prigionia del Principe di questo mondo, la morte.


Ci sono dei tratti che la carità esprime e che possono orientare lo spirito di solidarietà di tutti gli uomini e delle loro istituzioni:

".. Affinché tale esercizio di carità possa essere al di sopra di ogni critica e appaia come tale,
- si consideri nel prossimo l'immagine di Dio secondo cui è stato creato, e Cristo Signore, al quale veramente è donato quanto si dà al bisognoso;
- si abbia estremamente riguardo della libertà e della dignità della persona che riceve l'aiuto;
- la purità di intenzione non macchiata da ricerca alcuna della propria utilità o desiderio di dominio (15);
- siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia; si eliminino non soltanto gli effetti ma anche le cause dei mali;
- l'aiuto sia regolato in t modo che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventi sufficienti a se stessi.


L'azione della carità è agita:

a) anzitutto nella coerenza della vita con la fede, mediante la quale diventano luce del mondo, e con la loro onestà in qualsiasi affare, con la quale attraggono tutti all'amore del vero e del bene, e in definitiva a Cristo e alla Chiesa;

b) con la carità fraterna, con cui diventano partecipi delle condizioni di vita, di lavoro, dei dolori e delle aspirazioni dei fratelli e dispongono a poco a poco il cuore di tutti alla salutare azione della grazia;

c) con la piena coscienza della propria responsabilità nell'edificazione della società, per cui si sforzano di svolgere la propria attività domestica, sociale, professionale con cristiana magnanimità.

Questo apostolato deve abbracciare tutti quelli che vivono nel proprio raggio di azione e non escludere alcun bene spirituale o temporale realizzabile.

Così il loro modo d'agire penetra un po' alla volta l'ambiente di vita e di lavoro.

(Concilio Vat. II-Apostolica Actuositatem II,8-13)

A titolo di esempio del lavoro storico dei cristiani , compiuto da migliaia di persone singole, associazioni, istituzioni, riportiamo quello di una associazione di laici che cercano di vivere la carità-in-loro in questo mondo contemporaneo.

LA COMUNITA' DI S. EGIDIO[Testi tratti da www.santegidio.org]

La Comunità di Sant’Egidio nasce a Roma nel 1968, all’indomani del Concilio Vaticano II. Oggi è un movimento di laici a cui aderiscono più di 40.000 persone, impegnato nella comunicazione del Vangelo e nella carità a Roma, in Italia e in più di 60 paesi dei diversi continenti.

In un mondo che, alla fine del secondo millennio, esalta i confini e le differenze, nazionali e culturali, fino a farne motivo antico e nuovo di conflitto, le comunità di Sant'Egidio testimoniano l'esistenza di un destino comune non solo dei cristiani, ma di tutti. Ci sono comunità più giovani e comunità più anziane, alcune sono più numerose e radicate di altre, come pure alcune sono più conosciute di altre nell'ambiente in cui vivono, ma tutte si sforzano di essere e davvero rappresentano un'unica famiglia attorno a Gesù.

Quella di Roma è la più anziana. Come prima comunità, svolge in questo senso un servizio alla comunione e alle comunità più nuove, senza altri limiti e confini che “quelli della carità”, come indicato a Sant'Egidio da papa Giovanni Paolo II per il 25° anniversario della comunità, nel 1993. Questa unità si esprime in una comunione e solidarietà concreta tra i fratelli e le sorelle, che si sono rivelate come la migliore forma di organizzazione della vita e dell’attività della comunità stessa.

E' "Associazione pubblica di laici della Chiesa". Le differenti comunità, sparse nel mondo, condividono la stessa spiritualità e i fondamenti che caratterizzano il cammino di Sant’Egidio:

La preghiera, che accompagna la vita di tutte le comunità a Roma e nel mondo e ne costituisce un elemento essenziale. La preghiera è il centro e il luogo primario dell’orientamento complessivo della vita comunitaria.

La prima “opera” della Comunità di Sant'Egidio è la preghiera. Proprio dall'incontro con le Scritture, messe al centro della vita, è nata una proposta personale e comune nuova per quei giovani del '68 alla ricerca di una vita più autentica: è l'antico invito a diventare suoi discepoli, che Gesù fa ad ogni generazione.

Ascoltare e vivere la Parola di Dio come la cosa più importante della propria vita vuol dire accettare di seguire non tanto se stessi, ma piuttosto Gesù. L'immagine più autentica è quella della comunità in preghiera, quando è riunita per ascoltare la Parola di Dio.

Concordia e assiduità nella preghiera (At. 2,42) sono la via semplice, offerta e richiesta a tutti i membri della comunità. La preghiera è un cammino in cui si diventa familiari con le parole di Gesù mentre si portano al Signore le necessità proprie e dei poveri, i bisogni del mondo intero.
In molte città ogni sera c'è una preghiera comunitaria aperta a tutti.

A ogni membro della comunità è chiesto anche di trovare uno spazio significativo nella propria vita per la preghiera personale e per la lettura delle Scritture, cominciando dai Vangeli.

La comunicazione del Vangelo, cuore della vita della Comunità, che si estende a tutti coloro che cercano e chiedono un senso nella vita. La seconda “opera” della comunità, il suo secondo fondamento, è la comunicazione dei Vangelo. E' il Vangelo stesso, infatti, la buona notizia da condividere con gli altri, il tesoro prezioso, la lanterna che non può essere nascosta.

Il Vangelo non è un patrimonio esclusivo, ma è una responsabilità in più per i membri della comunità, chiamati a comunicarlo. Si tratta di un'esperienza di gioia e di festa: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc. 10, 17).

E' l'esperienza di ogni discepolo e di ognuno nella Comunità di Sant'Egidio, che ha portato, in questi anni, a vivere una “fraternità missionaria” in molte parti del mondo


La solidarietà con i poveri, vissuta come servizio volontario e gratuito, nello spirito evangelico di una Chiesa che è "Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri" (Giovanni XXIII). Terza “opera” caratteristica di Sant'Egidio, autentico fondamento e impegno quotidiano fin dagli inizi è il servizio ai più poveri, vissuto nella forma dell'amicizia: i poveri per amici e il Vangelo buona notizia per i poveri.

Secondo quanto si legge nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, questa amicizia è allargata ad altri poveri: handicappati, fisici e mentali, persone senza fissa dimora, stranieri immigrati, malati terminali; e a diverse situazioni: carceri, istituti per anziani, campi nomadi, campi per rifugiati.

Lungo questi anni si è sviluppata una sensibilità verso ogni forma di povertà, vecchia e nuova o emergente, come anche verso povertà non tradizionali, come quella rappresentata in molti Paesi europei da anziani soli anche quando benestanti.

Tutti i poveri, senza esclusione, sono a pieno titolo i familiari della comunità. Dovunque c'è una comunità di Sant'Egidio, da Roma a San Salvador, dal Camerun al Belgio, all'Ucraina o all'Indonesia, c'è sempre amicizia e familiarità con i poveri.

L'ecumenismo, vissuto come amicizia, preghiera e ricerca dell'unità tra i cristiani del mondo intero, servizio alla pace e all'umanizzazione del mondo. L'amicizia con i poveri ha condotto Sant'Egidio a comprendere meglio come la guerra sia la madre di tutte le povertà.

E' così che amare i poveri, in molte situazioni, è diventato lavorare per la pace, per proteggerla dove è minacciata, per aiutare a ricostituirla, facilitando il dialogo, là dove è andato perduto.

I mezzi di questo servizio alla pace e alla riconciliazione sono quelli poveri della preghiera, della parola, della condivisione di situazioni di difficoltà, l'incontro e il dialogo.

Anche dove non si può lavorare per la pace, la Comunità cerca di realizzare la solidarietà e l'aiuto umanitario alle popolazioni civili che più soffrono a causa della guerra.

Alcuni membri della comunità sono stati facilitatori o mediatori veri e propri in conflitti fratricidi durati più di dieci anni, come in Mozambico, o più di trenta, come in Guatemala.

L'Africa più povera attraversata dalla guerra, come anche i Balcani, ma non solo, sono nella memoria e al centro delle preoccupazioni e dell'impegno di Sant'Egidio.


Anche attraverso esperienze di questo tipo è cresciuta la fiducia di Sant'Egidio nella “forza debole” della preghiera e nel potere di cambiamento della non violenza e della persuasione.

Sono aspetti della vita dello stesso Signore Gesù, da lui vissuti fino alla fine.
E' nel solco di questa urgenza evangelica che si colloca la recente battaglia per una moratoria mondiale di tutte le esecuzioni capitali dall'anno 2000, che la comunità ha intrapreso a livello internazionale assieme ad altre organizzazioni.

Hanno la medesima radice evangelica, mentre si esprimono come proposta a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, indipendentemente dal credo religioso, anche altre iniziative umanitarie, come quella contro le mine anti uomo, ovvero il concreto aiuto ai profughi e alle vittime di guerre e carestie, come in Sud Sudan, Burundi, Albania e Kosovo, o le recenti azioni a sostegno delle popolazioni colpite in Centro America dall'uragano Mitch, o per la liberazione di schiavi, dove questa pratica inumana è ancora utilizzata.

La Comunità ha il suo centro nella Chiesa romana di Sant’Egidio, da cui ha preso il nome.

Fin dall’inizio vive nel quartiere di Trastevere e a Roma una presenza continua di preghiera e di accoglienza ai poveri e ai pellegrini.

GLI ANZIANI Il fenomeno della crescita della popolazione anziana è generale, riguarda l'Europa, il mondo sviluppato, ma finisce per toccare ogni parte del globo, dove arriva una briciola di progresso. Si può a ben vedere parlare di emersione di un nuovo continente: il Continente Anziani.

La presenza di tanti anziani, la loro longevità, è uno dei prodotti migliori del nostro tempo.

Eppure da più parti la presenza di tanti anziani nel nostro mondo è avvertita con crescente preoccupazione. Si parla sempre più spesso di "problema anziani": gli anziani con i loro bisogni impegnano risorse, rappresentano un impegno economico, sociale e sanitario di difficile gestione.

Si vanno accentuando i caratteri di un vero e proprio conflitto generazionale, che ha come prodotto la frustrazione e la crescente emarginazione di tanti anziani in ogni parte del pianeta, i quali non si sentono più parte della comunità di cui sono membri.

Infatti dagli anziani sale una domanda di integrazione, di compagnia che non è solo richiesta di solidarietà concreta e di servizi sociali. È una domanda di partecipazione piena alla vita sociale.E' necessaria una "riconciliazione" tra generazioni diverse: i giovani, gli adulti hanno bisogno degli anziani e

La perdita di valore, per chi esce dal mondo produttivo è uno di questi pesi non necessari. A questo si aggiunge la grande trasformazione della famiglia, dalla condizione patriarcale a quella mononucleare e urbana, più ristretta e fragile, che ha fatto si che l'anziano si ritrovi sempre più solo ad affrontare i difficili appuntamenti dell'età avanzata. Con le sue necessità egli diviene un peso per una piccola famiglia, in città che non facilitano la prossimità e le relazioni.

L'anziano finisce per essere un esule dalla sua famiglia, dalla sua storia, dalla sua stessa casa. Il caso estremo è quello degli anziani in istituto. La nostra e la prima generazione che considera normale non convivere con i suoi vecchi.

La condizione di chi è anziano è aggravata dal modo in cui è organizzata la società in cui viviamo, soprattutto nella dimensione urbana. La condizione del vecchio è simile a quella di un sopravvissuto, di un indesiderato. I servizi pubblici sono carenti e raramente offrono soluzioni adeguate alle esigenze dell'aumentata fragilità e della dignità delle persone anziane.

Senza la compagnia, l'anziano stenta a vivere, nella marginalità lo si condanna a morire. Ma anche i giovani hanno bisogno degli anziani per capire il valore della vita. Esiste un bisogno profondo di presenza degli anziani nella nostra convivenza civile. La fragilità dell'anziano contesta una società nella quale i deboli sono lasciati soli, richiamando l'attenzione sulla natura sociale dell'uomo e sulla necessità di ritessere un tessuto umano spesso disgregato.

Reinserire gli anziani a pieno titolo nella società è un servizio a quella che potremmo definire l'"ecologia umana", cioè quell'equilibrio sociale in cui tutti possono vivere meglio.

Non si tratta di idealizzare un'età dell'esistenza umana che riserva tanti disagi, dimenticando gli aspetti più problematici dell'invecchiamento con facile giovanilismo.

Ma piuttosto si vuole sottolineare come la decadenza fisica, la crescente fragilità possono essere accettate ed affrontate se non si è da soli. Nella solidarietà vissuta con gli anziani abbiamo visto che così si può aiutare gli anziani a vivere serenamente il tempo della vecchiaia, ricevendone in cambio come ricompensa "il centuplo" in madri e padri come dice il Vangelo di Matteo al capitolo 19.

I 66 milioni di ottantenni e ultraottantenni presenti oggi nel mondo sono destinati a salire a 370 milioni nel 2050, quando tra essi vi saranno 2,2 milioni di centenari ( stime Dipartimento degli affari economico - sociali delle Nazioni Unite 1998). L'allungamento della vita media da un lato e il calo della natalità, dall'altro hanno originato una transizione demografica senza precedenti: in crescita costante gli anziani, in calo i giovani.

Iniziato nel corso degli anni '70 nei paesi dell'emisfero Nord, il fenomeno tocca attualmente pure quelli dell'emisfero Sud, nei quali è ancora più rapido. Infatti, le persone che raggiungono e superano i 60 anni sono aumentate nel 1995 di oltre 12 milioni : quasi l'80% di questo incremento riguarda i paesi in via di sviluppo. Gli ultimi studi delle ONU stanno correggendo sempre più verso il basso le previsioni sull'aumento della popolazione nei prossimi decenni.

Si vanno accentuando i caratteri di un vero e proprio conflitto generazionale. Pensiamo al dibattito sul ridimensionamento dello Stato Sociale: gli anziani con i loro bisogni sociali e sanitari impegnano troppe risorse, sono un peso che rende difficile creare investimenti per i giovani, si dice o si sostiene da più parti, senza considerare come le generazioni più giovani siano debitrici alle più anziane del benessere raggiunto oggi dalla nostra società, nonché della libertà e della democrazia in cui molti paesi vivono.

Vi sono dei pesi non necessari che gravano oggi sulla condizione di chi è anziano e che provengono dall'assetto attuale delle società, da comportamenti comuni, che non incontrano sanzioni sociali.




Nel rapporto sullo stato della popolazione mondiale 1998, si conferma la frenata demografica. Ormai, solo in un ristretto numero di paesi africani la natalità resta alta. Altrove, dall'Asia all'America Latina, rallenta sempre più.

In India ad esempio nel 1990 la popolazione con età superiore ai 65 anni in rapporto a quella tra i 15 e i 64 era di 7,3. Nel 2050 il tasso di dipendenza salirà al 23, 2. In Cina dall'8,4 al 31. In Brasile dal 7,1 al 28,9.

Le condizioni di vita di tanti anziani soli, poveri, abbandonati sono rivelatrici dell'orientamento utilitaristico della nostra società. Il messaggio che martella gli anziani è che alla fine sarebbe meglio farsi da parte.

Il progresso allunga la vita, ma la società dice loro che vivono troppo a lungo. Così quando si perde l'autonomia la soluzione più ovvia è quella di ricorrere agli istituti, alle case di riposo o di cura e alle strutture per lungodegenti.

IL SENSO DELLA VECCHIAIA Vivere a lungo ed avere una vecchiaia felice resta un obiettivo ed una speranza per la grande maggioranza delle persone. L'aumento della speranza di vita si accompagna alla crescita della speranza di una vita attiva. Sempre più delle persone anziane rimangono a lungo in buona salute e sono autonome. Vecchiaia non è sinonimo di dipendenza.

Tuttavia, molti dei nostri contemporanei rifiutano di accettare questo periodo della vita umana e lo percepiscono come la perdita di tutto ciò che li gratificava durante la vita attiva. La mancanza di amicizia, di solidarietà intergenerazionale, l'allontanamento dai circuiti relazionali hanno la loro origine anche nell'immagine deformata, erronea, carica di pregiudizi e di stereotipi radicata nell'opinione pubblica sulla vecchiaia.

Le condizioni di vita di tanti anziani soli, poveri, abbandonati sono rivelatrici dell'orientamento utilitaristico della nostra società. L'anziano rappresenta un grande paradosso contemporaneo: è quello di una vita donata e prolungata ma anche ritenuta il più delle volte inutile e ingombrante.

Proprio su questi temi, in occasione dell'Anno Internazionale dell'Anziano, la Santa Sede, attraverso il Pontificio Consiglio dei Laici, ha prodotto un interessante documento che sottolineando la dignità dell'anziano aiuta l'uomo contemporaneo ad interrogarsi sulla missione degli anziani nella Chiesa e nel mondo.

In effetti la nostra società ha smarrito il senso della vecchiaia.

L'ultimo discorso che le dava significato era quello sull'anziano saggio che aveva una sua verità in una società tradizionale in cui l'informazione e la comunicazione era lenta ma oggi il fare e il sapere di chi è anziano non reggono il confronto con le rapide trasformazioni tecnologiche.

Questo si sta verificando anche in altre zone del pianeta dove resistevano antiche tradizioni e strutture sociali arcaiche.

Pensiamo al Continente africano e alla crisi dell'anziano che si profila anche lì dove finora gli anziani hanno beneficiato dell'assistenza e della protezione dei loro parenti prossimi, del loro clan, della comunità locale.

Oggi anche in queste aree diventa più difficile preservare tali relazioni nel momento in cui il numero degli anziani cresce e contemporaneamente, a causa dell'emigrazione e dell'urbanizzazione, le tradizionali strutture che si occupavano della loro assistenza, quali ad esempio la famiglia estesa, vengono sottoposte a cambiamenti radicali.

Così, per chi invecchia viene un'età in cui si riesce a fare di meno, in cui il proprio fare è datato, in cui le cose che uno dice o fa sono fuori tempo, nella quale emerge la fragilità di non tenere il passo con una vita che è diventata molto competitiva.

Emergono in questo critico contesto sociale le domande di molti adulti e giovani anziani: come reagire alla vecchiaia, come non diventare cittadini del continente anziano, come evitare di finire in quei grandi parcheggi che sono i cronicari, come non perdere la considerazione e il potere tra i sani, i giovani, i forti?

È meglio restare giovani il più a lungo possibile, difendere la propria giovinezza. Essere vecchio è un valore negativo. È allora necessario aiutare l'uomo contemporaneo, l'anziano di oggi e di domani, a ritrovare il senso della sua vita al di là della sola fase produttivo - consumista.

L'istituzionalizzazione è spesso una condanna all'isolamento che riduce nell'anziano la voglia di vivere. Alcuni istituti ospitano fino a 500 persone, è facile in essi perdere la propria individualità.

La libertà di vivere secondo le proprie abitudini è frustrata da ritmi fissati e dalla coabitazione con persone che non si conoscono. Bisogna soggiacere alle regole della struttura che accoglie: è difficile soddisfare anche i più piccoli desideri e svolgere attività particolari.

In realtà molti anziani potrebbero vivere a casa loro o evitare di finire in istituto se potessero avere a domicilio semplici cure mediche, l'assistenza riabilitativa e il sostegno necessario al recupero o al mantenimento della propria autonomia.

Per quanto riguarda gli ammalati, nella maggior parte dei casi gli ospedali, che quasi mai sono dotati di divisioni geriatriche, tendono a dimettere precocemente quanti hanno bisogno di cure prolungate per privilegiare l'accoglienza, nei reparti specialistici, di persone più giovani.

Spesso si assiste ad una vera negazione del diritto alle cure per chi è anziano. Più frequentemente è in questi contesti che si sente parlare di eutanasia.

La richiesta di eutanasia da parte di alcuni anziani spesso non è che l'esito estremo di un atteggiamento diffuso quello di abbandono e di deconsiderazione del vecchio.

Come ebbe a dire il Cardinal Martini si può parlare di "eutanasia d'abbandono".

Chi ha avuto modo di essere vicino ai morenti sa che in presenza di cure adeguate e attente a lenire il dolore fisico, di un'assistenza assidua e di una vicinanza partecipe che rimuova le cause della disperazione, non c'è richiesta di morte ma di vita.

La solitudine è un grande problema che non riguarda solo gli anziani chi vivono in istituto ma anche quelli che vivono a casa e/o in famiglia. La solitudine genera abbattimento, depressione e tristezza, stati d'animo che accelerano il deperimento pschico e fisico.

Un anziano che vive in un ambiente ricco di rapporti umani si ammala di meno di chi è solo. L'affetto di amici e/o di familiari allontana la percezione negativa dell'età e del proprio stato che tanta angoscia genera nei vecchi soli.

La solitudine diventa ancora più penosa per gli anziani poveri o malati o non autosufficienti. Spesso alla solitudine si accompagna l'inattività e la passività che accelerano i processi di invecchiamento.

Negli ultimi anni è aumentato il problema della povertà di molti anziani: alcuni vivono con pensioni bassissime, insufficienti alla sopravvivenza di chiunque e tanto più di chi vede crescere le necessità legate alla salute e all'assistenza.

Nei paesi occidentali, i centri di accoglienza gestiti dalle associazioni o dalle parrocchie ricevono molte richieste di anziani che cercano aiuti alimentari, vestiti, medicine e somme di denaro.

In alcune società come quelle dell' Est europeo, dopo il 1989 si è registrato un abbassamento piuttosto significativo della speranza di vita.

Proprio gli anziani, in questi paesi, pagano in termini di precarietà e povertà la difficile transizione ad un' economia di mercato. Nel Sud del mondo, particolarmente in America Latina e in Asia, dove la popolazione anziana sta crescendo velocemente, le società a breve termine non sono provviste di sistemi di protezione sociale, e ciò rappresenterà un punto di crisi che si sommerà alle tensioni già esistenti in molti paesi.

La Comunità di Sant'Egidio, ha raccolto la sfida umana e culturale di ricollocare gli anziani a pieno titolo nella famiglia umana dove tutte le generazioni hanno un posto, un ruolo, una missione.

La vecchiaia è scritta, con sempre maggiore probabilità, nel futuro di ciascuno di noi. Gli anziani sono ciò che saremo. Una delle motivazioni più ragionevoli per non emarginarli è imparare fin da giovani a conoscere la vecchiaia con semplicità e senza spavento.

I vecchi con la loro fragilità, la loro debolezza sono una domanda prepotente di un senso della vita che vada ben oltre quello che gli attribuisce il mercato, la competitività, la concorrenzialità. Incontrare gli anziani vuol dire scoprire in loro una grande voglia di vivere.

Sconfiggere l'attuale rappresentazione negativa della vecchiaia è anzitutto un'impresa culturale ed educativa che deve coinvolgere tutte le generazioni.

Esiste una responsabilità verso gli anziani di oggi che vanno aiutati ad accettare la loro età apprezzandone le risorse e sconfiggendo il ripiegamento su di sé, i dolorosi sentimenti di inutilità, la disperazione e la rabbia verso le nuove generazioni.

Esiste anche una responsabilità verso le generazioni future: quella di preparare un terreno più favorevole alla condizione anziana. Il depauperamento relazionale investe tutta la società, ma in modo più evidente la condizione anziana.

Il benessere, la giustizia sociale, l'equità, la centralità della persona umana, la sua dignità, la condivisione fraterna devono essere perseguiti per contrastare la cultura dell'indifferenza, l'esasperato individualismo, la competitività e l'utilitarismo che minacciano tutti gli ambiti del consorzio umano.

L'amicizia tra giovani e anziani"Onora il padre e la madre"(Dt 5,16);
"Figlio soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita" ( Sir 3, 12):


la considerazione per l'anziano nelle Scritture si trasforma in comandamento.

La Comunità si adopera per arginare la tendenza diffusa a ignorare gli anziani, ad emarginarli, in una parola a non onorarli.

Abbiamo avvertito la follia di una società che educa i suoi figli all'abbandono di chi è più debole, di chi è anziano: giovani, adulti e anziani hanno bisogno gli uni degli altri. Questo lo abbiamo capito fin da quando, giovani studenti, abbiamo iniziato quell'avventura unica che è l'amicizia con una persona ricca di anni e di storia.

E' stato possibile quell'incontro tra generazioni che comunemente si ritiene impossibile. Questo è il segreto del nostro servizio.

Le comunità degli anziani L'anziano non è un problema sociale. L'anziano è un uomo, è una donna, è un cristiano, è un cittadino come il giovane e come l'adulto. La prima caratteristica dell'amicizia della Comunità con gli anziani è prendere sul serio la loro vita in tutte le dimensioni, compresa quella religiosa. Talvolta nella sofferenza gli anziani dicono: "Dov'è il Signore? Mi ha abbandonato?".

Si tratta di vivere insieme a loro questa domanda, aiutandoli a ritrovare la certezza che non è Dio l'autore della morte e della sofferenza, ma che è Signore della vita.

Tale annuncio passa attraverso una presenza amichevole, fraterna, consolatrice che deve essere innanzitutto espressa dalla comunità ecclesiale. E' la buona notizia che innanzi al buio non si è soli, che nessuno è abbandonato nell'ora dell'estrema debolezza, fin sulla soglia della morte.

L'anziano può comprendere sempre più che Dio non è impassibile di fronte al dolore dell'uomo, alla sua personale fatica di vivere. Nelle ore dolorose della malattia, della riduzione delle energie, gli anziani possono riscoprire come evento consolatore e liberatore il Vangelo della resurrezione di Gesù.

Comunicare il Vangelo vuol dire ravvivare il senso della presenza di Gesù, attraverso l'ascolto della sua parola, la preghiera, la liturgia.

Per questo, in tutte le città dove la Comunità vive un'amicizia con gli anziani, sono sorte comunità che pregano, celebrano la liturgia, comunicano il Vangelo ad altri, vivono una vita fraterna scandita da riunioni e da incontri personali e svolgono anche un servizio di solidarietà con i più poveri. Esse seguono l'esempio di Simeone e Anna, che nel tempio pregano perché i loro occhi possano vedere la salvezza e le loro braccia sostenere la nuova vita che nasce nel mondo con Gesù (Lc 2, 25 - 38).

Le liturgie domenicali e gli incontri di preghiera sono momenti gioiosi di rendimento di grazie per tanti anziani che sono risorti a un nuovo senso dell'esistenza, accogliendo una lunga vita come un dono di Dio e non come una maledizione. Le celebrazioni liturgiche sono un'occasione di catechesi permanente per annunciare la Parola di Dio rispondendo ai dubbi e alle domande che gli anziani vivono. Il Vangelo deve essere comunicato anche ai più anziani. Anche l'anziano infatti è chiamato alla conversione e alla speranza nel futuro.

La lotta contro il dolore - per quello che è possibile - fa parte di questa vicinanza fraterna: non ci si deve rassegnare mai davanti alla sofferenza, magari giustificandola religiosamente.

Non rassegnarsi alla morte ed al dolore, nella luce della resurrezione di Cristo, non vuol dire espungere la morte dalla vita degli uomini: piuttosto è guardarla in faccia, alla luce della speranza cristiana.


Al capitolo 25 della Genesi si legge a proposito di Abramo:

"la durata della vita di Abramo fu di 175 anni. Poi Abramo spirò e morì in felici canizie, sazio di giorni e si riunì ai suoi antenati" (Gen 25,7). Anche Isacco, suo figlio, morì "vecchio e sazio di giorni" (Gen 35,29).

Nei Vangeli Anna e Simeone rappresentano quegli anziani che sono sazi di giorni perchè hanno incontrato colui che attendevano: "perchè i miei occhi hanno visto la tua salvezza" (Lc 2,30).

Queste testimonianze hanno un particolare significato per il credente: c'è un senso di pienezza che spira da queste vite e anche da queste morti. Si può evangelizzare anche la morte: c'è da comunicare agli anziani, ma forse a tutti, che Gesù ci accoglie tra le sue braccia con un amore senza fine.

Gli anziani nella Comunità sono accompagnati a mantenere ed approfondire la dimensione religiosa personale, ad accedere ai Sacramenti e alle pratiche religiose anche se non autosufficienti. Particolarmente significativa è a questo proposito l'amministrazione del Sacramento dell'Unzione degli infermi comunitaria.

Un' attenzione privilegiata è rivolta ai malati e ai morenti, affinché ricevano il conforto spirituale e siano accompagnati in questa difficile fase della vita nel rispetto della fede e della volontà di ciascuno.

Per ogni anziano che lo richieda ed in particolare per quelli che non hanno famiglia ci si preoccupa del funerale e delle esequie. Spesso infatti sono anche venuti meno, specie nelle città, i momenti rituali del cordoglio e del lutto, i funerali stessi.

Questo è motivo di grande turbamento e di preoccupazione per tanti anziani che spesso non trovano a chi affidare le loro ultime volontà. D'altra parte il funerale è un'altra espressione di amore, dell'amore che supera anche la morte ed è consolazione per chi vive il dolore del distacco.

Gli anziani nella Comunità

GIOVANE CON ANZIANO CIECO

Giov 21,18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».

Accolti nella Comunità, stimati e onorati, gli anziani si sentono nuovamente persone come tutti: vivono con intensità la propria fede, ritrovano il valore del tempo che hanno a disposizione, respingono i sensi di inutilità, comprendono meglio il mondo contemporaneo, vivono la loro missione nella Chiesa e aiutano gli altri.

Gli anziani possono essere per tutti una testimonianza eloquente che non si è mai troppo poveri, troppo deboli, troppo vecchi, per aiutare gli altri, per vivere la solidarietà.

Questo è il segreto che gli anziani della Comunità hanno scoperto, anche quelli che stanno peggio, anche quelli che si possono muovere di meno: sempre in ogni momento della vita si può fare qualcosa per gli altri: anche una telefonata, una visita, un sorriso.


È la spiritualità di quella continua rinascita che Gesù stesso indica all'anziano Nicodemo, invitandolo a non credersi arrivato e a rinnovarsi nello Spirito. Gli anziani nella Comunità danno carne alla promessa della parola di Dio: "Nella vecchiaia daranno ancora frutti" (Ps 92,15).

Anche quando l'anziano fa l'esperienza dell'estrema debolezza, può essere testimone convincente della pienezza che questa stagione della vita riserva, se fondata sulla "roccia" che è Cristo (Mt 7,24). Tutto il Vangelo dice che la vita non finisce. La Pasqua lo grida forte: "Cristo è risorto dai morti". Ma se Cristo è risorto dai morti, la vita di nessuno è finita.

Davanti a tanti giovani che hanno paura di crescere o a tanti adulti che vogliono tornare bambini, gli anziani possono testimoniare la fiducia nel futuro, possono aiutare gli altri a non temere gli appuntamenti più difficili della vita. Questa è la profezia vissuta dagli anziani: testimoniare alle generazioni più giovani l'amore di Dio, l'amore del Padre che non abbandona mai, che predilige il più debole.

Gli anziani più deboli sono come le membra più fragili del corpo della Chiesa. Ma nelle Scritture sono le parti più deboli o meno nobili che vanno circondate di maggior onore e cura (I Cor 12,12 - 27).

Il corpo fragile di un anziano non autosufficiente è come il corpo crocifisso di Gesù. Stare vicini a questi anziani è stare sotto la croce. La potenza di Dio si rivela spesso in questa fase più senile segnata dai limiti del corpo e dalla difficoltà: Dio infatti ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti (I Cor 1, 27).

Gli anziani, accompagnati dall'affetto della Comunità, sebbene dipendenti in tutto e in una condizione difficile dal punto di vista fisico, testimoniano come, anche questo sia un tempo pieno della loro vita.

Una realtà di vita li invade nel profondo: è la "forza debole" di cui parla l'apostolo Paolo: "quando sono debole è allora che sono forte" (2Cor 12,10).

Un esempio di questa verità ci viene da Giovanni Paolo II, anche in ciò grande testimone per l'uomo di oggi. Egli vive la propria vecchiaia nella fede, con estrema naturalezza.

Nella sua lettera rivolta agli anziani dice: "Nonostante le limitazioni conservo il gusto della vita: è bello potersi spendere fino alla fine". La fragilità fisica non ha scalfito la passione con cui si dedica alla sua missione di successore di Pietro.

Oggi sono decine di migliaia gli anziani che in ogni parte del mondo fanno parte della vasta e singolare famiglia di Sant'Egidio: reinseriti in un contesto comunitario riprendono a sperare e sono una forza, un'energia per tutto il corpo della Comunità e dell'intera Chiesa.

Essi non dimenticano davanti al Signore quelli che vivono una vita attiva, pericolosa, difficile, piena di fatica. Gli anziani con la loro preghiera proteggono e rafforzano tutto il corpo della Comunità e della Chiesa. Potremmo dire che la parte degli anziani è la parte di Maria, quella che Gesù a Marta indicò come "la migliore" (Lc 10,38 -42).

Le Comunità degli anziani ogni mese diffondono "La preghiera del mese", un sussidio per sostenere la preghiera individuale e per presentare intenzioni per tante situazioni di bisogno in ogni parte del mondo. È da segnalare anche l'elaborazione di strumenti per sostenere la preghiera degli anziani e per nutrire la loro spiritualità come, ad esempio, il libro di preghiere "Insegnaci a pregare".

La Comunità di Sant'Egidio ha inoltre attivato all'interno di questo sito una sezione dedicata alla preghiera per tutti coloro che vogliono pregare con la Comunità in ogni parte del mondo e anche per coloro le cui condizioni fisiche non permettono una partecipazione diretta.

Fin dagli inizi la Comunità di Sant'Egidio si è avvicinata al mondo degli anziani. Questa amicizia, cominciata nel 1972, è continuata negli anni con fedeltà ed è divenuta la strada che ci ha aiutati a penetrare con profondità nel continente anziani.

Ogni Comunità di Sant'Egidio, sia essa nel Nord o nel Sud del mondo, vive la predilezione per gli anziani: condivide le loro ansie, la loro vita e la loro fede. Questa esperienza è stata una scuola per la maturazione umana della Comunità.

Vivere accanto agli anziani ha fatto crescere in tutti questi anni un patrimonio di esperienza e di sensibilità che nella sua originalità è stato messo al servizio di tanti per costruire una cultura della solidarietà e dell'accoglienza verso chi è più anziano.

Stare vicino agli anziani, sostenerli, aiutarli, fa maturare in tutti un gusto della vita che è anche non sprecare la propria esistenza, non sperperare le proprie energie. E' investire piuttosto in umanità e solidarietà.

Gli anziani ricevono aiuto da chi, più giovane, li sostiene ma anche danno molto in affetto, amicizia, senso della vita. E' una scuola di umanità.


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